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New York New York, la lettera d’amore di Spike Lee alla sua città

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Ad una prima occhiata il nuovo cortometraggio di Spike Lee appena rilasciato potrebbe sembrare quasi uno spot pubblicitario. Un bellissimo spot per presentare (come se ci fosse bisogno) la città che non dorme mai, New York (avranno pure loro una “Pro-Loco Manhattan”, no?). Sulle note della più famosa canzone dedicata alla città, attraverso la voce di Frank Sinatra, che esprime quell’amore così grande da necessitare di dover chiamare l’amata due volte.

Ma non è uno spot pubblicitario.

https://www.youtube.com/watch?v=TAzxLrXFM4s

Nonostante mostri tutti i luoghi più iconici della Grande Mela, da Manhattan a Brooklyn fino a Staten Island, l’occhio attento può cogliere fin dalle prime immagini che una cosa le accomuna: l’assenza di persone, sottolineata da quel “Playground Closed” dopo qualche secondo. Un’assenza insensata ed assurda per chiunque conosca minimamente New York, sempre rigurgitante di umanità.

E non si tratta di una messa in scena cinematografica. Come diventa chiaro nella seconda parte del corto, la città raccontata da Spike Lee è quella bloccata dall’emergenza del coronavirus, qualcosa di nuovo e inusuale per New York. La componente umana ricompare nella seconda parte, sotto forma di operatori sanitari, con la mascherina e i guanti. Non c’è abbastanza tempo (per fortuna) per cadere nelle retoriche (sbagliate) dell’eroe e della trincea, così comuni ai media nostrani ed americani. Quella del regista è una descrizione a tratti documentaristica, rapida, che non si sofferma a lungo sui singoli dettagli o soggetti.

Con un montaggio che segue perfettamente la musica, in un connubio che non può non ricordare l’inizio di Manhattan di Woody Allen, Spike Lee realizza la sua personale lettera d’amore per la città che egli sente come casa. Ed in particolare per quella popolazione variegata e multiforme che la abita e che la rende la città stupenda ed inimitabile che è.

Non è un inno all’America, ma non si intravedono neppure le evidenti spinte politiche, tipiche del regista. Quello che rimane è la musica, felice, vivace, che rimanda a tempi migliori (futuri o passati) ed all’illusione che questi portano con sé. E Spike Lee sembra sicuro che saremo in grado di ricreare questa illusione che chiamiamo New York e di renderla ancora più effimera e, di conseguenza, ancora più bella.

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