Come ogni anno, eccoci qua: è tornata quella stagione, quella dei lustrini, dei tappeti rossi, delle polemiche; la stagione dei premi Oscar, ultimo tassello di una stagione di premi cinematografici che si protrae da alcuni mesi. E cogni anno, non ci tiriamo indietro a commentare e fare le nostre previsioni, quelle da giocare coi bookmaker loschi negli scantinati fumosi.
E quindi, sigla!
Cominciamo con le buone notizie, per una volta: quest’anno è globalmente un buon anno e la qualità media dei film è piuttosto alta – con alcune, doverose, eccezioni, che vedremo a breve. E questo ci fa molto piacere, davvero, dopo anni in cui si faticava a trovare qualcosa di decente! Siamo anche molto contenti che ci sia una regista donna (Chloe Zhao) fra i candidati, che sappiamo essere una rarità, e che ci sia un regista afroamericano, più che una rarità. Siamo peraltro molto felici che ci siano anche dei film che americani del tutto non sono, come Sentimental Value e L’Agente Segreto, ben sapendo quanto gli americani facciano fatica coi sottotitoli. A voler essere polemici, mi verrebbe da dire che la qualità quest’anno è più alta del solito proprio perché ci sono film non americani in gara, ma mi asterrò da vuote polemiche.
Oppure no, perché checcazzo, gli Oscar servono a quello! E allora facciamola un po’ di polemica, su!
Dov’è No Other Choice? Dove? Non lo vedo né come miglior film né come miglior film straniero. Dove lo avete nascosto, eh? Uno dei film più interessanti della stagione, con un retrogusto anticapitalista amaro, diretto magistralmente da Park Chan-wook, e me lo lasciate così fuori da ogni categoria. Inammissibile. Altro imperdonabile snub è Jesse Plemmons come attore non protagonista in Bugonia. Regà, ma cosa deve fare sto poveretto? È un ruolo strepitoso, lui è davvero un fuoriclasse, ma cosa volete di più? Una fetta di prosciutto? Eddai, su!

Per quanto riguarda i sottotitoli, sappiamo quanto impattino sulla scelta finale: gli americani non guardano i film coi sottotitoli e fanno fatica a guardare anche quelli in inglese, anche perché poi c’è una sparatoria al cinema, un presidente che bombarda uno stato a caso, uno scandalo con pedofili mangiatori di bambini di cui fa parte il suddetto presidente, e via discorrendo. Non è un periodo facile per gli americani, non li biasimo per avere uno span attentivo limitato. Questo, tuttavia, è un limite, perché stiamo parlando di due film veramente belli – e qui arriviamo alla parte che ci interessa, le chiacchiere sui film prima delle previsioni.
Cominciamo togliendoci qualche dubbio: ottimo livello, in media, con alcune eccezioni. F1, ovviamente, è un outsider senza senso in questi Oscar! Film mediocre, nato come product placement, sponsorizzato dal motomondiale. Evitabile. Pure come film da aereo (aka quei film che guardi solo quando fai la trasvolata di 12h e che non guarderesti mai al cinema). Meglio, ma comunque di gran lunga fuori dai giochi il Frankenstein di Guillermo del Toro. Carino, ottima fotografia, i costumi di Mia Goth sono pazzeschi, forse per i miei gusti troppo film Disney (anche nelle musiche, almeno nella prima parte).
Tolti questi due, tuttavia, i rimanenti film sono davvero di alto livello. Come decideremo i nostri pronostici?
Vediamoli uno a uno, senza un ordine particolare.

Marty Supreme rappresenta la consacrazione anche della critica di Timothée Chalamet, nel ruolo di un giocatore di tennis tavolo. E devo dire che dimostra di essere in grado di passare attraverso ruoli diversi con grande disinvoltura, ribadendo di esser un attore di grande capacità. Ci aspettiamo per lui l’Oscar come miglior attore? Avrei detto di sì, fino a qualche giorno fa quando si è scavato la fossa insultando balletto ed opera: ai critici questo atteggiamento piace poco e potrebbe un po’ compromettere la sua corsa. E il film? Marty Supreme è un classico film dei Safdie (qui solo Josh): frenetico, ritmato come una partita a pingpong, dove i personaggi urlano e corrono in giro e fanno cose (tipicamente sbagliate). Quello che manca, secondo me, soprattutto nella scrittura, rispetto ai precedenti Uncut Gems e Good Time, è una forma di interesse emotivo (o di empatia) nei confronti del protagonista. Se i personaggi di Uncut Gems e Good Time erano degli sfigati che le provavano tutte per farla giusta, il personaggio interpretato da Chalamet è sostanzialmente uno stronzo patentato, piuttosto antipatico e molto supponente. Diciamo che la scrittura del personaggio porta lo spettatore ad avere davvero poco interesse per le sue vicende. Questo rappresenta un discreto neo nel film e, per me, lo mette un gradino sotto ad altri titoli presenti.

Altro grande elefante nella stanza, anzi 16 elefanti: Sinners è davvero così bello da meritarsi 16 candidature, diventando in assoluto il film più candidato di sempre? Grazie per la domanda. Sinners è un film che affronta un aspetto della cultura afroamericana, quello della musica (in particolare il blues e il soul), all’interno di una vicenda collocata agli inizi degli anni trenta e sostenuta da un cast davvero splendido, dove, però, i comprimari risaltano (molto) più dei protagonisti, entrambi interpretati da Michael B. Jordan, che come sempre appare piuttosto rigido nelle sue interpretazioni (boh, sai, se devi fare un codice colore per riconoscere i due gemelli, non so ecco). Al suo interno contiene almeno due scene già diventate cult, entrambe musicali, che da sole valgono il film: mi riferisco ovviamente alla canzone suonata da Sammie (I lie to you), sequenza onirica, piena di significato, bellissima, e all’altrettanto ben riuscita Rocky road to Dublin, cantata dal klan di vampiri.
Ah sì, perché incidentalmente è anche un film horror. E qui cominciano i problemi. Perché al regista Ryan Coogler dell’horror non gliene frega un accidente e si vede. Le sequenze più legate al genere horror sono quelle meno riuscite e quelle in cui la scrittura è meno ispirata, quelle in cui tutto si sfilaccia (boh la sottotrama dei pellerossa cacciatori di vampiri?); e, alla fine, non c’è niente che faccia paura – o almeno ci provi. È chiaro che qui l’horror sia una metafora: il cinema di genere si presta sempre a metafore che permettono una libertà espressiva molto maggiore (non è un caso che negli ultimi anni i prodotti nuovi, non basati su altre IP, siano quasi solo all’interno del cinema di genere), come ci insegna Jordan Peele. Questo di per sé non è un problema, neppure il fatto che la metafora sia piuttosto basicona: i vampiri sono letteralmente dei bianchi membri del Klan che vogliono controllare i neri, espropriandone anche la cultura musicale. Non esattamente una metafora sottile. Ma a differenza della metafora sui denti di Jordan Peele, così urlata da essere quasi una presa in giro allo spettatore bianco medio, che era inserita all’interno di veri horror, con il gusto dell’horror e del cinema di genere, qui sembra che l’orrore serva solo a creare una (fragile) impalcatura per il messaggio. Messaggio bellissimo, sia chiaro! E il film merita di essere visto! Davvero, le due sequenze sopra citate sono da applausi. Ma usare un genere, senza realmente capirlo, non è già un esproprio culturale? Forse proprio per questo sta mettendo d’accordo critica e pubblico. Ma io non voglio essere polemico, sia mai. Però rimango perplesso e non ritengo i 16 Oscar del tutto meritati – ne vincerà comunque molti, come vedremo.

L’altro grande super favorito è One Battle After Another, di Paul Thomas Anderson (PTA da qui in poi, che sto già sbrodolando col testo e poi la Capo mi cazzia perché la SEO non è leggibile). PTA rimane un regista che divide gli spettatori fra coloro che sono innamorati, capiscono al volo quello che vuol dire e come lo dice e quelli che non riescono ad immedesimarsi per nulla nella sua narrazione e nei suoi personaggi, anche in quelli in cui, sulla carta, sarebbe facile farlo (come ai ragazzi di Licorice Pizza). Al netto di questo, One battle after another è davvero un gran film, con una serie di sequenze memorabili (l’inseguimento in macchina), retto sulle spalle di attori mostruosi. Se DiCaprio ormai ha assunto (benissimo) il ruolo del personaggio trasportato dagli eventi (come in Killers of the flower moon, Don’t look up e Once upon a time in Hollywood), sia Sean Penn che Benicio Del Toro sono strepitosi in due ruoli che sembrano cuciti su di loro. Forse l’apice di PTA e il film che maggiormente potrebbe portargli l’Oscar per il quale è sempre candidato e mai premiato.
Bugonia è, di nuovo, la prova che la coppia Lanthimos/Stone funziona alla grande. Non vincerà, ma che gioia per gli occhi! Finalmente Lanthimos torna ai temi cupi dei primi film con una lettura amara e nichilista del pensiero rigido del complottismo, in cui troviamo tutti gli echi del culto MAGA, fino a un finale tanto nichilista quanto straordinario. Davvero un piacere guardarlo, anche quando ti smuove le viscere. Ribadisco, non vincerà, ma poco importa.
Train Dreams, come già detto, è un film piccolo ma molto bello. Non vincerà nulla, ma sono contento che sia qui perché se lo merita. È delicato e racconta la vita di un taglialegna americano lungo il novecento, alle prese con rimpianti e lutti. Il treno, di cui lui costruisce la ferrovia, un ciocco di legno alla volta, è l’emblema del sogno americano, dell’ambizione di rivalsa sociale, ed infine è proprio il macchinario senza scrupoli che si porta via tutti i sogni e tutte le aspettative. Troppo piccolo per vincere, ma guardatelo su Netflix, che in mezzo a tanta spazzatura davvero merita!

E arriviamo infine ai pezzi forti.
The Secret Agent è un film solidissimo, scritto e diretto molto bene, con ottime interpretazioni e grande fotografia ed estetica. Si pone all’interno di un solco di cinema politico, ma riesce ad avere anche un aspetto emozionale molto forte. Unico vero difetto (per gli Academy): non è in inglese e sappiamo quanto i sottotitoli possano togliere voti. Ha ottime chance, invece nella categoria Miglior film in lingua straniera. Proprio questa categoria, quest’anno, contiene forse i film più interessanti e sicuramente quelli maggiormente politici. Come sempre accade, gli Oscars sono un evento politico, che dà anche il polso di come si ponga la cultura nei confronti delle questioni nazionali (leggi Trump) e internazionali. Non è un caso che nella categoria Miglior Film in Lingua Straniera quest’anno ci sia un film iraniano di un regista molto critico verso il regime, un film che parla del genocidio di Gaza, e ancora The Secret Agent, che ha un chiaro messaggio politico sotto la patina da thriller.
Chloé Zhao è una regista molto particolare, che è passata da una bomba come Nomadland ad una visione autorale dell’universo Marvel (Eternals). Il suo film candidato, Hamnet, racconta la storia di Shakespeare vista dagli occhi della moglie e il dramma della morte del figlio. La direzione di Zhao è sempre ottima, in grado di alternare l’umano e il naturale come fossero entrambi protagonisti. In questo caso il film è ulteriormente impreziosito da un’interpretazione straordinaria di Jessie Buckely (premio abbastanza blindato), che mette in campo tutto il suo corpo nel ruolo della madre straziata dal dolore. Il film si conclude poi insistendo sull’aspetto catartico del teatro (e dell’arte tutta), in una scena che è già diventata cult. Ho letto (abbastanza sterili) polemiche sul fatto che Amleto non sia nato solo come risposta alla morte del figlio e mi sento di essere pure d’accordo, sebbene Hollywood ci insegni ormai da una ventina d’anni che il trauma è la causa di tutto (vedi i cattivi moderni della Disney, per capirci, o le riletture dei vecchi cattivi, come Cruella); la colpa è (lasciatemi essere polemico che non lo sono mai!) di un libro, The Body Keeps the Score, che gli sceneggiatori hanno eletto a loro bibbia. È abbastanza evidente che non si possa ridurre tutto al trauma! E il film non lo fa, anche perché segue il trauma e la catarsi personale di Agnes, più che quello di William.

Ho tenuto per ultimo, infine, il film che forse più mi ha colpito di questa stagione degli Oscars: parlo di Sentimental Value, di Joachim Trier. Il regista danese fa con questo film il salto di qualità: rispetto al precedente (The Worst Person in the World, rappresentazione del narcisismo dei millennials), Sentimental Value è molto più stratificato. Con questo film, Trier riesce nella rara impresa di descrivere dei sentimenti complessi, non univoci, sfaccettati, estremamente reali e vivi. Il tutto sostenuto da un cast in stato di grazia, tutti quanti, a partire dalla protagonista Renate Reinsve, per proseguire con la sorella Inga Ibsdotter Lilleaas e ovviamente dal padre, il sempre bravo Stellan Skarsgård. No, non vincerà: troppi sottotitoli, troppe lingue straniere, e forse anche troppa complessità per il mercato americano. Rimane uno dei film migliori dell’anno.
E quindi? Queste previsioni???
Ok, la smetto di fare spataffiate polemiche e mi dedico all’arte della divinazione. Ecco le previsioni!

Miglior film
Togliamo, come detto F1, Frankenstein e pure Marty. Train Dreams è troppo piccolo. Sentimental Value e L’Agente Segreto troppo stranieri. Bugonia troppo Lanthimos. Per tutte le ragioni che abbiamo detto, credo che sia l’anno di One Battle After Another e va anche bene così. In alternativa potrebbe vincere Sinners, con tutte le mie remore, però non sarebbe una brutta vittoria perché comunque è un film con una componente politica e sociale importante.
Chi vincerà: Sinners oppure One Battle After Another
Chi vorrei vincesse: Sentimental Value oppure Hamnet
Miglior regista
Premio abbastanza blindato per PTA, dai che è l’anno buono! Potrebbero esserci delle zampate un po’ a sorpresa, tipo Coogler (non credo) o Zhao? Difficile, io penso.
Chi vincerà: PTA oppure Ryan Coogler
Chi vorrei vincesse: Joachim Trier oppure Chloé Zhao
Miglior attore protagonista
Se fino a una settimana fa avrei puntato tutto su Timothée Chalamet, dopo le sue uscite su balletto e opera non sono più così sicuro. Detto ciò, l’unico vagamente pensabile in alternativa è Wagner Moura, dato che Michael B. Jordan è davvero una delle cose meno riuscite di Sinners. Ma chissà, gli Oscar ci regalano sempre sorprese (e premi senza senso, tipo CODA, cazzo, CODA).
Chi vincerà: Timothée Chalamet
Chi vorrei vincesse: va bene Timothée Chalamet, dai! Oppure Wagner Moura

Miglior attrice protagonista
Premio telefonatissimo per Jessie Buckley e va bene così. Spiace perché Renate Reinsve è un’attrice straordinaria in un ruolo meraviglioso.
Chi vincerà: Jessie Buckely
Chi vorrei vincesse: Renate Reinsve (ma Jessie Buckely mi sta benissimo)
Miglior attore non protagonista
E qua cominciano i problemi. Con la sola eccezione di Jacob Elordi (troppo al di sotto degli altri), le restanti candidature sono tutte notevolissime. I comprimari di One Battle After Another ci regalano due personaggi già scolpiti nella storia, sia il cattivissimo interpretato da Sean Penn che l’adorabile Sensei di Benicio del Toro. Di Stellan Skarsgård abbiamo già parlato, nel ruolo del padre assente della famiglia di Sentimental Value. Aggiungiamo che pur essendo un attore di lunghissimo corso, non ha mai vinto grandi premi; aggiungiamo che dopo un ictus lo scorso anno non riesce più a memorizzare monologhi troppo lunghi. Che gli vuoi dire? Delroy Lindo, come tutti i comprimari di Sinners, è senza dubbio strepitoso nel ruolo del musicista Delta Slim. Scelta difficilissima, questa volta, davvero!
Chi vincerà: Stellan Skarsgård oppure Sean Penn (ci sta)
Chi vorrei vincesse: Stellan Skarsgård oppure Benicio del Toro (sulla simpatia)
Miglior attrice non protagonista
La mia scelta cade su Inga Ibsdotter Lilleaas, ma non vincerà. Vincerà con tutta probabilità Amy Madigan, nei ruolo di zia Gladys e ci sta, perché è già diventata cult. O al massimo Wunmi Mosaku perché, come già più volte detto, i comprimari di Sinners sono tutti tanta roba.
Chi vincerà: Amy Madigan oppure Wunmi Mosaku
Chi vorrei vincesse: Inga Ibsdotter Lilleaas

Miglior sceneggiatura originale
Sentimental Value è troppo più forte degli altri, ma non credo vincerà. Potrebbe vincere Sinners, ma sarebbe un peccato perché la scrittura è proprio uno dei suoi punti deboli. A questo punto, conviene sperare in Un semplice incidente, comunque meglio di Marty Supreme.
Chi vincerà: Un semplice incidente, dai (probabilmente Marty Supreme)
Chi vorrei vincesse: Sentimental Value
Miglior sceneggiatura non originale
Vincerà One Battle After Another, senza grossi dubbi. E va bene. Sceneggiatura tratta da un romanzo folle di Pynchon, adattata al mondo moderno.
Chi vincerà: One Battle After Another
Chi vorrei vicnesse: Hamnet (ma pure One Battle After Another mi sta bene)
Miglior film internazionale
Questo è davvero difficile. I film in gara sono tutti davvero molto belli e significativi. Anche se diventerà un cult (e già lo è), Sirat è forse quello più debole: al netto di grandi punti di forza (spero gli diano il premio per il sonoro), paga ancora una certa acerbità nella scrittura che a un certo punto perde mordente – prima ti spiazza e poi si ripete, ormai senza darti la stessa emozione. Rimane un film notevolissimo.
Gli altri sono tutti film di altissimo livello. E che si portano dietro anche tutto un aspetto politico, che sarà determinante nella scelta del film vincitore. Ora, se i premi grossi venissero dati a Sentimental Value, qui punterei tutto su La voce di Hind Rajab, per almeno due motivi: ha un messaggio, forte, importante e imprescindibile in questo momento (anche se, da quando è uscito, ne sono successe di tutti i colori se sembra che ci stiamo già dimenticando un po’ di Gaza) e lo veicola in maniera molto interessante in termini di resa creativa e cinematografica. Non si limita, cioè, a raccontare una storia già di per sé importante e necessaria, ma per farlo inventa un nuovo metodo, che fonde la realtà con la finzione. Per la prima volta nella storia, le vicende che raccontiamo esistono già in termini audiovisivi: tutto è registrato, ripreso, mostrato. Il film decide di mescolare i piani: gli attori (che ricreano la vicenda) interagiscono direttamente con la voce vera (registrata) delle telefonate fatta dalla piccola protagonista del film; i video che vengono mostrati sono i video reali. Questa commistione fra i piani è molto efficace, ma rappresenta anche una maniera molto innovativa di intendere il cinema, dove i confini fra fiction e documentario si sfumano. [Piccolo reminder per Wim Wenders, il cinema è sempre politica]
Discorso differente per Un semplice incidente che, al contrario, racconta una storia molto bella, con un messaggio importante, ma lo fa in maniera piuttosto didascalica. Questo non le rende un film brutto, sia chiaro, ma non ha quel guizzo che merita di essere ricordato e premiato, secondo me. Forse anche per questo e per il clima politico (è ambientato in Iran, il regista lo ha diretto senza l’approvazione del regime), potrebbe però vincere.
Chi vincerà: L’Agente Segreto o Un semplice incidente
Chi vorrei vincesse: La voce di Hind Rajab

Miglior film d’animazione
Pare che vincerà KPop Demon Hunters, boh non so che dire. Quest’anno non ci sono film particolarmente forte. Avrei preferito La Piccola Amelie.
Miglior colonna sonora
Voto Sinners, facile. Davvero mi stupirei se vincesse qualcun altro (occhio però al comparto sonoro di Bugonia).
Miglior canzone
Vincerà Golden tratta da KPop Demon Hunters e davvero non ha alcun senso. Ovviamente dovrebbe vincere I Lied to You tratta da Sinners, al centro di una delle due scene capolavoro del film.
Miglior sonoro
Se non lo danno a Sirat, davvero non so a cosa serva questa categoria! Il film è nato per questo, si basa tutto sul sonoro ed effettivamente fa un lavoro strepitoso.
Miglior fotografia
Davvero molto belle, quest’anno. Probabilmente vincerà One Battle After Another e va bene così. Vorrei potesse essere il premio di Train Dreams, dato che non vincerà altro.
Miglior montaggio
Direi One Battle After Another oppure Marty Supreme, in entrambi i casi meritato.
Direi che ci fermiamo qui. Come sempre, se vi giocate le nostre previsioni alla SNAI e vincete (sicuro), gradiremmo almeno un aperitivo o una birra. Mi sembra il minimo!

