martedì, Aprile 28, 2026
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Riflessioni su Operazione Shylock di Philip Roth

Era una normalissima giornata di lavoro di fine marzo finché sulla scrivania non mi è piovuto, quasi letteralmente, un pacco sigillato di Adelphi, che da lì in avanti avrebbe risucchiato tutta la mia concentrazione. Scartato con discutibile abilità il pacco, ho trovato la super anteprima di Operazione Shylock di Philip Roth, storico romanzo del 1993, tornato in libreria proprio ad aprile 2026 in una nuova edizione, con la prefazione di Emmanuel Carrère e la traduzione di Ottavio Fatica.

Premessa editoriale doverosa: Adelphi ha acquisito i diritti di Roth da Einaudi nel 2024, dopo una lunga trattativa, e da allora sta ripubblicando l’opera omnia dello scrittore americano a un ritmo di due o tre titoli l’anno (in tutto sono ventisette romanzi: fatevi due conti…). Io personalmente spero che il prossimo sia Pastorale americana, ma chi può dirlo? L’operazione è partita dal capolavoro-manifesto, Portnoy (come biasimarli!), che è anche quello che ha acceso i riflettori su Roth nel 1969, e continua ora proprio con Operazione Shylock. E non è da meno, anzi. A dirla tutta, dal canto mio, ha disintegrato la pila di libri che tenevo sul comodino: tutto il resto è finito in stand-by.

A tradurlo questa volta è Ottavio Fatica, che raccoglie il testimone dalla storica traduzione einaudiana di Vincenzo Mantovani (1993) e che, intervistato dal Corriere, ha definito Operazione Shylock un “triplo salto mortale”: immagine perfetta per un romanzo che chiede a chi lo traduce, ma secondo me anche a chi lo legge, una sorta di equilibrio acrobatico tra registri, voci, strati di realtà che continuano a franarsi addosso.
In ogni caso, la traduzione è strepitosa!

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Possiamo dirlo? Lo diciamo: in Operazione Shylock ci si perde.
Non certo in senso negativo, non c’è giudizio in questa visione labirintica, ma è un fatto e anche un mio personale avvertimento a lettrici e lettori.

Del resto Roth non è mai stato tipo da mezze misure. In questo romanzo decide addirittura di sdoppiarsi, piazzandosi davanti un altro Philip Roth! Identico, fastidioso, sorprendente… e ovviamente rivale. Da lì costruisce un congegno narrativo che tiene insieme politica, traumi, Gerusalemme, collasso/delirio psichico e perfino un umorismo brillante e tagliente! Il tutto condensato in 450 pagine circa.

Carrère, nella prefazione, lo definisce “un libro infernale” e lo colloca al vertice della produzione rothiana. Più lo leggi, più capisci perché.

Il romanzo, tra l’altro, si basa su fatti parzialmente reali e questo ha già dell’incredibile di per sè. Alla fine degli anni ’80, Philip Roth, infatti, pare abbia sofferto di un grave esaurimento nervoso, accompagnato da insonnia cronica, provocato dagli effetti collaterali dell’Halcion, farmaco indicato per l’insonnia grave. Anche il suo viaggio in Israele nell’estate del 1988 per intervistare per il New York Times lo scrittore Aharon Appelfeld pare sia vero, così come vero fu il processo a John Demjanjuk, il pensionato ucraino estradato in Israele e accusato di essere stato “Ivan il Terribile” a Treblinka. Tutto reale.

È da quel viaggio, in piena Prima Intifada, che nascerà Operazione Shylock. Ed è in questo contesto che Roth inventa la narrazione delle narrazioni: scopre quasi per caso che un impostore si sta spacciando per lui, dopo avergli rubato sembianze e nome per qualche losca ragione.

Si scoprirà poi, solo dopo plurimi confronti de visu, che il “falso Philip Roth” aveva un obiettivo preciso: andare in giro a predicare il “diasporismo”, una teoria apparentemente folle, cioè che gli ebrei ashkenaziti dovessero tornare in Europa, per scampare a un nuovo Olocausto. Una sorta di contro-esodo, potremmo dire. A questo sosia Roth affibbia un soprannome che da solo vale il libro: Moishe Pipik. Letteralmente: Mosè Ombelico.

“Philip Roth! Il vero Philip Roth… dopo tutti questi anni!”

Carrère, che ha scritto la prefazione per Adelphi da Gerusalemme Est, nel gennaio 2026, cioè pochi mesi fa, durante un reportage, in una città che oggi significa qualcosa di molto diverso da quello che significava nel 1988, prova a mettere un’etichetta su questo strano oggetto letterario, e di fatto ammette che l’etichetta non esiste:

“I libri la cui trama autobiografica è invece contaminata dall’invenzione, i libri il cui autore, senza smettere di essere sé stesso, agisce sotto il proprio nome in una realtà parallela, sono di fatto piuttosto rari.”

Ecco. Operazione Shylock appartiene a questa specie rarissima. Non è fiction, non è autobiografia (“sa soltanto quello che non è”, direbbe qualcuno, semicit.): è Roth che abita, come se stesso, un universo parallelo in cui c’è un altro se stesso che lo rovina.

E l’assurdo viene dal fatto che stai leggendo, nel 2026, un libro scritto nel 1993 ambientato nel 1988, quasi quarant’anni fa, che sembra parlare di OGGI con una precisione che disturba o, quantomeno, lascia senza parole.

La trama fermiamola qui, perché raccontarla oltre sarebbe un’impresa impossibile.

Quello che posso dirvi è cosa fa, questo romanzo. È un thriller paranoico, non saprei come meglio descriverlo. Ti disorienta. Ti fa ridere (come sempre se si tratta di Roth). Ti fa venire voglia, ogni tanto, di abbracciarlo – fisicamente, intendo – perché lo vedi lì, sull’orlo, che usa la scrittura come unico argine contro il proprio sbriciolamento.

C’è un passaggio, in mezzo al romanzo, in cui Roth, reduce da un incontro estremamente teso con un vecchio amico palestinese, si ritrova di notte su una strada buia verso Gerusalemme, e si sorprende a pensare:

“Non mi capacitavo di questo breve congedo che mi ero preso non soltanto dal buonsenso ma dalla mia vita: era come se la realtà si fosse fermata e io fossi sceso per fare quello che avevo fatto e ora venissi riportato lungo queste strade buie verso il punto dove la realtà mi stava aspettando per risalire a bordo e rimettermi a fare quello che facevo prima. Ma io ero presente?”

Ma io ero presente? È la domanda che più ha senso ripetersi leggendo il libro, sintetizzando il concetto di “doppio”.

Ed è la stessa domanda che Roth si pone ogni volta che si siede a scrivere, come confessa in una delle pagine più belle:

“…invece, per salvaguardare quel poco che mi restava di equilibrio, come ho sempre fatto in vita mia davanti a uno scrittoio, su una sedia, sotto una lampada, a dare corpo alla mia singolare esistenza nel modo più stabilizzante che conosca, a domare temporaneamente con una sfilza di parole l’indocile tirannia della mia incoerenza.”

C’è una dichiarazione di poetica dentro quella frase, e ti arriva addosso come uno schiaffo: la scrittura come tecnica di sopravvivenza. L’unica diga contro l’“indocile tirannia” di essere, ogni giorno, un essere umano incoerente. Come tutti noi, verrebbe da aggiungere…

Il cuore filosofico del libro, però, a mio avviso lo si trova qualche capitolo più in là, quando Roth, tornato a casa, smarrito, con le prove concrete dell’esistenza di Pipik sparse sullo scrittoio, si arrende a un’intuizione vertiginosa:

“Le buste e il loro contenuto mi rammentano che la spettrale e demenziale apparenza era, di fatto, il marchio stesso della sua indiscutibile, vivida realtà e che, quando la vita meno somiglia a quanto dovrebbe somigliare, forse allora è più che mai simile a ciò che dovrebbe essere, qualunque cosa sia.”

Ecco. “Quando la vita meno somiglia a quanto dovrebbe somigliare, forse allora è più che mai simile a ciò che dovrebbe essere, qualunque cosa sia”. 

Per me, Operazione Shylock è tutto qui: il delirio come forma più alta di verità, il doppio come strumento per interrogarsi su questioni enormi: che posizione si prende di fronte al sionismo senza se e senza ma? È possibile avere dei ripensamenti? Si può essere ebreo, scrittore, americano, e non sapere più da che parte stare?

Prima di Roth anche altri grandi (penso a Mordecai Richler) si erano posti domande simili, ma erano rimasti sul terreno del reportage. Roth su questa questione costruisce un romanzo, ironico e paranoico; oggi verrebbe da dire “metanarrativo”, e ci mette dentro se stesso come cavia.

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Se vi state chiedendo da dove cominciare con Roth, probabilmente questo non è il posto giusto. Le considerazioni sul conflitto israelo-palestinese, sul sionismo, sulla storia della diaspora ebraica sono dense e a tratti persino prolisse.

Ma se con Roth un po’ di strada l’avete già fatta, o se semplicemente avete voglia di un romanzo che disorienti, che faccia ridere e tremare nella stessa pagina, che rimetta in discussione cos’è l’identità, allora mettete anche voi in stand-by la pila sul comodino.

Matita alla mano, che a Carrère farà piacere.

Pipik vi aspetta.




Titolo | Operazione Shylock. Una confessione
Autore | Philip Roth
Prefazione | Emmanuel Carrère
Traduzione | Ottavio Fatica
Casa Editrice | Adelphi
Anno | 2026 (ed. orig. 1993

Francesca Bianchi
Francesca Bianchi
Crede nelle affinità elettive e nel silenzio di prima mattina. Ha un debole per i cinema all'aperto, per i punti elenco e per Milano. Nella vita reale si occupa di sanità, ma SALT le fa battere il cuore.
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