ph. Seamus Murphy

Samar scrive la parola mandorlo, scrive la parola ulivo, scrive macerie, sapone, uccellino, Siria, bombardamento, albero in fiore. Scrive per raccontare, e raccontare vuol dire non lasciateci esistere da soli. 

Della Siria io non so nulla: so collocarla sulla carta geografica stropicciata, appesa sulla testiera del letto; so che c’è la guerra – però non so cosa voglia dire guerra. So che esiste un regime, che è amico di qualcuno e nemico di qualcun altro, e so che esistono dei ribelli, e che sono di tante specie diverse – ma non so cosa vogliano dire regime ribelli, e non capisco chi sia amico o nemico di chi, per quanto tempo e per quali ragioni. So anche che in Siria ci sono moltissimi ulivi, come nella terra dei miei nonni, la Puglia, e mi domando se questo le renda due terre simili: ma mi domando anche se oggi, in Siria, gli ulivi ci siano ancora.

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 « Il villaggio di Jerada si trova nella provincia di Maarat al-Numan, un toponimo che indica il termine arabo per papavero (shaqa’iq an nu’man). I fiori scarlatti spuntavano tra i cumuli di rovine romane, un tappeto rosso che si estendeva fin oltre la zona archeologica, lasciando intravedere il villaggio di Rawiha sullo sfondo. Case in pietra si ergevano qua e là tra le tombe romane, come minuscoli palazzi. Dopo aver superato un altro check-point, incrociammo una donna con tre bambini; scoprii che da queste parti la gente tirava avanti allevando pecore e coltivando ulivi. La terra era di un rosso acceso e dal suolo affioravano grosse rocce. »

Samar Yazbekgiornalista e scrittrice siriana impegnata contro il regime di Bashar al-Assad – scrive un romanzo-saggio per lasciare traccia, per lasciare testimonianza: per “mutuare l’orrore in parole da consegnare al mondo”.

Passaggi in Siria è il racconto autobiografico dei suoi tre ritorni illegali in Siria, dall’agosto del 2012 all’agosto successivo: dopo essersi trasferita in Francia per sfuggire alle persecuzioni del regime, decide di tornare a casa clandestinamente, per rivendicare il significato di patria e di responsabilità, per rifiutare l’esilio, per mostrare lo squarcio al mondo.

Il risultato è un reportage di guerra – un punto di incontro fra il romanzo il saggio e l’autobiografia – che racconta la Siria partendo dal centro, dal cuore, dal suo intestino. Ne mostra il caos, la distruzione, e cerca di fare chiarezza. Ma, soprattutto, cancella i confini e le distanze, con una strisciata di piede: perché la letteratura racconta l’uomo – non la grande Storia la geopolitica la strategia militare, che pure è necessario siano raccontate. La letteratura racconta l’uomo, in carne e ossa – nella sua piccola carne e nelle sue fragili ossa: nella sua vita quotidiana, nel suo linguaggio quotidiano, nel suo coraggio e nella sua paura che sono quotidiani – e tesse un racconto che tutti possiamo istintivamente capire, ascoltare davvero, al quale possiamo partecipare.

« “Un giorno gli uomini di Bashar sono venuti per darsi alle razzie, tutti insieme: soldati, polizia segreta e shabiha, le milizie armate” disse una donna seduta in un angolo con i figli ammassati tutt’intorno. “Sono arrivati con un camion carico di munizioni e hanno iniziato ad ammazzare la gente, poi sono ripartiti con il camion pieno zeppo delle cose che ci hanno rubato. Uccidono i nostri figli e svaligiano le nostre case…ma per quale ragione hanno dovuto aprire il mio armadio e gettare tutti i miei vestiti nel cortile, pulendocisi il culo e pisciando nei nostri bicchieri? Non hanno risparmiato neanche il mio vecchio abito da sposa. Era imbrattato di merda”.»

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Io della Siria non so nulla: e quando non so nulla tento con tutte le mie forze di stare in silenzio. Cerco quello che vorrei saper dire nei libri, lo chiedo alla letteratura: che si spendano, si versino, si disfino, si costruiscano, si scialacquino, si annaffino continue parole sincere. La letteratura, per me, serve a questo: a dare voce, a comunicare quando non c’è altro modo, a salvare la vita dalla dimenticanza, e dalla censura. E allora io dico letteratura, e consiglio un libro. Questo libro: che racconta di uomini, di Siria, di guerra, di vita quotidiana, che somiglia alla nostra o dovrebbe somigliarci: che, quando poi inizierà il tg, ci farà voltare di scatto come se stessero raccontando qualcosa di nostro, che conosciamo che ci appartiene, che ci riguarda.

Samar Yazbek scrive la parola mandorlo, scrive la parola ulivo, scrive macerie, sapone, uccellino, Siria, bombardamento, albero in fiore. E scrivendo racconta, e raccontando vuol dirci non state esistendo da soli, non lasciateci esistere da soli. 

« Corsi alla finestra, il cielo all’orizzonte era rosso, e riconobbi la guerra in cui avevo troppo presto imparato che non si rinasce più a primavera. E pensai che in quel momento, nel resto del mondo, la polemica infuriava sui trapianti del cuore: la gente, nel resto del mondo, si chiedeva se fosse lecito togliere il cuore a un malato cui restano dieci minuti di respiro per darlo a un altro malato cui restano dieci mesi di vita, qui invece nessuno si chiedeva se fosse lecito togliere l’intera esistenza a un intero popolo di creature giovani, sane, col cuore a posto. E l’ira mi avvolse penetrandomi sotto la pelle, bucandomi fino al cervello, e promisi di scrivere questa incoerenza, e da questa incoerenza crebbe un diario per te, Elisabetta. Tu che non sai perché rido così forte quando rido, e piango così fitto quando piango, e mi accontento di così poco quando mi accontento, ed esigo tanto quando esigo. Tu che non sai come la vita sia molto più del tempo che passa fra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore, su questo pianeta dove gli uomini fanno miracoli per salvare un moribondo e le creature le ammazzano a cento, mille, un milione per volta.» Niente e così sia, Oriana Fallaci

ph. Seamus Murphy

 

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Titolo | Passaggi in Siria

Autore | Samar Yazbek

Casa editrice | Sellerio Editore Palermo

Anno | 2017

Pagine | 340

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