La cultura come resistenza in una Sarajevo che brucia

La cultura come resistenza in una Sarajevo che brucia

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Cosa ne è di un’università quando i suoi professori e studenti si trovano, ad un tratto, sotto al fuoco incrociato? Cosa ne è di aule e biblioteche dopo mesi – dopo anni – di bombardamenti e cecchini, di assenza d’acqua e riscaldamento? Chi ne anima le discussioni una volta interrotte le reti di trasporti e colmata l’aria di sospetto e paura?
Jean-Louis Fournel, professore ordinario di Cultura del Rinascimento Italiano a Paris 8, non sembrerebbe forse l’uomo più adatto per rispondere a queste domande. Parte di quella prima generazione di francesi che della guerra non aveva mai fatto esperienza diretta, nemmeno da bambino, Jean-Louis avrebbe potuto passare una vita intera nell’ovattato mondo accademico d’Oltralpe.

Ma, giunte in Francia le notizie dell’assedio di Sarajevo (che sarebbe poi diventato l’assedio più lungo dopo la seconda guerra mondiale) nel 1993 Jean-Louis e qualche collega decidono di prendere un’iniziativa non scontata, all’ombra del non-interventismo del presidente francese Mitterand e della pesante, storica amicizia diplomatica tra Francia e Serbia: fondare una piccola associazione – il Comité Paris 8 ex Yugoslavie. L’idea? Quella di rispondere alle angoscianti notizie dai Balcani facendo quello che sapevano fare meglio: gli accademici.

Nasce così la storia di uno scambio internazionale tra Paris 8 e l’Università di Sarajevo che sfida le difficoltà di un assedio sanguinoso per sostenere una forma di resistenza squisitamente culturale nel cuore della Bosnia. Oggi, Jean-Louis – che a Sarajevo era anche quando sono stati firmati gli accordi di Dayton – ce lo racconta.

Cosa facevate, concretamente, per aiutare l’università di Sarajevo?

Abbiamo cominciato creando una rete di contatti per mettere in moto delle soluzioni più pratiche con tre direzioni fondamentali. 

Una era quella di mandare libri e riviste perchè molto era stato distrutto, durante l’assedio, dai bombardamenti. C’era stata la cessazione di diffusione delle riviste, ovviamente, in periodo di guerra. Abbiamo allora cominciato a comprare e a farci regalare libri ed abbonamenti a riviste per l’università di Sarajevo: mandavamo poi i libri tramite i rifornimenti all’esercito francese, con le truppe che partecipavano alle operazioni dell’ONU. 

Il secondo indirizzo di lavoro è stato quello di dichiarare la nostra disponibilità e trovare i mezzi per accogliere i colleghi che riuscivano ad uscire dalla città per qualche settimana, un mese… A volte riuscivano ad uscire grazie all’aiuto delle forze internazionali, ma a volte riuscivano ad uscire con mezzi propri, ad esempio tramite il tunnel che passava sotto alla pista dell’aeroporto. Arrivavano in Europa occidentale per far un po’ di “tournée” e sensibilizzare rispetto alla causa bosniaca, ma venivano anche per poter tirare un sospiro, per riposare. Noi cercavamo di trovare loro un alloggio e i mezzi perchè potessero vivere tranquillamente per quelle poche settimane visto che erano chiaramente sprovvisti di tutto: vivere a Parigi due, tre settimane e viverci decentemente senza essere umiliato costa.

La terza cosa era l’idea di mandare persone lì, sapendo che una buona parte dei colleghi a Sarajevo erano andati via, erano stati uccisi…era una situazione tremenda. La nostra idea iniziale era molto ambiziosa: volevamo coprire tutti i campi della scienza che venivano insegnati all’Università di Sarajevo. Ci siamo poi accorti che realisticamente dovevamo concentrarci su un campo particolare – che era quello delle lingue e letterature straniere.

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L’università di Sarajevo, oggi.
Cosa si diceva in Francia, allora, della guerra nei Balcani?

In Francia allora si parlava dei belligeranti come se le due parti fossero uguali. Abbiamo dovuto spiegare che no, non era una guerra in cui i due campi sono paritari nè una guerra in cui tutti si comportavano allo stesso modo. Non è una guerra tra barbari che stanno ai nostri confini e di cui non ci dobbiamo preoccupare.

I valori difesi dagli uni, poi, non erano gli stessi difesi dagli altri. Uno degli strumenti dei nazionalisti serbi e quelli croati era la pulizia etnica, l’omogeneizzazione delle popolazioni. Questo, per noi, era completamente contrario ai valori in cui credevamo – ai valori della repubblica. 

Uno dei motivi per cui migliaia di persone, oltre a noi, in Francia hanno deciso di formare quella rete di gruppi di supporto alla Bosnia è che effettivamente migliaia di persone hanno capito che questa era una causa universale. Avevamo uno slogan per dire questo.

Dicevamo Là-bas, c’est ici. Di là, è come qui. Ciò che loro difendono lì, sono valori che noi difenderemmo qui. 

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Il quartiere di Grbavica nel 1996.
Quand’è stato a Sarajevo la prima volta?

La prima volta che sono andato lì era durante l’assedio. Era nel mese di ottobre del 1994 .

Com’era?

Sono stato lì per una settimana grazie all’esercito francese, che aveva accettato di portare qualche quadro di associazioni non governative con uno dei suoi voli di rifornimento – che non sono certo aerei di linea. C’era anche un posto per noi. 

Era il mio primo contatto con la città, e anche la mia prima esperienza bellica. Non dimenticherò mai il momento in cui siamo scesi dall’aereo… Ci avevano dato un casco ed un giubotto antripoiettile e hanno detto “ora correte fino a quei sacchi di sabbia laggiù”, quelli che proteggevano l’ingresso dell’aeroporto. Fai così l’esperienza della guerra: la possibilità di essere ferito, di avere a che fare con l’uso delle armi. 

Intendiamoci, non vedo nessun eroismo in questo – è solo un’esperienza diretta. Non a caso, quando accettavano di portare i civili con i loro voli, erano momenti che ritenevano più tranquilli – il che non significava che non ci fosse nessun pericolo, ovviamente dovevi stare attento a dove attraversavi, stare lontano da certe zone, gli sniper continuavano a sparare…  E poi, la differenza fondamentale tra noi e i nostri amici di Sarajevo è che noi sapevamo che dopo una settimana tornavamo a casa, che avevamo un posto su un aereo per riportarci a Parigi.

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Un distretto di Sarajevo distrutto durante l’assedio, 1997, Hedwig Klawuttke
Quali erano le difficoltà più grandi che ha incontrato?

Una delle caratteristiche principali della nostra esperienza era sicuramente la difficoltà ad organizzare qualsiasi cosa in una città assediata, dove è sempre problematico far arrivare chicchessia, in cui le persone non hanno soldi, non hanno da mangiare – o, più esattamente, hanno da mangiare ma soltanto della roba di scarto, cose indecenti che permettevano loro solo di non morire di fame. E poi, una città in cui non c’era sempre il gas e non c’era mai l’acqua. Forse quello che mi ha colpito di più è quest’assenza di acqua: è una delle cose più umilianti che una persona possa vivere, il non avere acqua in casa in una casa che è prevista per avercela, l’acqua. Ti accorgi in questi casi che puoi arrangiarti benissimo a vivere senza luce, quando non fa troppo freddo puoi anche fare a meno del gas, ma l’acqua no

D’altra parte, però, ho incontrato delle persone straordinarie che erano state cambiate dalla guerra – avevano una forza d’animo impressionante. Molto semplicemente, senza eroismo, senza lirismo, RESISTEVANO senza neanche chiamare questo resistenza: era solo esistere, per loro, un altro giorno. Ma questo esistere diventava una resistenza, aveva un carico poetico, se non politico.

Quando tocchi con mano questo tipo di esperienza, la scala delle tue priorità nella vita viene mossa. Alcune cose che ti sembrano fondamentali nella tua esistenza diventano secondarie. Ti sembrano irrisorie. Non a caso, questa guerra ha riorganizzato completamente la mia vita. 

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E l’università?

Se lei guarda una mappa della città, gran parte delle facoltà si trovavano sulla linea di fronte, quindi era molto pericoloso andarci con i bombardamenti frequenti. Questo vuol dire che gran parte dell’università è stata distrutta e che quel che rimaneva dell’università ha potuto esistere con soluzioni molto pragmatiche: la gente faceva lezione a casa, in cantine, in spazi che si ritagliavano da una parte o dall’altra in zone meno pericolose di altre.

Riesce molto complicato, poi, insegnare quando gli studenti e gli insegnanti fanno fatica a raggiungere il posto dove si dovrebbe insegnare. Durante l’assedio il tram non c’è più, gli autobus non ci sono…e Sarajevo è una “città strada”, una città che corre lungo 20km di linea retta che va dall’aeroporto alla biblioteca. Ho fatto lezione a delle studentesse che si erano fatte 5, 6 kilometri a piedi per ascoltare la lezione.

Poi deve immaginare ciò che vuol dire tenere un corso in uno stabile dove non c’è più il riscaldamento, soprattutto in una città fredda d’inverno come Sarajevo. Ricordo di aver fatto lezione in aule dove c’erano tra gli 0 e i 5 gradi: non vivi la lezione allo stesso modo in queste circostanze. Ogni quarto d’ora o venti minuti ti devi fermare, la gente deve andare a fumarsi una sigaretta, a battere i piedi per terra per riscaldarsi…

Allo stesso tempo, l’università è centrale e marginale. Centrale perchè diventa simbolicamente una resistenza culturale, ma marginale perchè ovviamente in una logica di guerra diventa un po’ irrisorio insegnare la letteratura francese del ‘700.  Entrambe le visioni sono legittime, si incrociano, si intersecano e con questa convivenza devi fare i conti. 

Il musicista bosniaco Vedran Smailović suona il violoncello tra le rovine della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, 1992.
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