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I nostri ultimi giorni selvaggi | Un thriller tra paludi, alligatori e segreti

Cucina casalinga! Specialità: bistecca di alligatore! Buona da restarci secchi!

Immagina un posto dove le strade finiscono nella palude e il caldo sembra succhiarti il sangue. L’aria sa di acqua stagnante, plastica bruciata e caffè cattivo. Gli insetti ronzano come elicotteri e, se metti un piede nel posto sbagliato, potresti ritrovarti a fissare negli occhi un alligatore.

Benvenuti a Jacknife, Louisiana. Non esattamente il luogo dove si va a cercare una seconda possibilità. È il genere di posto dove tutti conoscono tutti. E dove, proprio per questo, quasi nessuno dice mai davvero la verità. Qui è cresciuta Cutter Labasque, con le nocche sbucciate e il sangue dei rettili sotto le unghie. Qui è ambientato I nostri ultimi giorni selvaggi di Anna Bailey.

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Il romanzo si apre con una corsa nel bosco. Una tredicenne scappa tra gli alberi perché ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. È un inizio rapido e nervoso, pieno di cattivi presagi. Poi arriva la notizia che dà il via a tutto: Cutter, a faccia in giù nell’oscurità fangosa di un acquitrino. Una fine triste ma prevedibile per una donna difficile, problematica, fuori posto. Caso chiuso. Ma non per Loyal May.

Non esiste niente di paragonabile. Il silenzio che cala sul mondo quando c’è un alligatore in agguato.

Loyal era la migliore amica di Cutter. Poi qualcosa si è rotto: una lite, un tradimento, un articolo pubblicato sul giornale locale che ha esposto la famiglia Labasque al pregiudizio della città. Dieci anni dopo Loyal vive a Houston e lavora come giornalista, lontana anni luce dalla palude. Finché non deve tornare a Jacknife per assistere la madre, colpita da una malattia degenerativa.

Quando scopre che Cutter è morta, il senso di colpa ricomincia ad affondare i denti, e la versione del suicidio non le basta. I Labasque, del resto, non sono mai stati ben visti da nessuno: “Gente che morde, che beve, che va a caccia di serpenti”, tre fratelli cresciuti tra i bayou, dove l’acqua stagnante e gli alligatori fanno parte della vita quotidiana, e gli affetti lasciano i lividi.

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Dewall, il maggiore, inquietante e taciturno, si muove ai margini della legalità insieme ai Ragnarok Boys, un gruppo poco raccomandabile. Beau, il più giovane, è tossicodipendente. Cutter era la più dura dei tre: un fascio di nervi con gli anfibi infangati e la reputazione di chi non si lascia mettere i piedi in testa.

Il figlio dello sceriffo lo sa bene. Anni prima, aveva allungato le mani sotto alla maglietta della sedicenne Cutter, e lei gli aveva quasi staccato un dito a morsi. Da allora, a Jacknife, tutti hanno imparato a starle alla larga. E ora che è morta, nessuno sembra avere molta voglia di capire davvero perché.

Così Loyal comincia a indagare insieme al collega Sasha, inseguendo piste che la portano sempre più in profondità nei canali e nei segreti della città, tra fischi nel buio e la sensazione costante di essere osservati. Quello che emerge è un mondo molto più torbido delle acque del bayou: traffici di droga, corruzione, gruppi neonazisti, suprematisti bianchi che ricordano da vicino quelli che il 6 gennaio 2021 hanno assaltato il Campidoglio. E poi famiglie distrutte, povertà cronica, segreti lasciati marcire per anni.

La trama costruita da Anna Bailey è fitta, avvolgente. Si espande come il kudzu, la pianta rampicante che nel romanzo ricopre ogni cosa: case, alberi, recinzioni. Un verde che sembra voler strangolare lentamente tutto ciò che incontra. Jacknife diventa così il ritratto di un certo Sud degli Stati Uniti, quello che negli ultimi anni ha trovato nuova voce nel clima politico trumpiano: un’America rurale fatta di rabbia, sospetto, armi e decadenza.

… dove i bayou e i canali scorrono silenziosi tra gli alberi, e gli spiriti buoni e cattivi, camminano a quattro zampe.

Eppure il vero cuore del libro non è l’indagine: è il paesaggio.  Bailey ha un talento raro per la scrittura sensoriale. Il caldo sembra uscire dalle pagine. Si sente l’odore chimico dell’acqua contaminata dalla fabbrica di plastica che inquina i canali. Si percepisce il fruscio degli insetti e il movimento lento degli alligatori sotto la superficie.

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Il bayou è molto più un’ambientazione: è una presenza viva. Un posto dove la natura è insieme rifugio e minaccia. Dove le leggende non sono mai troppo lontane: nei boschi si parla ancora del rugaru, il licantropo della tradizione cajun, e nelle acque torbide qualcuno giura di aver visto un gigantesco alligatore albino, come un Moby Dick delle paludi. A Jacknife il confine tra realtà e mito si fa sottile e il paesaggio non si limita a evocare i fantasmi, ma li crea.

I nostri ultimi giorni selvaggi è tecnicamente un thriller, ma la definizione va un po’ stretta. Il ritmo è incalzante e i plot twist non mancano, ma il mistero sulla morte di Cutter è solo l’innesco. Quello che interessa davvero all’autrice è raccontare una comunità che sta lentamente marcendo, come le acque stagnanti che la circondano. Tra cacce agli alligatori, faide familiari e indagini giornalistiche, Bailey sembra molto più interessata alla vita vera che al semplice meccanismo del giallo.

Quella vita brutale, selvaggia e disordinata che continua a scorrere anche quando qualcuno muore, qualcuno mente e qualcuno prova disperatamente a capire cosa sia successo davvero. Come l’acqua dei canali, che continua a muoversi lenta sotto la superficie torbida, portandosi dietro tutto ciò che incontra.

Titolo | I nostri ultimi giorni selvaggi
Autore | Anna Bailey
Casa editrice | Feltrinelli
Anno | 2025

Silvia Cannas Simontacchi
Silvia Cannas Simontacchi
Da grande vuole fare la giornalista, anche se in teoria lo è già. Acquario di segno, bionda per natura, ama i cani, i romanzi horror e il pad thai. Perennemente in bilico tra accessori leopardati e sciarpe dell’Inter. Ama i viaggi, odia i trolley.
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