Amani El Nasif – Informare per (r)esistere

Amani El Nasif – Informare per (r)esistere

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“Quando ero in Siria le persone che mi picchiavano erano persone che non avevano mai letto un libro”

“La scrittura era una terapia. E se aveva quell’effetto per me poteva averlo anche per altri”

Parla con scioltezza, Amani. Con una convinzione che spiazza. Ecco, Amani non è una scrittrice. Non è nemmeno un’intellettuale. Amani è semplicemente una donna che ha avuto un coraggio che pochissime altre e pochissimi altri hanno o avrebbero.

Amani è siriana e vive a Bassano Del Grappa, in Veneto, da quando aveva tre anni. Un’adolescenza come tante, un lavoretto e l’amore per Andrea. A 16 anni però, con la scusa di un errore anagrafico da correggere sul passaporto, la famiglia la porta in Siria per qualche tempo. E’ lì che le sale il sospetto, concretizzatosi poi qualche settimana dopo, che in realtà l’avevano trascinata lì per darla in sposa a un cugino. 

Amani è testarda e subisce botte, reclusione, velo e sedativi. Diventa come uno schiava. La fanno ingrassare 13 chili per “valere” di più. Ma agli occhi dei suoi carnefici sfugge un telefono che nasconde sotto il reggiseno per chiamare di nascosto Andrea. E’ grazie all’aiuto di un professore che riesce a tornare in Italia ed essere quello che è oggi. Una donna di 26 anni e una mamma che ha avuto coraggio. Un coraggio che racconta in un libro pubblicato nel 2013: SIRIA MON AMOUR. Ed in un nuovo volume in arrivo a fine anno.

Amani ci tiene a dire che non è una scrittrice, appunto. Fa la marketing coordinator, ma nel tempo libero ha una sola missione: quella di fare della cultura un mezzo per raccontare, insegnare e prevenire. Ha una voce entusiasta. Quell’entusiasmo di chi della vita è innamorato follemente.

Cosa hai sentito quando sei rientrata in Italia?

Ho compiuto 18 anni un mese dopo il mio rientro. Il giorno del mio compleanno me ne sono andata di casa e sono andata a vivere con Andrea. Da lui sono stata per un anno e mezzo. In silenzio. Vivevo completamente scollegata dal mondo. Vivevo il mio essere stata segnata. Ma soprattutto vivevo l’assurda sensazione che lo stare segregata nella libertà italiana fosse già una conquista sufficiente. Avevo provato la privazione di tutto. E indossare dei jeans e una maglietta mi sembrava già una figata unica (sic). 

I luoghi della prigionia siriana.
I luoghi della prigionia siriana.

Cos’è che ha dato una svolta alla situazione?

Andrea era diventato più ossessivo di me. Era prigioniero della paura di perdermi e io ero nuovamente prigioniera. Avevo intravisto la libertà e la volevo tutta. La svolta è stata quando ho capito che quei 399 giorni in Siria dovevano avere un senso per la mia vita e un senso per gli altri. Quando ho capito che dovevo avere rispetto per la battaglia che ho combattuto là. Ho lasciato Andrea, quindi. E mi sono man mano ritrovata. 

Come hai capito che volevi arrivare alle vite degli altri con la tua storia?

Avevo provato il silenzio totale. Alla gente non raccontavo niente di quello che avevo visto. Poi man mano ho capito che le storie come le mie erano tante anche in questo Paese e tutte finivano sempre male. Volevo trasmettere una possibilità di riscatto e speranza alle persone che hanno vissuto situazioni come le mie senza riuscire a liberarsene. Io non ho avuto la fortuna di essere aiutata da una storia che già conoscessi. Ero nel deserto della Siria rurale senza telefono e soccorsi. Mi sono arrangiata da sola. 

E come sei arrivata alla scrittura?

Tenevo un diario. Scrivevo tantissimo. Sentivo che scrivere mi consentiva anche di essere volgare. Potevo raccontare ogni dettaglio subito senza imbarazzo. La scrittura era una terapia. Eccola la mia svolta. Ecco dove ho capito che se la scrittura aveva quel potere per me poteva averlo anche per gli altri. Lavoravo in un bacetto ed ero sola al mondo. Lì ho incontrato la madre della mia migliore amica delle elementari: una giornalista. Lei mi ha spinto alla forma del libro. Quella per me non era “una storia”. Era la mia vita…ed era tutto già scritto.

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Cosa è cambiato da allora?

Posso risponderti dicendo che cosa ho provato trovandomi davanti a migliaia di ragazzi a parlare di quello che avevo vissuto. Lì ho capito che avevo lasciato qualcosa. Una curiosità infinita di scoprire. Perché non ero “la scrittrice che arriva e vuole promuovere un prodotto”. Ma una ragazza come voi che ha avuto un’esperienza terribile e la fortuna di poterla raccontare. 

E per farlo ho capito che l’unico mezzo era quello della cultura nel suo mezzo principale. Un libro. 20160610_132118

Nelle scuole racconti l’orrore che hai visto e che hai provato. L’importanza del riscatto. Del fuggire le violenze Che ruolo ha la cultura nel messaggio che stai cercando di far passare?

Ha un ruolo fondamentale. E’ il principio ed è il tutto. Tutto dipende dalla cultura! Quando ero in Siria le persone che mi picchiavano erano persone che non avevano mai letto un libro. Non avevano mai studiato. Non avevano mai saputo o capito, leggendo, cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Si erano fatti una cultura a modo loro: con la violenza.

E’ grazie alla cultura che sono riuscita a fuggire. Ad aiutarmi, infatti, è stato un professore. Un uomo colto. Un uomo che aveva letto della libertà in cui ero cresciuta. 

Hai combattuto 13 mesi per la tua libertà. 399 giorni. Poi l’Italia…

Anche qui continuo a combattere. Quando vado nelle scuole e incontro ragazze e ragazzi. Li vedo alle medie, al primo approccio ai libri. E lì capisco l’importanza di avere affidato a un libro la mia storia. So che solo così può arrivare a tanti. 

Il libro che avresti voluto scrivere?

VENDUTE, di Zana Muhsen. Anche quella è una storia di violenza. Forse peggiore della mia. Ma contiene un coraggio pazzesco. Il coraggio di chi va contro tutto e tutti. Mi ha fatto sentire come mi sentivo in Siria. Pronta a prendere schiaffi e pugni per essere libera. La voglia di libertà per me è stata tutto. La vita è una. Se devo regalarla al primo che mi mette le mani addosso, che senso ha? In Siria ero pronta a morire per non vivere una vita che non era vita.

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Si ferma. Pensa.

Ti devi trovare di fronte alla morte per trovare quel coraggio. 

Per una donna così legata alla vita come te, qual è per te il suo sale?

Il sale della vita è capire la fortuna che hai per averla ancora dopo aver rischiato di perderla.  Sono circondata di persone che danno la vita per scontata. Accorgersi che la quotidianità che abbiamo è libertà, per me, è sale della vita. Il tocco di sale che per molti è normalità per me è vita. 

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