#GiveMe5 (Ken Loach Edition) | vol. 173

#GiveMe5 (Ken Loach Edition) | vol. 173

Ken Loach, Sorry We Missed You

Immergersi nel buio di una sala per un film di Ken Loach, anche nel 2019, significa invariabilmente essere pronti a farsi travolgere da ritratti spietati e iper-realistici del presente della classe lavoratrice britannica. Un cinema che non va per il sottile, emotivo pur nell’intento documentaristico, che da cinque decenni ormai – tanti ne sono passati dall’acclamato Kes – si occupa di questioni sociali di peso e delle sofferenze degli ultimi e dei penultimi, e che in Sorry We Missed You prende le mosse dal crollo delle speranze di una famiglia strangolata dalla crisi finanziaria del 2008.

In cento minuti non viene risparmiato nulla degli orrori e delle storture del sistema economico contemporaneo. Non il girone infernale della gig economy in cui rimane invischiato Ricky, abbandonando qualunque parvenza di diritto in favore della promessa di diventare “imprenditore di se stesso”; non la de-umanizzazione del lavoro assistenziale di Abbie, ridotto a un implacabile scheduling di appuntamenti successivi; non lo sfaldamento dei nuclei familiari e il ripiegamento in sé di figli adolescenti abbandonati.

Se il film di Loach ha un difetto, è quello di eccedere nella drammatizzazione di eventi che non avrebbero bisogno di essere ulteriormente caricati per coinvolgere emotivamente – tant’è che i momenti migliori sono proprio quelli più sottili (i surreali dialoghi di Ricky con il capo, ad esempio). Ma sono dettagli che non inficiano un risultato finale di grande valore, promemoria del piano inclinato su cui rotoliamo ogni giorno senza scampo e delle conseguenze che il nostro stile di vita porta con sé – provate a non pensare a Sorry We Missed You, la volta prossima che ordinate su Amazon o JustEat: vi sfido.

La playlist di oggi copre un trentennio di musica britannica, in un tentativo di ricostruire l’atmosfera di un film bello e importante in cinque canzoni e, nel percorso, di capire da dove sia arrivato tutto questo casino e dove ci stia portando.


The Clash | Career Opportunities (1977)


they offered me the office, offered me the shop
they said I’d better take anything they’d got
do you wanna make tea at the BBC?
do you wanna be, do you really wanna be a cop?

Apriamo con i Clash, perché non potrebbe essere altrimenti.
“L’unica band che conta”, li chiamavano, e non senza ragione.

Perché la band di Strummer e Jones, nel furore ingenuo dei cinque anni tra il 1977 e il 1982, aveva la capacità di tradurre istanze sociali in canzoni e album infuocati come pochi altri nella storia della nostra musica, con una visione musicale di ampiezza ubriacante (a volte perfino troppo, come nella sbronza mondialista del triplo Sandinista).

Career Opportunities è uno dei proiettili del loro esordio omonimo, l’unico episodio della loro discografia che ragionevolmente si possa ascrivere al punk. Due minuti scalmanati che si prendono gioco del grigiore di un sistema che non offre sbocchi ai giovani se non lavori di nessun respiro. Curiosità biografica: quando Strummer canta “I won’t open letter bombs for you”, parla del lavoro di Jones alla British Social Security, che consisteva letteralmente nell’aprire pacchi per verificare che non contenessero bombe dell’IRA.

Ci sono ancora ironia e rabbia come all’inizio del film di Loach, qui.
Ce le toglieremo di torno strada facendo, purtroppo.


Billy Bragg | The Milkman Of Human Kindness (1984)


if you’re lonely, I will call
if you’re poorly, I will send poetry
I love you
I am the milkman of human kindness
I will leave an extra pint

Se c’è un corrispettivo musicale al cinema di Ken Loach – socialista, inclusivo, caldo, popolare nel migliore dei sensi – questo si trova nei dischi di Billy Bragg. Qui lo troviamo all’epoca dell’esordio Life’s a Riot with Spy vs. Spy, quando ancora il cantautore di Barking s’accompagnava solo con una chitarra elettrica scordata: sette pezzi, ognuno una melodia semplice e invincibile, con il classico assoluto A New England proprio a metà scaletta.

The Milkman Of Human Kindness apre il programma e mette subito in chiaro un concetto: Bragg è qui per portare conforto e poesia a vite che non ne prevedono, schiacciate dal “there is no alternative” di Margaret Thatcher; è qui per ricordarci l’imperativo morale di provare a costruire insieme un mondo giusto e parlare di politica, sindacato, socialismo, amore, birra e calcio.

Siamo nell’Inghilterra depressa e brutale post-Falkland, così ben rappresentata da Shane Meadows nella saga This Is England (o da David Peace nei suoi libri). È lì, nello sprofondo degli anni Ottanta, che ha origine il disagio infinito di quasi qualunque posto britannico che non sia Londra e che oggi si traduce in mostruosità come Brexit e Boris Johnson.

Eppure, man mano che andiamo avanti nella nostra selezione, si ha la netta sensazione che il presente e il futuro – quantomeno, il futuro prossimo – siano una versione ancora peggiorata di quei tempi grigi. Lo dice la struttura a precipizio del film di Loach; lo dice Barbara Ellen sul Guardian con una metafora singolarmente adeguata a Sorry We Missed You: “ai tempi, almeno, potevi identificare la Thatcher con il super-cattivo. Questo sembra il Giorno del Giudizio consegnato a domicilio da un tizio di Deliveroo sottopagato”

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Prodigy | Voodoo People (1994)


Ricky e Abbie si incontrano a un rave negli anni Novanta.

È un dettaglio minuscolo della loro biografia, che quasi non si nota, ma risulta centrale: sono i tempi dell’ultimo, grande movimento musicale che abbia avuto una qualche rilevanza sociale per la collettività. Momenti di riunione e vicinanza in cui il resto del mondo scompare di fronte alla bellezza di un estatico abbandono comune al volume, ai beat, al ballo, alle sostanze. Non è un caso che le autorità britanniche dell’epoca siano corse ai ripari con il famigerato Criminal Justice and Public Order Act 1994 che dava alla polizia la possibilità di intervenire a interrompere raduni-con-musica che raccogliessero più di un certo numero di persone (per chi volesse saperne di più, ecco qui: articoli 63, 64, 65).

Music For The Jilted Generation dei Prodigy è il disco che proprio quell’anno tira fuori la band dall’underground techno (con relative accuse di svendita da parte degli hardcore fan, ovviamente), anche se non è ancora il successo planetario che arriverà tre anni dopo con The Fat Of The Land. Voodoo People è un singolo da mezzo milione di copie che non molla la presa per sei minuti, plastica rappresentazione del tamarrissimo artwork interno dell’album: un dito medio alle autorità e alle loro leggi, in un classico approccio da assalto frontale tipico del punk.

Chiunque da ragazzo abbia vissuto quell’epoca incredibile oggi ha tra i quaranta e i cinquant’anni e un fardello psicologico faticosissimo da portarsi appresso: fare i conti con il downshifting forzato, dalla promessa di un futuro esaltante e di un senso di giovinezza infinita che quella musica portava con sé alla realtà di un presente cristallizzato in eterno in lavoretti e instabilità, infelicità e nostalgia.

Mutatis mutandis è quello che Edgar Wright ha raccontato in una prospettiva nerd in The World’s End.
Ma è il capitalismo, bellezza, e ci torneremo fra poco.

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Radiohead | Optimistic (2000)


flies are buzzing ‘round my head
vultures circling the dead
picking up every last crumb
the big fish eat the little ones
the big fish eat the little ones
not my problem, give me some

C’è questa scena di Sorry We Missed You in cui il capo di Ricky chiede chi voglia sostituire uno dei dipendenti sulla tratta di consegne di sua competenza.

In un primo momento, nessuno sembra volerne prendere il posto, e allo spettatore innocente questa potrebbe sembrare una sorta di manifestazione di solidarietà post-sindacale in un luogo di lavoro non tanto distante da una forma di moderna schiavitù. Fino a quando è proprio il protagonista a offrirsi per il posto vacante, mostrando la possibilità di una sola regola: il pesce grande mangia il pesce piccolo; il pesce piccolo ne mangia uno ancora più piccolo.

Quello di Loach è in fondo il leitmotiv di Optimistic, la canzone che i Radiohead inserirono a metà di Kid A a rappresentare quasi l’unico ponte con il proprio passato di rock band chitarristica.

L’epocale Ok Computer era in sostanza una presa di coscienza dell’immanenza delle macchine nella vita dell’uomo contemporaneo: Thom Yorke ne accettava sostanzialmente la presenza pur mantenendosene a debita distanza, sospettoso. Frasi come “a pig in a cage on antibiotics” e titoli come Paranoid Android o Subterrenean Homesick Alien, del resto, erano lì a testimoniare una comprensione chiarissima del legame a doppio filo fra sistema produttivo, alienazione e nuovi strumenti tecnologici.

In Kid A tutto questo viene esploso dalle sonorità scelte dalla band per raccontare uno scenario post-apocalittico. Non è più una band a suonare, né una voce a cantare, perché tutto è filtrato, compresso, sintetizzato.

Da un lato, è chiaro il desiderio dei cinque di Oxford di espandere i propri confini musicali; dall’altro, dato che il medium è il messaggio, non posso fare a meno di pensare che questa sia una descrizione fedele di un tardocapitalismo de-umanizzato e de-responsabilizzante che dice: “non preoccuparti di fare cose che potrebbe fare la tecnologia per te. Preoccupati di consumare”. In questo contesto, la sopravvivenza in un simile sistema economico è data dalla disponibilità a mangiarsi chi sta peggio di te.

E improvvisamente non sono più applicabili categorie bragg-iane come sindacalismo, solidarietà, unione. Perché semplicemente sono state tolte dall’equazione.

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Burial | Archangel (2007)


“La Londra di Burial sembra una città popolata di raver avviliti, che tornano sui luoghi dei bagordi di un tempo e li trovano abbandonati, individui costretti a confrontare i compromessi quotidiani dell’esistenza post-rave con l’estasi collettiva che hanno vissuto un tempo” (Mark Fisher, Spettri della mia vita)

È ormai quasi un gesto automatico citare Mark Fisher, quando si parla di conseguenze del capitalismo e disintegrazione del tessuto sociale. D’altra parte, nessuno come lui ha saputo elaborare in anticipo quel senso di futuro perduto che ci è piovuto addosso qui in Occidente con il nuovo millennio. E niente come l’elettronica emotiva del londinese William Bevan – in arte Burial – ha saputo farsi colonna sonora per quell’idea di implosione individuale collettiva.

Archangel è la traccia più importante di Untrue, secondo album che poi è rimasto pure la sua ultima prova sulla lunga distanza – a seguire, solo una lunga teoria di EP raccolti nello strepitoso Tunes 2011-2019 pubblicato un paio di mesi fa. Per Simon Reynolds si tratta dell’opera in musica più importante del XXI secolo, e riascoltandolo oggi risulta veramente difficile dargli torto.

Verrebbe da definirla post-umana, questa musica solitaria in cui il suono più distintivo è un crepitìo da vecchio vinile e dove le voci sono stirate fino a renderle irriconoscibili, non fosse che qui dentro si percepisce distintamente una dolente malinconia che è davvero complicato non associare all’atomizzazione della società. Il suono di qualcuno che vede gli altri trascinati via dalla corrente.

Il film di Ken Loach non può cogliere tutto questo potente apparato teorico e psicologico, anche per banali ragioni anagrafiche: il Nostro ha 83 anni, e quello che può mettere in scena con l’aiuto dello sceneggiatore Paul Laverty è la storia dei figli e dei nipoti della propria generazione. Necessariamente, quindi, non riesce a cogliere esattamente il senso di smarrimento e nonsenso di Ricky e Abbie, e ancora meno quello dei due ragazzini.

Ci arriva però tendendo una mano, con l’empatia e il bagaglio di esperienze di decenni di Arte vissuta come impegno civile: emblematica in tal senso è la scena in cui una delle anziane signore che Abbie assiste le mostra le foto delle proteste dei minatori della metà degli anni Ottanta, un evento-chiave della storia britannica recente. Come se le stesse dicendo “non posso capire tutto questo, ma sono con te”.

Untrue esce nel 2007, un anno prima della crisi finanziaria che spegnerà la luce ai sogni di Ricky e Abbie: con questo in mente, entrate in sala per Sorry We Missed You subito dopo la fine del pezzo. Sarà come scivolare giù per un maelstrom da cui non si riesce a immaginare di risalire.

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