ANIMA, fra distopia e speranza con Thom Yorke e Paul Thomas Anderson

ANIMA, fra distopia e speranza con Thom Yorke e Paul Thomas Anderson

Saper guardare oltre il muro

Il mondo del video musicale è cambiato molto negli ultimi decenni e senza grossi dubbi l’inizio di questo cambiamento lo possiamo far risalire all’uscita del video di Thriller di Micheal Jackson, diretto da John Landis. Jacko e Landis furono i primi a capire le potenzialità del videoclip, che da mero collage di immagini poteva diventare a tutti gli effetti un cortometraggio. Da allora, tuttavia, non molti hanno seguito questa strada (cito, fra i migliori, Spike Jonze e recentemente Childish Gambino) e l’uscita tanto annunciata del video di Anima, nuovo lavoro di Thom Yorke, mi ha riempito di curiosità. Innanzitutto perché diretto da Paul Thomas Anderson, che aveva già collaborato con Yorke anni fa, e poi perché prodotto e rilasciato sulla piattaforma Netflix, dopo una serata inaugurale su schermo Imax.

La mia curiosità è stata ben ripagata. Il cortometraggio dure 15 minuti e unisce in un’unica narrazione tre canzoni dell’album omonimo di Yorke, che interpreta anche il protagonista del racconto. Tra sogno e realtà, Yorke insegue una donna incontrata in metropolitana, in un mondo distopico di orwelliana memoria, formato da strutture squadrate, grigie ed asettiche. La folla intorno a lui, di cui è inizialmente parte, si muove all’unisono, in azioni meccaniche, ripetitive, cadenzate dalle coreografie splendide pensate dalla mente dietro le coreografie del recente remake di Suspiria, Damien Gilet. Da questo stato crepuscolare di sonnanbulismo, Yorke emerge per inseguire la visione di una ragazza. Di fronte alla promessa utopica di una connessione vera con un altro essere umano, l’Anima si ribella ed emerge da questo stato di non-vita per assumere la sua individualità. Yorke è allora sospinto su piani che si inclinano, trascinato da coreaografie che sembrano onde in tempesta o corrente di un fiume.

ANIMA scorre come una perfetta commistione di musica ed immagini, dove sono le immagini ad adattarsi alla musica malinconica e a tratti eerie di Yorke in splendida forma. Inebriante, appagante per lo sguardo e per l’orecchio, andrebbe vista su uno schermo grande con un sonoro perfetto. E inoltre ci parla, ci parla di noi. Nella società alienante che ci fa da gabbia, Yorke cerca una via di fuga (forse utopica): non è solo amore, ma connessione umana, totalmente assente nella società meccanica in cui il protagonista si muove all’inizio. La musica e le coreografie seguono il mutamento del protagonista: e Dawn Chorus diventa una esplosione di tenerezza, dopo il beat quasi opprimente di Not The News e Traffic. I movimenti si fanno morbidi, non più brutalmente cadenzati, e per la prima volta la folla non balla come singoli separati, ma in coppia.

Un raggio di sole sul viso di Thom Yorke sul risveglio finale è il barlume di speranza di cui abbiamo bisogno.

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