Edward Sharpe and the Magnetic Zeros| Free Stuff

Edward Sharpe and the Magnetic Zeros| Free Stuff

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La giovinezza che correva tra le dita

C’è una precisa sensazione di freddo che si attacca alle ombre del sole che cala, alla sera, nelle giornate via via più corte, ed è novembre che arriva.

Ci si sente svanire, rubare, scomparire nella luce che si attenua e sale da lontano, insieme al buio, il richiamo istintivo di appoggiarsi ai muri e nascondersi, lasciarsi svanire nella strada.
Free stuff, la zona franca, la terra di nessuno e gli spazi vuoti da spartirsi, da rubare o da lasciar invadere.
Di movimento hippie (da salotto), country frizzantino e folk psichedelico (alla Devendra BanhartShabop Shalom di primo pelo, con i suoi sunday afternoon cullanti in cui stringersi e ancheggiare in reminiscenze dell’autunno rosso e vagamente brillo di Chianti e vite americana) si nutrono Edward Sharpe and the Magnetic Zeros.

Il piacere godereccio che i popoli del nord non sanno apprezzare.
Free Stuff è uno di quei brani che accompagnano le campagne che sfumano in un autunno via, via più freddo. La luce dorata che attenua e si smorza, lasciando scoperti i piccoli appetiti, improvvisamente nudi e appena intirizziti, i bambini smarriti rimasti soli al calare del giorno.
Il ritmo è cullante, sul fondo un tempo cardiaco e di una melodia infantile e semplice, periodica, di campionamenti che vogliono ricordare vecchi giocattoli e ninnenanne crepuscolari. Forse è la giovinezza, la spontaneità che ci stanno sfuggendo tra le dita?

La domanda è amara, stemperata dalla tromba pigra e ovattata in chiusura, a sdrammatizzare il processo di crescita, quel furto onirico che è la maturazione, lo stillicidio di allettanti promesse e sogni a occhi aperti.

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Edward Sharpe & Co si oppongono al flusso degli eventi? No. Tutto lo slancio, l’entusiasmo, la voglia è spendibile e immersa in una corrente che esula i limiti dell’individuo. Sono gli accordi semplici, le due note di chitarra a ricordare che la profondità è tutta in superficie ( lo dice Hugo von Hofmannsthal ne “La donna senz’ombra“| “Die Frau ohne Schatten” per i puristi)
La constatazione che stiamo mettendo in gioco qualcosa di importante con quello che costa e il prezzo che richiede, riconsiderando quelli che sono necessità e bisogni, la percezione che abbiamo di noi stessi.

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