I Mumford & Sons e quelle lucine bianche intorno

I Mumford & Sons e quelle lucine bianche intorno

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È uscito un paio di settimane fa, lo sto ascoltando ora per la prima volta, mentre scrivo e mentre penso che mi riduco sempre all’ultimo secondo: gli articoli del giovedì, le consegne, le email, prepararmi per uscire, ricordarmi di aver finito il tabacco, dire quello che voglio – e probabilmente per questa non imparerò mai a mettere l’orologio avanti di cinque minuti, e tiro fuori le parole sempre quando è troppo tardi.

Sono le 11 (le 11:01 per essere precisi), e io ascolto Johannesburg dei Mumford & Sons, rapita. Rapita da come siano passati dal banjo che hipsterissimamente manca, a Wilder Mind, per arrivare in Sud Africa a registrare con alcuni dei musicisti più imponenti del panorama musicale sudafricano. Un viaggio ha deciso per loro che era giunto il momento di registrare parole nuove su note nuove. Ci sono i colori, c’è il calore, e queste sono le uniche due banalità che vi dirò sull’argomento: perché vorrei dirvi qualcosa di terribilmente ordinario come il fatto che in questo ep “si senta l’Africa”, ma non lo farò. Non posso farlo, perché Johannesburg non è terribilmente ordinario, è terribilmente necessario.

Sono i venti minuti esatti che ti prendi per fumare tutte le sigarette che puoi, di notte; i venti minuti di un tragitto in macchina di cui sai perfettamente curve e dossi, e mentre il tuo piede è sull’acceleratore, la tua testa è in un posto completamente diverso a recuperare un ricordo che cerchi ogni maledetta volta di spingere giù, in fondo allo stomaco, ma sai già che risalirà.

Non c’è l’Africa, non c’è nessun luogo in particolare, ma c’è un tempo. È piena estate, una sera ad una festa, e in un angolo ci sono dei ragazzi con chitarre, e batteria, e lucine bianche intorno. Tra birre fredde e finti discorsi da intellettuali, c’è sempre qualcuno che suona, e canta, e ti rende suo complice. Ecco cos’è Johannesburg: quel particolare momento di complicità in cui cantare d’amore su una musica calda e allegra, facendo scivolare parole malinconiche che ti fanno buttare giù insieme alla tua birra sorsi di tempo passato.

Un po’ sorridi e un po’ piangi, un po’ ti chiedi se sia il caso, ma alla fine sai che hai bisogno di quei venti minuti per andare avanti. Perché c’è tempo. Non serve impedire ad un ricordo di risalire, importi di dimenticare un odore, non tutto è nelle tue mani, e qualsiasi cosa potrebbe andarsene per sempre o addirittura tornare, tu non sforzarti.

Trova il tuo rifugio, la tua festa in una sera d’estate con quelle lucine bianche intorno, e canta. Perché c’è tempo.

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