Prisoners, di Denis Villeneuve

Prisoners, di Denis Villeneuve

Sarà perché l’industria cinematografica americana ci ha da anni abituati ad associare sperduti (e sempre freddi) paesini nel centro degli Stati Uniti con orribili delitti commessi da psicopatici di vario tipo, ma fin dalle prime scene di Prisoners sentiamo che qualcosa andrà molto, molto male.

 Il film si apre con Hugh Jackman (già di per sé promessa di violenza di un qualche genere, in qualunque film) che incita il figlio adolescente a sparare ad una cerva in un triste bosco invernale, e mentre i due tornano a casa con la povera bestia caricata sul pick-up, il padre ammorba il figlio con quello che è presumibilmente un argomento ricorrente in famiglia, e che delinea fin da subito, e un po’ grossolanamente, il personaggio, e cioè il dover essere sempre pronti al peggio -carestia, allagamento, o invasione zombie, non è ben chiaro. L’atmosfera è insomma tesa e cupa fin dai titoli di testa (scuola Shining), e non fa che peggiorare.

La sera la famiglia di Hugh Jackman, con moglie, figlio neo-cacciatore, e figlioletta, si reca a casa di amici per stare insieme e bere un bicchiere di vino, e cercare di dimenticare il fatto di vivere in una sperduta cittadina cupa e fredda nel mezzo del nulla. Nel bel mezzo del divertimento degli adulti, le due bambine (l’altra è la figlia degli amici) chiedono il permesso di andare a casa Jackman a giocare -naturalmente accordato senza troppi problemi, la nebbia che striscia sinistramente sui vetri delle finestre non è certo un deterrente per veri cittadini americani!

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Dopo qualche ora i genitori si accorgono del tempo che passa, e vedono i figli grandi che, spaparanzati sul divano, guardano annoiati la tv invece di essere a vegliare sulle sorelline. Il panico divampa come un fuoco vivo, ed in breve la polizia è mobilitata. Invano. Delle bambine non c’è traccia da nessuna parte. L’unico indizio è un camper sgangherato e arrugginito che i ragazzi avevano visto nel pomeriggio, a passeggio con le sorelline, e che ora non era più al suo posto.Prisoners

Il thriller che prende vita da questo inizio avvincente, sebbene poco originale, è intrigante, molto ben sviluppato, e a tratti fin troppo disturbante. Il desiderio ambizioso di assomigliare a Il silenzio degli innocenti è in certi momenti palese, in altri sottile, ma è normale per un film tale voler avvicinarsi al capolavoro apripista del genere.

Jake Gyllenhaal è il detective Loki, incaricato di seguire l’indagine, e controparte perfetta per Hugh Jackman, che interpreta il padre disperato e ossessionato dalla vendetta con feroce intensità. Il suo sguardo brillante di follia è presagio della sventura che si abbatterà su di lui in modi imprevedibili per lo spettatore, e drammatici. Rinchiuso nella sua ossessione maniacale, abbandona moglie e figlio al loro dolore, e la moglie, privata del suo pilastro inattaccabile, si rifugia nell’oblio delle pillole. L’odio prevale drammaticamente sull’amore: l’immagine della bionda, adorabile figlioletta Anna, scompare dietro il volto di Paul Dano (incredibile come sempre, ma non si può dire di più), sospettato numero uno, acciuffato immediatamente a bordo del suo camper antidiluviano, e lasciato andare il giorno stesso per mancanza di prove, e che racchiude in sé tutto il film, ne è la chiave di lettura.

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Il detective Loki, invece, mantiene la sua calma nel susseguirsi frenetico delle giornate successive al presunto rapimento, in cui ogni ora fa la differenza. Famoso per aver risolto ogni singolo caso a lui assegnato, Gyllenhaal prosegue le sue indagini con quell’aria tremendamente cool che lo contraddistingue, e ci regala una notevolissima performance, forse addirittura superiore a quella di Jackman, facendo intravvedere tutta una storia dietro al personaggio: come per esempio un leggero tic agli occhi, che personalmente ho trovato un piccolo dettaglio magistrale; o i tatuaggi e gli anelli, che si intonerebbero a un normale sbirro holliwodiano, ma suggeriscono assai di più di quello che la loro apparenza comunicherebbe su un attorucolo da quattro soldi. Lo spessore del personaggio è impressionante, per quanto poco invece il film svela su di lui.

Prisoners Jake Gyllenhaal
Jake Gyllenhaal

Il regista Denis Villeneuve è molto abile, infine, a scavare con a tratti esasperante accuratezza nei meandri più orridi e bui della psiche umana, e crea una suspence notevole dall’inizio alla fine della sua opera, anche se essa ci lascia con l’impressione di essere stata chiusa un po’ in fretta e furia, con nostro sommo rammarico, perché un film così, sebbene molto lungo (e non solo per la lunghezza oggettiva), meriterebbe di essere prolungato ancora, per dargli una conclusione degna. Una bella riflessione sulla violenza e sulle sue sfaccettature, sui suoi risvolti, accettati o meno dalla legge o dalla società, sarebbe stata assolutamente d’obbligo, credo, e come spesso accade, mi ritrovo ad innervosirmi per la poca pazienza dello spettatore medio, che permette a film del genere di superare appena la soglia delle due ore, e con molte alzate di sopracciglia e sbuffi.

Prisoners è un film sulla violenza e sull’odio che giustificano se stessi con l’amore. Sulla follia che si annida in tutti noi, e non solo se abitiamo in un buco abbandonato da Dio (anche se qui forse è più facile che si faccia largo tra le barriere della razionalità). Sulla solitudine tipica purtroppo della nostra moderna società.

Da vedere.

Titolo originale: Prisoners
Regia: Denis Villeneuve
Anno: 2013

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