Un’incredibile estate | Sogni e visioni di Amerigo Verardi

Un’incredibile estate | Sogni e visioni di Amerigo Verardi

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Amerigo Verardi (foto di Enrica Luceri)
Amerigo Verardi in una fotografia di Enrica Luceri

le leggi sono scritte negli alberi
le leggi sono scritte sulle foglie
e nei tuoi sogni
mentre la rugiada bagna l’alba

A ogni stagione, il suo suono. Sembrerà soltanto una traduzione in musica di una delle cinque leggi della biblioteconomia di Ranganathan, ma da sempre le incisioni che preferisco sono quelle capaci di trasportarmi in un preciso punto dello spaziotempo rendendosi totalmente indistinguibili dall’incanto – oppure dall’euforia, dalla miseria, dall’orrore – che le ha generate. Per esempio: non importa che mese dell’anno sia, ogni volta che riascolto Skylarking i fogli del calendario prendono a cadere e ad accumularsi sul pavimento, ed è come vedersi passare davanti agli occhi ore, giorni e settimane in timelapse. Poi, all’improvviso, è un pomeriggio di giugno.

Una delle più grandi band della storia, gli XTC: se vorrete immergervi nella produzione di Andy Partridge e Colin Moulding, scoprirete una discografia inattaccabile e piena di meravigliosi tic, dagli esordi new wave fino ai brani orchustici del finale di carriera. A metà di una decade imperiale – gli anni Ottanta – c’è il loro apice, un disco di puro modernariato pop prodotto da Todd Rundgren, psichedelico nelle storture compositive più che nelle sonorità. Una delle vette della canzone di fine secolo, uno di quei classici in cui la perfezione ossessiva del più sopraffino artigianato si sposa all’ispirazione della vera Arte.

Skylarking non è semplicemente un album sull’estate; è proprio che ognuna delle sue composizioni sembra scritta dall’estate stessa: dalla Summer’s Cauldron d’apertura all’estasi annebbiata di The Meeting Place; dal saltellare di That’s Really Super, Supergirl e Season Cycle allo swingare sensuale di Mermaid Smiled e The Man Who Sailed Around His Soul, fino al paganesimo purificatore di Sacrificial Bonfire – nei suoni, un ingannevole Paradiso in terra; nelle parole, la pira sacrificale di The Wicker Man.
“A playfully sexual hot summer”, dirà Partridge prendendoci in pieno: ogni dettaglio di questo arazzo ci ritrova adolescenti a ruzzolare nell’erba con qualcuno; inesperti e inadeguati, sì, ma elettrici di desiderio.

Avanti veloce di trentacinque anni, e Skylarking è tornato a occupare i miei ascolti giusto in questi giorni per pura associazione d’immaginario: è stato Amerigo Verardi, con il suo favoloso Un Sogno di Maila, a fargli da pifferaio magico dallo scaffale allo stereo. Ragionandoci, mi pare di capire il perché: entrambi gli album raccontano incendi estivi, anche se lo fanno da angolazioni complementari che si riverberano sulla forma.

C’è la natura, nei pezzi degli XTC, ci sono cose che ronzano, strisciano e cinguettano immerse in un verde lussureggiante – tanto per rimanere in tema, il disco dopo si aprirà con Garden Of Earthly Delights; poi però sono i corpi – ben svegli! – a parlare, e la loro sessualità sudata e giocosa non può che sfogarsi in una parata di strofe e ritornelli di pochi minuti.
Verardi invece torna negli stessi luoghi in fase REM e lascia cantare il mondo intorno, suonando un miraggio psichedelico in un pomeriggio estivo troppo caldo: rallenta il passo e dilata i tempi; mima il soffio del vento e trova il nirvana fissando un cielo terso con le mani dietro la nuca; caccia la testa sott’acqua per un po’ di refrigerio ma tiene gli occhi bene aperti per vedere il mondo che vi si nasconde.

È un altro bello scherzo del destino trovarsi a godere di questa meraviglia mentre scorrono le prime pagine de Il dio che danza di Paolo Pecere, giro del mondo alla scoperta dei fenomeni di trance indotta da musica e danza. “La distanza di un viaggio non è questione di chilometraggio”, dice già nel primo paragrafo: buttare mappe e navigatori sembra il miglior suggerimento possibile per provare ad afferrare Maila e il suo sogno.

di che ti sorprendi, la tua mente era in fiore
perché ti sorprendi se ero lì ad aspettare
di che ti meravigli se ora riesco a intrecciare
le tue vene con le mie
alla luce del sole

La sindrome dell’età dell’oro non fa proprio per me, eppure ogni tanto mi piacerebbe dire “io c’ero”. Davvero: vorrei poter dire di aver visto in diretta la nascita degli Allison Run alla metà degli anni Ottanta e lo sbocciare del talento compositivo di Amerigo Verardi, che di quella piccola ma formidabile band nata tra Brindisi e Bologna era il main songwriter.
Due EP e un full-length in soli cinque anni di attività, ma – lo testimonia la splendida raccolta Walking On The Bridge del novembre scorso – più che sufficienti a costruire un canzoniere traboccante di rifrazioni psichedeliche e capace di inserirsi a testa alta nella tendenza dell’underground di quegli anni ad aggiornare il canone sixties al freddo del dopo-punk.

E infatti, a sentire il canto delicato e starry-eyed di Verardi – sempre melodioso, sempre altrove e praticamente immutato nel corso dei decenni – il pensiero corre subito a Robyn Hitchcock e alla bellezza che proprio in quel periodo spandeva a piene mani in dischi come I Often Dream Of Trains (1984) o Fegmania! (1985). Ma la sua penna s’accosta facilmente anche a quella dell’altro grande loony Julian Cope e ai classici World Shut Your Mouth e Fried – due album di allucinata forza comunicativa, pubblicati entrambi nel 1984.
Il revival psych era in effetti davvero centrale in quel preciso angolo della storia dell’alternative britannico, scena cui Verardi guardava evidentemente con attenzione dalla periferia dell’impero: gli stessi XTC si presentavano al pubblico sotto mentite spoglie e falso nome – per l’occasione The Dukes Of Stratosphear – per dare alle stampe 25 O’Clock (1985) e Psonic Psunspot (1987), divertissement che Partridge raccontava come un’occasione per “essere nella band in cui avresti sempre voluto essere quando facevi lo studente”.

Tutti figli di Lennon e McCartney, di Davies e di Barrett, ma pure della propria epoca: esattamente come gli Allison Run, che mostravano anche un background velvettiano e post-punk – non sfugge, nell’antologia, la cover di Ceremony dei Joy Division/New Order.

Però pure io sono figlio della mia: sono nato proprio mentre tutto questo succedeva, e posso offrirne solo una versione di seconda mano, differita; e purtroppo, singolarmente, nel mio percorso da gambero alla riscoperta di quanto fosse successo mentre io riuscivo a malapena a parlare e camminare, il nome di Amerigo Verardi mi è arrivato sempre e solo da strade laterali, psichedelico anche in questo. Nonostante l’evidente valore artistico della sua discografia da musicista, ancora devo recuperare i Lula, ma gli sono stato da sempre inconsapevolmente debitore per il lavoro da produttore sui primi due album dei Baustelle, particolarmente La Moda del Lento; come ascoltatore autodidatta, però, tra la fine dei Novanta e gli aughts, ero concentrato su altro. Non sapevo quel che mi perdevo.

Indifferente all’alternarsi delle mode e allo scorrere del tempo, Verardi pubblica solo quando ha qualcosa da dire, e di solito è parecchio: era dal 2016 che non arrivavano dispacci da quel pianeta di fiori carrolliani e profumi d’incenso, l’ultimo si chiamava Hippie Dixit e durava cento minuti.
Un impressionante campionario di folk-rock acido tinto di elettronica vintage, in cui – oltre al cuore di vetro dei Popol Vuh – a me pare di sentire lo spirito dell’Alan Sorrenti dei primi due album farsi corpo, una specie di storia alternativa in cui il musicista di Napoli ha lasciato perdere Buckley ma non ha preso la strada di Figli delle Stelle, seguendo invece quella dei mantra. Troppe parole, qui, comunque: L’Uomo di Tangeri e Terre Promesse sono visioni inafferrabili, per raccontarle servirebbe un film di Jim Jarmusch.

Uscito il 12 febbraio scorso, Un Sogno di Maila è un’altra rivelazione.
Appena più concisa e, per quel che mi riguarda, di qualità ancora superiore.

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Un Sogno di Maila, Amerigo Verardi

tu mi ricordi un’altra vita che ho vissuto
se mi rifletti sfioro il nirvana
dalla tua bocca io respiro un po’ di fumo
non so chi è Maila e chi Stefania
non mi ero mai sentita dentro un tale incanto
nella mia testa c’era un incendio

Alla magia di Un Sogno di Maila si arriva con gli occhi prima ancora che con le orecchie: già nell’edizione in CD edita da The Prisoner il packaging curato da Giuseppe Schirone è superbo – quella in doppio vinile, per il momento, mi limito a sognarla.
Accompagna il dischetto un piccolo libro di illustrazioni realizzate da artisti amici di Verardi: Rocco Caloro, si legge nelle note, ha prodotto i primi schizzi in contemporanea allo sviluppo della parte musicale, usando solo matita, inchiostro e acquerelli; Anastasia Luceri ha poi rielaborato alcuni dei disegni in lavori a tecnica mista e collage su tela. Oltre a loro, si trova traccia di pochissimi altri nomi che abbiano contribuito in qualche modo: Maila è scritto, suonato e registrato in quasi completa solitudine.

Alla visione giroscopica dell’artista non si può sfuggire, almeno nella versione fisica dell’album: troverete indicati nel booklet i titoli dei singoli brani, ma di fatto Un Sogno di Maila è una sola, lunghissima suite di settantasette minuti di durata – se la distinzione in brani sulle piattaforme di streaming è pensata per venire incontro al disturbo da deficit di attenzione di questi tempi convulsi, l’unica traccia del compact disc non consente di scegliere una modalità d’ascolto diversa da quella consequenziale e immersiva stabilita da Verardi al momento della creazione.
E del resto il concetto stesso di “flusso” è essenziale per connettersi emotivamente a un concept di origine induista – ecco il mantra “Oṃ namaḥ Śivāya” che campeggia in bella vista appena voltato l’angolo della copertina – basato sul ciclo delle rinascite e sui ricordi di vite precedenti.

Appropriatamente, allora, si coglie alla base di Maila una struttura circolare – comincia piano, e a quella quiete fa ritorno dopo le increspature della sezione centrale – pronta per ricominciare daccapo al termine di ogni giro di giostra.
Al sogno indotto sin dalle tinte pastello della copertina c’invita poi un parco di strumenti che, oltre a quelli classici del pop/rock occidentale – chitarra, basso, pianoforte, percussioni -, va a includere anche xilofono, cetra, flauto e sitar: li suona tutti Amerigo, ad eccezione della chitarra classica della stessa Anastasia (L’Idea di una Bambina), del sax tenore di Sabrina Demitri (Amor Vincit Omnia), della chitarra su sintetizzatori modulari di Valerio Daniele (Maila Mantra) e dell’harmonium di Giovanni Del Casale. Per questa ragione, credo, la suite suona anche come uno straordinario esercizio di world-building, universo di armonie, sogni e visioni che sgorgano da un’unica mente.

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Racconta Verardi che il disco doveva essere interamente strumentale e sperimentale, ma che poi le canzoni hanno finito per imporsi in corso d’opera: è facile percepire che sia andata proprio così, data la scioltezza con cui canoniche strutture verse-chorus-verse si infilano in un continuum in cui mantra e interludi hanno lo stesso loro valore e da cui non sembra possibile rimuovere alcun dettaglio senza far perdere equilibrio all’insieme.

Per questo, i nove minuti del Maila Mantra d’apertura scivolano con facilità estrema nel rapimento naturalistico in slo-mo de Le Parole Non Dette – rieccolo qui, Skylarking con le pupille dilatate; i sette minuti della marcetta Un’Incredibile Estate – non distante dal sole in faccia dell’ultimo Sonic Boom, solo in versione acustica – nel giocherellare pop barrettiano di Gioco con i Maschi, Gioco con le Femmine.
E se parliamo di singoli pezzi, ne seguono tre che fanno girare la testa: Amor Vincit Omnia è un rock lisergico super-espanso con sitar in primo piano e citazioni sparse del pantheon di Verardi (Sticky Fingers, Claudio Rocchi, Franco Battiato); Everest un anthem in miniatura da zaino in spalla, per lasciarsi indietro tutto; La mia Amica Stefania il più bello di tutti, con i confini tra i generi e fra gli individui che si perdono per fondersi nell’Uno – sentite l’assonanza tra le parole del ritornello e l’euforia trasognata con cui il canto le articola: vi ritroverete a cantarle senza rendervene conto.

È il momento in cui Un Sogno di Maila alza il ritmo, almeno per qualche istante. Prima la ritmica ostinata di Droghe per il Popolino e poi lo scatenato power pop Aiuto! scuotono con mano ruvida da un confortevole tepore, liriche oblique sulla fatica dello stare nel presente – il Kali Yuga, nell’induismo, è un’era oscura di discordia e conflitto; “i natimorti idioti di domani” arriva dritta da Sylvia Plath; “la trasparenza è un limite che ti fa perdere il giro” ha più di un tratto autobiografico, se considerata nel solco del percorso artistico immacolato di Verardi.
Poi basta, non c’è più bisogno di alzare la voce: il singolo Due Foglie riprende un passo narcotico e offre un chorus ampio come le anse di un grande fiume – lo accompagna un video altrettanto evocativo di Chiara Chemi in cui, cito, “i resti delle vite passate di Maila sono cristallizzati sotto forma di androidi esanimi”.

L’ultima gemma, quella che aiuta Maila a liberare i capelli fra le stelle mentre ascolta il cosmo “vibrare come un Om”, sta incastonata fra il pre-finale dell’ennesimo mantra La Pace che Sogni è nella Mente e la chiusura di Ritorno alle Stelle – invero un po’ troppo rotonda e definita per congedare da un’opera pop in cui la sfuggevolezza e la fluidità delle forme sono temi portanti, anche se si apprezza il freakout chitarristico che conduce all’uscita. Vita Sognata è un abbraccio retto da un pianoforte che spizzica note senza mai definirsi in un tema, perché la routine spezzerebbe questa evocazione di pace cosmica; qui conta l’atmosfera celeste in cui è immerso lo strumento, tutta carezze di campionamenti e percussioni.
Un paragone: se i Marlene Kuntz di Grazie – pezzo che chiudeva Che Cosa Vedi, ultimo capitolo della loro fase eroica – fossero stati animati da un’ispirazione paragonabile, sarebbero finiti da queste parti piuttosto che zavorrati a terra da una retorica ampollosa; in Vita Sognata tutto è invece leggerezza sublime, e i suoi accordi di chitarra in maggiore riverberati nell’infinito chiudono il cerchio che Maila Mantra apriva su note incerte.

Finisce che vien solo voglia di farlo ricominciare, Un Sogno di Maila.
Occhi spalancati e “una gioia bambina dentro il petto”.

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da qui si vede il volto di chi mi abbraccerà
e di chi invece odierà l’idea
di perdere il vestito
di perdere il controllo

Se la si prende alla leggera e senza lasciarcisi avvolgere, quella di Un Sogno di Maila non è musica che possa parlare ai più giovani – i ragazzi “hanno altri che scrivono per loro”, ha detto bene Verardi in un’intervista a Rolling Stone. Sono d’accordo con lui, ma solo in parte: questi suoni nascono da una passione lunga una vita per il pop, il rock, la psichedelia e l’Oriente e l’idea di guardare quel che succede quando tutte queste cose vengono fatte detonare in un’unica esplosione.
Ma oggi che il viaggio e le domande sono una perdita di tempo e il traguardo e le risposte gli unici obiettivi, quel che farà colpo su un ventenne nato a cavallo del millennio non potrà mai essere uguale a ciò che cambiava la vita a un adolescente che ora ha l’età di Sgt. Pepper’s o Are You Experienced? – fingere che non sia così e pretendere che la teenage wasteland rimanga immutabile quando il mondo intorno corre come un centometrista è un’idiozia bella e buona.

Ma c’è un “ma”. Se si sceglie di permettere al sortilegio escogitato da Verardi di svelarsi pienamente, non si potrà che rimanere colpiti dalla sua limpidezza d’intenti, dalla sua forza espressiva, dalla qualità dell’ispirazione che lo permea e dalla quantità di libere associazioni che verranno alla mente. Ad esempio, oltre a tutti i riferimenti sonici evocati da Un Sogno di Maila ed elencati qui sopra, io mi sono trovato a ripensare per vari motivi a diversi film amati nel corso dell’ultimo decennio, da Lo Zio Boonmee che si Ricorda delle Vite Precedenti – la metempsicosi! – a L’Estate di Giacomo – rivedete quel film rohmeriano immaginando di colorare i silenzi di Giacomo e Stefania con queste composizioni.
Sono certo che chiunque – indipendentemente dall’anagrafe – potrà fare lo stesso per sé, perché scioglilingua come “janis jim jimi jones rolling up the higher happy mary jane” non sono sterili esercizi di namedropping o rievocazioni storiche, ma chiavi per aprire porte; mezzi per un fine, laddove il fine è il viaggio interiore.

Un Sogno di Maila è un disco innamorato del Sessantasette, sì.
Ma l’arte di Amerigo Verardi non ha età.

Amerigo Verardi (altra foto di Enrica Luceri)
Amerigo Verardi, in una fotografia in b/n di Enrica Luceri

Autore: Amerigo Verardi
Titolo: Un Sogno di Maila
Etichetta: The Prisoner (CD), Psych Out Records / MarraCult (vinile)
Durata: 77’
Anno: 2021

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