Non è niente stai tranquilla è solo il cuore. La malavita dei...

Non è niente stai tranquilla è solo il cuore. La malavita dei Baustelle

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La malavita dei Baustelle
Un'immagine di Mikegibi, recuperata da Wikimedia Commons e condivisa con licenza creativa CC BY-SA 4.0

Betty è bravissima a giocare
con l’amore e la violenza
si fa prendere e lasciare
che cos’è la vita senza
una dose di qualcosa, una dipendenza?

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, usciva in edicola questo bellissimo approfondimento trimestrale – poi forse semestrale, poi mai più: è così che va con la carta – chiamato Mucchio Extra. Non ricordo chi ci scrisse la monografia degli Smiths, però ho memoria di quest’esatta definizione: le canzoni pop letterarie e ariose di Morrissey e Marr, nelle parole dell’autore dell’articolo, arrivavano come a spalancare di nuovo le finestre alla vita dopo tanto rimuginare represso e depresso.

A quell’emozione, per quel che mi riguarda, hanno saputo dar corpo i testi e i pezzi di Francesco Bianconi, in una qualsiasi delle incarnazioni sonore dei suoi Baustelle: ne conto almeno tre o quattro diverse, ormai, e non saprei proprio dire se una valga più delle altre.

Vertice assoluto del pop italiano del nuovo millennio – in ambito rock, un corrispettivo altrettanto creativo si trova soltanto nei Verdena – la scrittura di Bianconi si è mantenuta a livelli sempre altissimi; interessante, misteriosa ed eternamente intrigante anche dopo quasi un quarto di secolo di attività. Ancora oggi, quell’esordio epocale chiamato Sussidiario Illustrato della Giovinezza sembra una manna indie da cameretta (e un po’ porno) piovuta da un cielo benevolo su noi ascoltatori, all’epoca ignari che Zero sarebbe stato di fatto l’ultimo disco di studio dei Bluvertigo; cinque pallini su cinque, gli assegnò perfino il terribile Rocksound, che di solito mi convinceva al gioioso acquisto di sciacquatura di piatti ska-punk.

Ancora oggi impressionano tanto l’incontro sexy tra Gainsbourg e i Pulp de La Moda del Lento quanto la grandeur orchestrale (e la morte al lavoro) di Fantasma. Una vita fa, da un’altra parte, parlavo di Nessuno come di una ricerca d’amore sulle macerie di tempi in rovina, una danza sulla polvere di stelle della Film Harmony Orchestra: immodestamente, sono ancora molto d’accordo con me.

Questo non vuol dire che i Baustelle ci prendano proprio sempre: in Amen c’è troppo di qualunque cosa; L’Amore e la Violenza dovrebbe essere un singolo coi pezzi migliori, e allora sì che sarebbe un altro capolavoro. Eppure, nonostante il loro altezzoso distacco dandy sembri fregarsene di noi comuni mortali, le voci di Bianconi e della sua controparte femminile Rachele Bastreghi mostrano di saper empatizzare in modo profondissimo e naturale con le nostre sventure, le nostre piccolezze, i nostri struggimenti e le nostre colpe.

Sembra che parlino dei fatti propri, e invece parlano dello stare al mondo.
Un appiglio per tutti noi in ascolto che “sfidiamo il buio come una fine di galleria”.

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c’era una storia d’amore
c’era un reggiseno
mentre lo slacciava
mi ricordo che
il complesso suonava
e poi solo tenebre

Un esperimento mentale per voi, ora.

Provate a mettervi nei miei panni: state a cavallo degli anni Zero, avete vent’anni come l’omonima trasmissione di MTV, siete appassionati di rock alternativo e in Italia avete band favolose che arrivano da un’epoca irripetibile (lo scoprirete dopo, ma quelle band, in quel momento, hanno già dato il meglio).

Quando si tratta di cantare di amore e morte ma soprattutto di sesso, però, il panorama si fa desolante. Anzi, peggio ancora: si fa cattolico, come se pure in quell’ambito quella materia dovesse necessariamente evocare pensieri oscuri e torbidi o caricature di sensazioni – e non potesse essere invece raccontata in modo acuto e realistico, divertito ed eccitante.

E così vi abituate a Cristiano Godano che – giovane, sonico e imperioso come tutti i Marlene Kuntz – “vuole una figa blu”: è una citazione vera e non uno scherzo, lo giuro; sta in Overflash, a metà de Il Vile. Vi abituate a Manuel Agnelli che negli inni beffardi scritti per gli Afterhours sgocciola miele qui e là: un immaginario umido e ricorrente, tanto che ne L’Estate potete sentirlo latrare finezze quali “quest’estate che ci cola fra le gambe / dici che leccarla ti dà un senso”. Vi abituate a Emidio Clementi che, Senza Un Posto Dove Dormire, chiede giusto dove stia il quartiere delle puttane e qualche buon samaritano gli indica ovviamente una schiera di case basse.

Se padri di questa controcultura come Ferretti evitavano l’argomento per palese disinteresse o se la cavavano con ansiosa ironia (Mi Ami? resta la canzone d’amore punk più bella e sfasciata di sempre), i figli non sembrano saper fare le cose meglio e in maniera diversa, e nemmeno i nipoti più dotati: ai due estremi dello spettro trovate gli Offlaga Disco Pax ironici di Khmer Rossa e i Marta Sui Tubi nichilisti di Post.

Nel frattempo, si materializza dal nulla questo tizio emaciato di Montepulciano a cui si contano le costole e che vi parla per prima cosa di corpi, umori e desideri appiccicosi con le parole più storte e poetiche e immediate che possiate immaginare. E mentre i nomi citati sopra cadono spesso con tutt’e due i piedi nel tritacarne del trash – l’unità di misura della distanza tra intenzioni alte e risultato basso – i Baustelle giocano con l’eccesso in maniera tanto consapevole e letterata da renderlo strumento per aggiungere ancora pathos e credibilità ai propri pezzi.

“Mica faccio scandalo, se si drizza in pubblico”: praticamente, una liberazione pop.

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“vivere non è possibile”
lasciò un biglietto inutile
prima di respirare il gas
prima di collegarsi al caos
era mia amica, era una stronza
aveva sedici anni appena

Ho mentito, sapete? Scusate.

Le parole virgolettate al termine del paragrafo precedente riguardano certo la sfera della sessualità, ma non parlano di sesso. Arrivano invece da Sergio, un brano che incontrate circa all’inizio de La Malavita, per me ancora oggi il vertice della discografia senza macchia dei Baustelle; e Sergio, uno dei titoli minori dell’album, sarebbe un’ottima sineddoche per raccontarne tutta la straordinaria scaletta.

Perché quella canzone è una storia di vita difficile poeticamente trasfigurata, che sceglie di volta in volta parole crude (“la notte sì / è nera qui / in quattro mi violentano”), strampalate (“mi lavo solamente se mi pagano”) o disarmanti e disarmate (“e gira il mondo ed io non so / se sono un uomo oppure no / mi chiamo Sergio e come te vivo”). E quella canzone è una vera storia di malavita, nel doppio senso di “male di vivere” e “vivere male”: Sergio era il matto di Montepulciano, un personaggio buffo che faceva ridere i bambini raccontando storie strane; solo una volta cresciuti, quei bambini diventati ragazzi avrebbero capito che dietro a quelle stramberie c’erano una disperazione e una malattia tragiche e reali.

Non è l’unica storia vera di questi tre quarti d’ora perfetti e orecchiabilissimi – sanremesi, direi, se Sanremo avesse qualcosa a che fare con la musica – e declinati, a livello lirico, con una voce unica nella storia del pop italiano.

Nessun altro con la stessa notorietà, qui da noi, avrebbe potuto convincere una major a lanciare un album con un singolo che parla di un suicidio; nessuno a parte i Baustelle, ed è una fortuna che sia successo, perché altrimenti una perla pop noir come La Guerra è Finita non sarebbe riuscita a entrare di prepotenza nell’immaginario collettivo come invece ha fatto. Ma quella ragazza “di sedici anni appena” che si è tolta la vita era davvero un’amica di Bianconi, e il contrasto tra il puro fatto di cronaca, l’idea di quanto questa persona contasse per il cantante e la distaccata coolness dell’interpretazione crea un cortocircuito emotivo che aggiunge commozione alla commozione.

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i borghesi si siedono e poi leggono il giornale
i ragazzi si baciano, mezzogiorno sta per scoccare
senza grazia e gracchiando mi avvicino e poi li supplico
se soltanto per oggi fossi libero di parlare
“piacere: Corvo Joe, c’è da mangiare?
solo sassi sapete lanciare
meritate di andare per me nell’eterno dolore”

È lo stesso incantesimo lanciato sul pubblico dal racconto della noia di una provincia cronica de I Provinciali o della sua versione metropolitana Un Romantico a Milano (“cosa fuggi? Non c’è modo di scappare”).

È lo stesso incantesimo di quel meraviglioso abbraccio agli ultimi – piccoli, arruffati, sdegnosi – che è Il Corvo Joe, così cinematografica che il personaggio messo in scena – che si dice zampettasse per davvero nei giardini di Via Palestro – prende vita davanti ai vostri occhi meravigliati. Lo si vede letteralmente “masticare la lucertola”, questo ladro e fine gentleman che vi fa inumidire il ciglio con una o due immagini tenerissime, e poi piangere a dirotto quando il corvaccio s’immagina a chieder qualcosa da mangiare e a implorare di non esser preso a sassate da quella folla di bambini, barboni, studenti e ricche vedove che è tutto il suo mondo.




Ma La Malavita è speciale dall’inizio alla fine, un album in cui tutti i dieci pezzi potrebbero essere singoli, pure quelli che all’epoca non vennero scelti per le radio. L’alternarsi delle voci di Francesco e Rachele in A Vita Bassa, per esempio, ritornello micidiale su cui s’incastra un dialogo con Monica, fashion victim con una visione piuttosto chiara sull’universo: “ed i cantanti dalla radio cantano / ed ogni anno foglie morte cadono / i calendari cambiano / ed i famosi ridono / e tutto il resto è inutile”.

Mai un giudizio dell’autore sul personaggio, mai sarcasmo: alla ragazza viene dato tutto lo spazio di cui ha bisogno per raccontare un’insofferenza stilosa, tant’è che saltano fuori pure brand come Calvin Klein e D&G. Una specie di bestemmia, in Italia, tant’è che molta intellighenzia critica detesta Bianconi e le sue liriche: perché sono un canone a sé e dicono esattamente quello che vogliono dire, incuranti del modo in cui verranno percepite. La dico qui, e mettetevela in tasca: Francesco Bianconi è un autore di testi che in Italia è paragonabile solo a Fabrizio De André.

Per ultima, arriva Cuore di Tenebra. Una mano che batte sulla spalla, una voce che dice che non c’è da prenderla troppo sul serio, la vita – e giustamente, ché sennò uno s’ammazza subito: lo canterà tanti anni dopo, Bianconi. È di questa tensione fra luce e ombra che si nutre il pop inarrivabile dei Baustelle: una speranza abbagliante e romantica proprio quando tutto intorno sembra buio pesto e nonsenso.

cosa c’è, cuore di tenebra
parecchio piangere, cazzotti o guai
ma c’è una luce che cancella il buio
e non è il fulmine e non è il sole
e neanche il bene del Signore
sei tu…amore!

Titolo: La Malavita
Autore: Baustelle
Etichetta: Warner
Durata: 44’
Anno: 2005

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