Spirit Of Eden. Un ricordo di Mark Hollis

Spirit Of Eden. Un ricordo di Mark Hollis

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Nel 1988, Rick [Smith] ed io eravamo in tour in Australia con la prima incarnazione degli Underworld. Stavamo scrivendo il nostro secondo album, che sarebbe stato un fallimento, cercando di fare qualcosa di eccezionale, quando abbiamo ricevuto per posta il nastro di Spirit of Eden dal nostro manager, con una nota che diceva: “Se volete sapere cosa significhi coraggioso, ecco qui”. L’abbiamo ascoltato sullo stereo di un’auto noleggiata mentre guidavamo da Sydney a Brisbane, e nessuno dei due riusciva a dire una parola perché sapevamo che l’asticella era stata posta più in alto di quanto noi saremmo mai potuti arrivare. Quell’album lo porto ancora con me ovunque, per ricordarmi cosa significhi “coraggioso”. Mark Hollis: una perdita tragica. (Da un articolo del Guardian, questo)

Ero in un locale di Bologna con Francesca, l’altra sera; stavamo in un angolo, piuttosto in disparte, mentre intorno rumoreggiavano tavoli e sullo schermo andava una qualche partita di calcio, e la sua domanda è arrivata a bruciapelo: “Francesco, mi fai ascoltare qualcosa?”. Ora: dovete sapere – e adesso lo saprà pure lei – che questa per me è una richiesta che non può trovare risposta facile, immediata; la musica mi qualifica, descrive la mia visione del mondo e dello stare al mondo, e su queste cose proprio non si può andare a cuor leggero. Se scelgo la canzone giusta, mi dico, sarà più facile farle capire chi sono.

La sua reazione alla mia indecisione, al mio smozzicare parole, era divertita; mi sono ricordato che nel pomeriggio aveva condiviso un pezzo dei Nirvana, e allora ho giocato la carta Pixies. E tuttavia c’era un’unica cosa che avrei voluto farle sentire, Mark Hollis e i suoi Talk Talk: quelli sì che mi avrebbero definito. Però non andava bene: troppo caos, lì attorno, per cogliere la grandezza sospesa nel tempo di una musica che ancora oggi non si sa bene da dove arrivi se non da qualche quieto, silenzioso recesso di una mente altra. Per la cronaca, avrei scelto New Grass da Laughing Stock: se potessi essere solo un suono, vorrei essere quella pura leggerezza in movimento.

Immaginerete quindi il dolore nell’apprendere della prematura scomparsa – solo 64 anni – di Hollis, lunedì. Il dolore mio e di musicisti e fan devoti in giro per il mondo, naturalmente: dopo vent’anni di silenzio salingeriano, l’ombra dell’artista londinese è ancora lunga; fra gli altri, messaggi di cordoglio e attestazioni di stima imperitura sono arrivati da gente del calibro di Peter Gabriel e Rachel Goswell, Prefab Sprout e Tears For Fears, Steven Wilson e Arcade Fire, Underworld e These New Puritans. Io, però, mi porterò sempre nel cuore questo piccolo omaggio in forma di vignetta di Makkox, che di Hollis ha il pregio di cogliere anche l’aspetto sbarazzino, quasi fiabesco.

L’ascesa di un rock dalle tinte ambient (e della techno ambient) è una risposta o un ritiro dal nostro tessuto sociale, sempre più devastato dalla sofferenza. Giardinieri dei paesaggi sonori come i Bark Psychosis, i Seefeel e altri sono l’equivalente uditivo del pergolato della beatitudine, un rifugio da una realtà intollerabile. Ma se la prospettiva socio-economica continua a dire “NO FUTURE”, il futuro del rock sembra più vivace di quanto non sia da un po’, grazie ai Bark Psychosis e al loro post-rock.

Post-rock, ovvero una musica dopo il rock che usa gli strumenti del rock per creare però tessiture, intarsi, ambiente: è il marzo del 1994 quando Simon Reynolds verga queste parole su Mojo e s’inventa questa definizione per raccontare il bellissimo Hex dei Bark Psychosis. E la musica d’ambiente creata dalla band nel proprio opus magnum, nelle sue parole, è diretta discendente dei Talk Talk e di quei dispacci da una realtà oltremondana che sono Spirit Of Eden (1988) e Laughing Stock (1991). Di più: senza quei due dischi e senza il genio di Mark Hollis, quasi cloni come i Bark Psychosis sono di fatto inimmaginabili, così come sarebbero state ben diverse le traiettorie dei Radiohead da Ok Computer in poi, dei Sigur Ros, dei Tortoise e di tanto altro “post” a cavallo del nuovo millennio.

E dire che non avevano certo cominciato così, i Talk Talk. Hollis citava un sacco di jazz fra le proprie influenze, ma di certo non se ne sentiva molto nei solchi synth-pop dei primi due album – di non grande qualità il primo The Party’s Over (1982), già di molto superiore It’s My Life (1984) – che però avevano garantito alla band i soldi necessari a realizzare un disco assai più ricco e già praticamente perfetto come The Colour Of Spring. Un album ancora quasi esclusivamente pop, eppure cori, orchestrazioni e arrangiamenti intricati tradivano ambizioni ancora più grandi: le prime avvisaglie di un’ulteriore mutazione, tra singoli di pazzesco impatto come Life’s What You Make It, si colgono nella profondità abissale di April 5th, forse il primo pezzo in cui Hollis riesce a far suonare i vuoti. Da lì in poi cambierà tutto, e questo splendido live del 1986 a Montreaux è una specie di epitaffio a quello che erano stati i primi Talk Talk.

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L’ingegnere del suono (Phill Brown, ingaggiato per il suo lavoro after hours con i Traffic, vent’anni prima), presente alle sessions, ne descrive l’atmosfera, dandole quasi un significato mitologico. “Era molto psichedelica. C’erano candele e luci al petrolio o stroboscopiche. A volte lo studio era immerso nella totale oscurità. Eri disorientato dall’assenza di luce diurna, incosciente del tempo che passava”. In effetti, i musicisti suonano, improvvisando, totalmente isolati nell’oscurità, avvolti nel profumo d’incenso, senza sapere esattamente come sia la struttura completa dei brani a cui contribuiscono. (Da un pezzo uscito su Rumore, numero 325)

Mi è sempre venuto naturale associare i suoni di canzoni e dischi amati a un particolare contesto ambientale: le profondità marine di You And Whose Army e Pyramid Song dei Radiohead (ancora loro, e non è un caso); il suono della superficie dell’acqua spezzata da un corpo, nell’attacco di Via dei dEUS (due passi sul trampolino e poi il tuffo); le nuvole cariche di pioggia e presagi del Neil Young di On The Beach; il suono delle tempeste di neve risuonate dai Galaxie 500 di On Fire. I Talk Talk di Spirit Of Eden, per me, sono sempre stati le rifrazioni dei raggi del sole nella nebbia autunnale, di quei pochi che riescono a passarci attraverso.

Tutto nasce dal niente, qui, e in niente sembra finire. Musica immateriale fatta di tantissimi strumenti che però intervengono solo quando serve, suonando una nota invece che due – e a volte non suonando proprio. The Rainbow / Eden / Desire, il trittico di pezzi che riempie il lato A, è in realtà un’unica suite: suoni rari, con un’armonica che si confonde ai riverberi di chitarra, bassi caldi e pulsanti e aperture melodiche che suonano come vere epifanie, istanti che sanno di assoluto.

Il secondo lato è in qualche modo più fisico, sebbene anche la canzone scelta come singolo dalla casa discografica (una EMI disperata) abbia ben poco a che spartire con le classifiche: I Believe In You è un mormorare di sei minuti con scintillanti inserti d’organo che illuminano il vibrato legnoso di Hollis. Ultraterrena, così come la dolce invocazione finale di Wealth, cantata quasi dandoci le spalle.

Provate a pensare al senso di scoperta di Rock Bottom di Robert Wyatt, a Sketches Of Spain di Miles Davis, alle sfere celesti di A Love Supreme di John Coltrane, e forse riuscirete a immaginare qualcosa di simile a una parte di Spirit Of Eden; il resto continuerà a sfuggirvi e a incantarvi, per sempre: “il suono di un artista cui sono state date le chiavi del Regno e ne è ritornato con l’Arte”, dirà Alan McGee. Poi verranno Laughing Stock – ancora più rarefatto, sempre un’influenza incalcolabile per generazioni di musicisti – e un solo, meraviglioso lavoro solista (nel 1998); quindi il ritiro dalle scene, per stare con la famiglia, per essere un buon padre. E nessun’altra nota suonata, poiché non serviva più dire altro.

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Titolo | Spirit Of Eden
Artista | Talk Talk
Durata | 41’
Etichetta | Parlophone

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