La ragazza con il braccialetto, l’Altro sconosciuto di Stéphane Demoustier

La ragazza con il braccialetto, l’Altro sconosciuto di Stéphane Demoustier

Uscito in sordina durante le nebbie cinematografiche di agosto e con un cartellone pubblicitario che denota che nessuno, manco chi ha fatto il suddetto cartellone, abbia visto il film (“Amica. Amante. Assassina”, ma sul serio?), La ragazza con il braccialetto, terzo film del regista francese Stéphane Demoustier è un mistero nascosto dietro agli occhi.

All’apparenza, il film scorre come un legal drama, in gran parte girato dentro la sala di un tribunale. Lisa, una ragazza di 18 anni di una famiglia benestante di Nantes, è accusata di aver ucciso a coltellate la migliore amica, circa due anni prima. Da allora, dopo qualche mese di carcere, vive arresti domiciliari, con alla caviglia il braccialetto elettronico, da cui il titolo. Vive in una casa dell’alta borghesia francese, grande, con giardino (ciao amici che avete passato il lockdown in 35 metriquadri di monolocale); i genitori possono vivere qualche tempo senza lavorare: il regista non sembra interessato alle questioni sociali, ma solo a quelle più intrinsecamente umane e familiari. La rete degli affetti come primo nucleo della società. La vita della ragazza viene spiattellata davanti ai giudici, ai giurati, ai genitori, agli avvocati ed alla ragazza stessa, che ci osserva fissa, seria, a tratti quasi imperturbabile.

È tua figlia.
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È in questo sguardo dritto in camera che si nasconde il mistero del film, che ha solo marginalmente a che fare con il caso di omicidio. Il titolo in questo senso è rivelatore: Demoustier gioca con l’arte classica e con opere come “La dama con l’ermellino” o “La ragazza con l’orecchino di perla. Come nei quadri di Vermeer e Leonardo, infatti, la protagonista è definita dal suo orpello, ma quello che c’è dietro e dentro rimane celato. La ragazza con il braccialetto è come le dame ritratte nella pittura che ci guardano con una strana espressione, e siamo portati a volerne sapere di più, a chiederci chi sono, cosa stanno facendo, cosa stanno pensando. Ugualmente Lisa ci osserva con sguardo fermo e imperturbabile, sfidandoci a chiederci chi lei realmente sia. I suoi silenzi, la sua imperturbabilità: sono segno di colpevolezza? Oppure sono solamente un sintomo dell’adolescenza che si chiude naturalmente su se stessa: “Come è andata a scuola?” “Bene”; “Cosa hai fatto oggi?” “Niente”. Sono dialoghi questi comuni, che rimandano ad una fase della vita che abbiamo tutti passato (ormai per molti lontana).

Oppure quell’indolenza, quella costante insoddisfazione, rimandano a qualcos’altro, all’omicidio, al caso giudiziario? Lisa sembra vivere alcuni momenti del processo come una interrogazione scolastica; sembra avere nei confronti del procedimento penale la stessa insofferenza che si ha verso la scuola. In gioco c’è la sua vita, lo capisce, ma la sua attenzione è altrove, magari verso il nuovo ragazzo conosciuto online: è colpevole o solamente giovane? Per il regista, Lisa è l’Altro assoluto ed inconoscibile: una ragazza adolescente. Questo senso di inconoscibilità passa anche ai comprimari (ai genitori, ai giudici, agli avvocati) e a noi spettatori. Come quando ci rapportiamo con ragazzi molto più giovani di noi e semplicemente non li capiamo, non possiamo capirli, parlano una lingua completamente diversa a cui noi non siamo abituati. Ed allora i genitori scoprono (e scopriamo) che esistono varie vite e varie verità, che esiste una distanza incolmabile anche fra gli esseri umani più vicini.

Spiegami ancora quella differenza fra piacere e amore
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Lisa ha una moralità che l’avvocato dell’accusa non riesce a comprendere, neppure nel linguaggio, tanto che la stessa accusata gli spiega che “non facevamo l’amore; ci davamo solo piacere”. Ha una vita che i genitori conoscono solo superficialmente, di cui sanno solamente alcuni nomi ed alcuni ruoli. Tanto che il padre, dopo i primi giorni di processo, dice proprio che gli sembra di non conoscerla, come se stessero parlando di un’altra persona a lui sconosciuta. E sta parlando di sua figlia in quanto tale, non del possibile coinvolgimento come assassina. È così anche per noi spettatori, non possiamo capire fino in fondo cosa si agita dietro lo sguardo e l’immobilità di Lisa, dietro i suoi silenzi risentiti e dietro la sua imperturbabilità. Questa alterità rappresenta il vero mistero del film, che non si scioglie mai, anche quando il procedimento è finito. La scena finale è in questo senso emblematica: un gesto che può essere interpretato in varia maniera, sia come ammissione di colpa, se rimaniamo legati all’aspetto criminale della vicenda, che come una forma di omaggio all’amica morta o un ritorno alla normalità. O anche solo una cosa vezzosa, dovuta all’età ed alla moda.

La sceneggiatura fa un ottimo lavoro (ed è stata premiata in diversi festival) nel tenere la tensione altissima per tutta la durata, basandosi quasi esclusivamente su dialoghi ed interrogatori, portati in scena da bravissimi attori, su cui spicca la protagonista (al suo esordio), i cui silenzi e le espressioni esteriori sono di rara profondità, e la figura del padre combattuto e combattivo (Roschdy Zem). Regia e montaggio, al contrario, sembrano muoversi in senso anticlimatico, che però risulta di grande effetto: quasi assenti i campo-controcampo che ci aspetteremmo in una sceneggiatura così fitta di dialoghi, la macchina da presa preferisce spesso rimanere ferma su un personaggio (come nel monologo quasi interiore della madre interrogata) oppure muoversi fra i due interlocutori senza stacchi di montaggio, quasi a creare dei brevi pianosequenza.

Questo aspetto risulta molto evidente nella sequenza iniziale, in un paio di sequenze in casa e nei dialoghi fra padre e figlia in macchina. Lo spettatore è diretto osservatore e “muove” i suoi occhi (la scena ripresa dalla macchina da presa) senza staccarli. Questa scelta aumenta gli aspetti emozionali ed invita ancora una volta a provare ad indagare il mistero, a conoscere ciò che non è agli effetti conoscibile, ed in ultima analisi ad accettare il mistero e l’inconoscibilità dell’età, del sesso e dell’essere umano. Senza alcun giudizio, senza alcuna spiegazione La ragazza con il braccialetto prova a comprendere l’umano ed i suoi rapporti e ci ricorda come l’inconoscibilità e l’incomunicabilità siano necessariamente parte di noi.

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