Ragazza con l’orecchino di perla

Ragazza con l’orecchino di perla

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TAR, cap. VIII - su divismo, mistero, conformismo e Scarlett Johansson

Titolo: Ragazza col turbante o Ragazza con l’orecchino di perla
Artista: Johannes Vermeer
TAR: olio su tela, 44,5×39 cm
Anno: ca. 1665
Collezione: Mauritshuis, L’Aja

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È uno dei visi più conosciuti della storia dell’arte. Una di quelle cose da carta di cioccolatini per intenderci, stampe su tazze, magliette e affiliati. La maggior parte forse la conosce grazie all’omonimo film di cui è protagonista, con le sembianze di una magnifica Scarlett Johansson; la Monna Lisa del Nord la chiamano, un’icona pop, insomma. Fatto sta, che la Ragazza col turbante, meglio conosciuta come Ragazza con l’orecchino di perla è diventata una diva (e fa fare incassi da paura, si veda la mostra a Bologna).

Ma davvero basta rappresentare una bella ragazza, che guarda dritta negli occhi dell’osservatore, catapultato così fuori dal suo voyeurismo, per fare un capolavoro? Siamo ancora cosi timorati, cosi conformisti (così maschilisti, anche), da rimanere imbambolati davanti a un’opera del genere? La domanda è ovviamente retorica, basti vedere cosa è successo a Londra con la pubblicità per la mostra di Schiele. Resta il fatto che non mi vengono in mente illustri ritratti di uomini sconosciuti. Invece il sorriso enigmatico di una Monna o le labbra turgide di una qualsivoglia ragazza, quelle sì che sono destinate alla gloria – e meno male. Come ci ricorda Ferdinando Scianna, un’immagine non nasce icona, lo diventa nel momento in cui viene riconosciuta, più o meno universalmente. E questo riconoscimento può avvenire per diverse cause, perché l’immagine si inserisce in una determinata corrente iconografica, o perché si carica di fatti storici, di cui diventa poi una sorta di manifesto (l’esempio clou è l’iconografia di un personaggio come Che Guevara..).

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Mi azzardo a dire che la nostra Ragazza non rientra in nessuno dei due casi sopra indicati. Così su due piedi, non ricorda nessuna icona a lei precedente (ho difficoltà a immaginarmi che la Madonna sia mai stata rappresentata così), e decisamente non è vessillo di grandi avvenimenti storici. Di fatti, forse il più grande capolavoro di Jan Vermeer (Delfi, 1632-1675) o se non altro quello più celebre, viene liquidato dalla descrizione della sua casa ospite, la Mauritshuis de l’Aja, come un ‘tronie’: non un ritratto, ma una pittura di genere, un soggetto di fantasia, spesso rappresentato in abiti esotici (il turbante, certamente non appartiene alla moda olandese dell’epoca), molto in voga nel periodo contemporaneo al suo autore. Genere, tra l’altro, cui l’artista non era solito, a giudicare dalle (poche, una trentina) opere pervenute: quasi tutte scene d’interni, intime, silenziose, pacate. Delle nature morte con le persone, sono state definite dal buon Gombrich. Sicuro di morto nel quadro che abbiamo preso in considerazione, c’è ben poco.

Su uno sfondo nero, e in primo piano,  il soggetto smette di essere un’attrice di fondo in una scena e si fa ritratto psicologico. Veniamo catturati dallo sguardo, che ci scuote dal nostro torpore di osservatori passivi e veniamo tirati dentro: si sta voltando, o si gira verso di noi? le labbra dischiuse alludono a qualche parola sospirata? cosa dice? Ma soprattutto, Chi è? Ecco che scatta: vogliamo sapere tutto di lei. Ecco che una ragazza sconosciuta diventa diva. Il divismo non è un fenomeno troppo diverso da quello dell’immagine che si trasforma in icona: la persona diventa diva nel momento in cui incarna una narrazione, in cui affluiscono l’imaginario, la curiosità, l’aspirazione del collettivo. Pensiamo a Marilyn, o al motivo che ci spinge oggi ad aprire tutti i link che riguardano la gravidanza di Beyoncé (che, per associazione iconografica, è diventata una contemporanea Madonna…).  Per necessità di riempire il buco storico-narrativo ecco quindi spuntare i romanzi, per la Ragazza di Vermeer come per la Gioconda, e poi i film, corredati di cast stellari (la suddetta Scarlett e Colin Firth, Tom Hanks e Audrey Tautou per Il Codice da Vinci). Così questi misteriosi, silenziosi personaggi diventano parte di una storia, riusciamo ad avvicinarli. Eventualmente, attraverso il merchandising, ce ne impossessiamo.

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Tutto molto affascinante, ma non riesco a scrollarmi di dosso l’idea che in questo processo qualcosa vada perdendosi, il potere evocativo dell’opera. Nell’epoca della sovra-informazione che viviamo oggi, la verità è che non sappiamo gestire il mistero. Ci dà fastidio che qualcosa non sia immediatamente accessibile. Quando stiamo davanti a un’opera, mi piace pensare che l’apparizione di quell’immagine ci lasci sospesi per qualche attimo. Uno schiaffo inatteso e non (?) meritato. La bellezza apre a una serie di interrogativi senza nome, non abbiamo a che aggrapparci per dire cosa ci sta succedendo dentro, così, la maggior parte delle volte, invece di sforzarci di mettere in gioco le nostre capacità (emotive e razionali in egual misura), cerchiamo spiegazioni. Analizziamo, perché attraverso la scomposizione riassumiamo il controllo. Il colore è steso così, la luce è resa colà, la perla non può essere una vera perla perché non ne esistono in natura di quella dimensione (che noia!). Vivisezioniamo, torniamo in noi. Perdiamo un gioco dialettico con l’opera, la sfida del barattarne il senso. Sì, siamo ancora così conformisti.

E forse, quello che ci sta sussurrando quella ragazza, come una sirena, è <<vieni con me, oltre?>>

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