First Man, l’eroismo bianco e maschile di Damien Chazelle

First Man, l’eroismo bianco e maschile di Damien Chazelle

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Il mio razzo è più grosso.

Viviamo in un momento storico in cui non è possibile parlare di un’opera biografica come First Man di Damien Chazelle, senza trovarsi invischiati in discorsi politici e sociali. Viviamo in un momento storico in cui non è possibile pensare un’opera biografica come First Man senza immaginarsi coinvolti in tali discorsi. Mi chiedo, dunque, quanto sia stato cosciente il regista Damien Chazelle nella realizzazione del suo film su Neil Armstrong, e quanto invece sia stato involontario portatore di un messaggio a cui non aveva pensato.

La vicenda umana di Neil Armstrong, primo uomo a mettere piede sulla luna, viene raccontata da Chazelle in maniera apparentemente sobria. Il regista è interessato all’uomo capace di sopportare il dolore (tema importante sia in Whiplash, che in La La Land) ed in grado di mettere al primo posto il lavoro, perché crede in un ideale più grande. Tanto da dover rinunciare ai rapporti umani e sentimentali, come già avveniva sia in Whiplash che in La La Land, appunto. L’Armstrong interpretato da Ryan Gosling è una persona fredda, sia in positivo che in negativo: capace cioè di mantenere la calma nelle mille prove a cui la vita (lavorativa e non) lo sottopone, ma anche incapace di un rapporto emotivamente maturo con la moglie e i figli. Ed il film è proprio incentrato su queste mille prove di resistenza che il protagonista supera brillantemente, quasi senza battere ciglio. Non è un personaggio complesso, né sfaccettato. È tutto d’un pezzo. Penso alla complessità emotiva del Sully di Eastwood, completamente assorto fra senso di colpa e convinzioni personali. Neil non ha spazio per il senso di colpa.

Tutto il resto, per Chazelle, passa in secondo piano. Questo si porta dietro le tipiche pecche dei biopic nel delineare i personaggi di contorno, che qui quasi non esistono. Tante persone si affollano intorno a Neil, ma quasi nessuna ha un nome. Sono solo funzionari, politici, tecnici, doppiopetto e colletti bianchi, che non possono che infastidire il protagonista. Non delineati e senza una funzione, anche per il film. In secondo piano passa anche il contesto storico, cioè quegli anni Sessanta che culminarono con il ’68, la Guerra in Vietnam e Kennedy. Ed è qui che (forse involontariamente) il regista dimentica che in questo momento storico è impossibile evitare un giudizio politico e sociale.

Basta giocare a fare Kubrick, dai. Davvero. Basta.
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Il mondo intorno a Neil è antistorico, maschilista e rigorosamente bianco. I colleghi di Neil sono tutti bianchi e uomini. Alle donne è riservato lo spazio casalingo, la cura dei figli, la preoccupazione e le lamentazioni per i mariti lontani (fra cui il bel dialogo sulla “vita normale”). Non serve essere degli storici per sapere che la realtà era piuttosto diversa. Molte donne (anche di colore, come ci insegna il cinema) lavoravano alla NASA ed una di queste ha svolto un ruolo fondamentale nell’atterraggio dell’Apollo 11 sulla luna (c’è anche un set Lego che ne parla). Magari Chazelle non ha letto Wikipedia e non gioca coi Lego.

Discorso analogo si può fare per le persone di colore. In tutto il film compare un solo afroamericano, durante una protesta nel ’68, che coinvolge anche la NASA. Insieme a lui, nella stessa sequenza di montaggio, compare un intellettuale in un talk-show che pone dei dubbi sui soldi usati nella ricerca spaziale: tutta la sequenza ha lo spazio di meno di un minuto, ed è accostata per montaggio ai colletti bianchi di Washington preoccupati per i “soldi dei contribuenti” usati dalla NASA.

Il messaggio che passa è chiaro, ma mi interrogo su quanto sia voluto dal regista: mentre un umo bianco americano che si è fatto da solo sta cercando di compiere un passo fondamentale per la storia dell’umanità, intellettuali da salotto, minoranze facinorose e funzionari governativi si oppongono. Sembra quasi che il regista derida volutamente questi soggetti, incentrando tutto sul suo protagonista e, di nuovo, portando ad un risultato del tutto antistorico.

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Se potessimo sospendere questo giudizio, diremmo che il film è ben girato, con alcune sequenze veramente emozionanti (la discesa sulla luna) con un ottimo montaggio, ed è ben interpretato da Gosling (che no, non è Tom Hardy e non può permettersi di recitare per tutto il tempo solo con gli occhi, ma se la cava). Purtroppo, non possiamo sospendere questa riflessione, non al giorno d’oggi. Nonostante sia stata volutamente esclusa la spettacolarizzazione della bandiera piantata sulla luna perché ritenuta troppo patriottica, ci troviamo di fronte ad un film in cui si vagheggia di una Grande America che pensa al bene dell’umanità, che viene ostacolata da intellettuali e sessantottini troppo ottusi per capire la grandezza del progetto; dove le donne sono casalinghe e non vengono mai riprese al di fuori delle mura domestiche o della strada di casa; dove il patriottismo esce dai dialoghi dei tecnici della missione (“fanculo i russi”) o dagli spezzoni ripresi dopo l’allunaggio.

Rimane solo un grande quesito: quanta volontà da parte di regista e sceneggiatore ci sia dietro questa messa in scena patriottica, bianca e maschilista. Forse davvero volevano raccontare la storia di un uomo capace di sopportare la vita ed il lavoro, per quanto difficile. Hanno creato un bellissimo protagonista per una narrazione storica di destra e che limita o impedisce il contraddittorio.

Peccato, occasione sprecata.

Voto: 6.5

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