Fanny Hill | John Cleland

Fanny Hill | John Cleland

Si potrà protestare che tale esperimento è pericoloso. E’ vero, se fatto su uno sciocco, ma gli sciocchi sono degni di attenzione?

1748. Questo pruriginoso romanzo non esisterebbe se il quarantenne John Cleland non si fosse trovato in una situazione finanziaria così precaria da trascinarlo più volte in prigione a causa di debiti non pagati per un totale di ben 840 sterline circa. Cleland vuole fondare la Compagnia portoghese delle Indie orientali ma è un bohemien senz’altro arguto e talentuoso ma totalmente inaffidabile e con un iniziale pessimo fiuto per gli affari e i portoghesi si girano dall’altra parte così come il governo inglese e qualsiasi barlume di botta di fortuna tanto utile in situazioni disperate come questa, più generalmente: sempre.

Me lo vedo lì, il malinconico John, seduto a braccia incrociate sulla panchetta legnosa marcia scricchiolante della sua umidiccia cella londinese a guardare senza alcun sospiro romantico i raggi di sole e qualche sprazzo di blu proveniente dalle 4 fessure dell’unica grata posizionata in alto, proprio di fronte al suo raggio visivo. Epifanica non dev’essere stata la visione di una bianchissima colomba appoggiatasi all’improvviso delicatamente con un leggero battito d’ali sulla grata arrugginita riempiendo occhi e cuore del povero Cleland di speranza alla vista di un essere così biblicamente allegorico ma, piuttosto, arrivato a questo punto in cui ha ormai toccato il temibile fondo a mio avviso il caro Cleland ha a tutti gli effetti davanti a sé ben visibile come una limpida apparizione improvvisa proiettata su uno schermo IMAX 3D un enorme buco nero spaventoso e magnetico – quell’abisso infinito che Nietzsche diceva che se lo guardi pure lui ti guarda e allora a ‘sto punto non lo guarda più ma ci si infila dentro subito senza perdere un secondo di più e finalmente dopo un minimo sforzo arriva un attimo di pace che gli svuota completamente il cervello.

Sarà per via di questo abisso rivelatore che, tra le altre cose, profuma di future sterline come se piovessero, Cleland, proprio in quegli anni sconsolati e solitari scrive Fanny Hill – Le memorie di una ragazza di piacere, la sua opera più famosa e uno dei capolavori della letteratura erotica. Erotismo, sì, ma decisamente ingenuo e scanzonato, talmente meccanico da risultare inconsapevolmente comico.

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Cleland, negli anni nei quali a primeggiare letterariamente è la virtuosissima e pudibonda miss gambe incrociate Pamela di Richardson, sfodera il suo poker dal mazzo ovvero la sua sfacciata eroina Fanny che di certo non si fa intimorire: non ha peli sulla lingua, lei, e se li avesse… be’, ci siamo capiti.

Purtroppo, le nostre virtù o i nostri vizi dipendono spesso dalle circostanze.

In un’epoca nella quale certe anatomie neanche si possono nominare e il tutto si riduce ad un temuto incastro asettico a mo’ di tetris riuscito, Fanny apre le porte e rimescola le carte in tavola. Fanny è un po’ come una Bratz che arriva in un posto pieno di Barbie, non so se mi spiego: ogni mattina, quando ti svegliavi e sceglievi il giocattolo da portarti a scuola per passare i 15 agognati minuti di intervallo, guardavi le tue voluminose Bratz e glielo leggevi in faccia che fossero costantemente reduci da una estenuante notte di sesso e alcol anche se condividevano lo scatolone di cartone solo con Barbie f**a di legno magia delle feste e il coccodrillino in pixel del tamagotchi. Insomma, la Bratz non va tanto per il sottile e se la spassa con qualsiasi cosa a portata di mano. Lei è fatta così.

Fanny è un libro aperto, non è enigmatica: è spontanea, sorridente, spregiudicata. Fanny passa da un letto all’altro ma anche sedie divanetti pouf e sottoscala senza alcuna volgarità nei suoi buffissimi e spontanei resoconti. Fanny sorride sempre, è proprio il suo sorriso disincantato a salvarla disarmando e ammutolendo ogni censore. La forma è salva.

Ma noi non scegliamo le nostre inclinazioni, come non scegliamo i nostri lineamenti e il colore della nostra pelle.

L’avventurosa vita di Fanny è una variazione ininterrotta di un solo tema: il piacere. Gli unici luoghi sacri di Fanny sono il Tempio dell’Aurora, il Tempio dei Misteri e il Tempio di Flora e in lei non combattono mai le ataviche forze di bene o male, no, nel suo erotismo frou frou vissuto con partecipazione ma anche con vivo distacco c’è spazio solo per l’eterna lotta tra uomo e natura che, questa volta, riescono a raggiungere un piacevole compromesso.

Con questo romanzo epistolare che raccoglie le movimentate giornate e nottate di Fanny, John Cleland si pone anche come capostipite di una nobile crociata di stampa intesa a denunciare il punto di degradazione al quale erano giunti i vizi dell’epoca. Vizi che delineano l’evoluzione del costume del periodo spalancando le porte alla moderna industria editoriale del libro erotico che avrà un mercato sempre più vasto nella vecchia e nuova morigerata quanto viziosissima Europa.

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Il finale per Fanny sarà dolce: seguirà il suo istinto raggiungendo l’esclusivo equilibrio della sua natura non conoscendo quindi né colpe né errori e la sua natural goodness of heart unita al suo sguardo disincantato sul mondo saranno abbondantemente ricompensati, come nella più lineare e rassicurante fiaba della buonanotte.

Possiamo tirare un sospiro di sollievo, all’unisono.

A questo punto scoprii, l’esser purtroppo vero, che le cose che ci spaventano quando non possiamo fuggire da esse, attraggono i nostri occhi con la stessa forza di quelle che più ci piacciono.

titolo | Fanny Hill

autore | John Cleland

editore | ES Editore

anno | 2010 (1748)

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