‘Walking, or the Wild’: Henry David Thoreau e l’anatomia del vagabondare

‘Walking, or the Wild’: Henry David Thoreau e l’anatomia del vagabondare

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How happy is the little Stone,

That rambles in the Road alone,

And doesn’t care about Careers

And Exigencies never fears –

Whose Coat of elemental Brown

A passing Universe put on,

And independent as the Sun

Associates or glows alone,

Fulfilling absolute Decree

In casual simplicity –

(Emily Dickinson)

Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che comprendessero l’arte del Camminare, ossia di fare passeggiate, che avessero il genio, per così dire, del vagabondare, termine splendidamente tratto da ‘genti oziose che nel Medioevo percorrevano il paese chiedendo l’elemosina con il pretesto di recarsi à la Sainte Terre’, in Terra Santa, sin quando i bambini cominciarono a gridare: ‘Ecco là un Sainte Terre!’, un Vagabondo, un Terra Santa.”

L’estate sta per arrivare e, personalmente, l’arrivo dell’estate è uno dei momenti buoni per disperarsi.

Estate ovvero vacanza, ‘vacans’, ovvero vuoto, libero, privo.

Con un minimo di anticipo, cerco qualche rimedio che mi aiuti a superare l’ansia da prestazione estiva e, sì, mi capita tra le mani un breve pamphlet di Henry David Thoreau; s’intitola ‘Camminare’ e già spero mi dica esplicitamente dove dovrei andarmene mentre tutti sono alla spiaggia 61 tesoro spalmami la crema grazie un ghiacciolo al limone grazie PALLAAAAAA!!

mass-welcomeSo che Thoreau nasce (1817) nel Massachusetts, Stato che, oltre al fatto di avere per me il nome più impronunciabile di tutti gli Stati d’America e di tutte le galassie, mi è noto così a orecchio per un’omonima canzone toponimo-malinconico-celebrativa dei Bee Gees (sono vecchia, d’accordo) e per quelle allegrone delle streghe di Salem la cui fama così per sentito dire credo abbia trasformato quella cittadina in una sorta di luna park goticheggiante pieno di merchandising stucchevolmente macabro e gatti neri (tutte buone premesse per una visitina, prima o poi).

So anche che Thoreau è un americano ad hoc dei vecchi tempi, un trascendentalista, allievo di Ralph Waldo Emerson: ciò che persegue è la ricerca della purezza morale. Ho già letto due suoi lavori anti-civiltà dai titoli più che esplicativi come ‘Walden, ovvero la vita nei boschi’ e ‘Disobbedienza civile’; l’ho incrociato la prima volta durante la visione (riferimento pop, finalmente, ma decisamente folgorante) di ‘Into the Wild’ di Sean Penn. Insomma, parliamo di uno che, per ribellarsi alla società ormai storicamente prosciugante in cui viveva, se n’è andato due anni a vivere in isolamento in una capanna di legno (costruita con le sue manine d’oro) in un bosco limitrofo al lago Walden: questa è la tranquilla e normalizzata asocialità leggermente toccata dal new age che cerco; l’emulazione sarà ovviamente, per ragioni di forza maggiore, ridimensionata.

Capanna di Thoureau, da lui costruita vicino alle sponde del lago Walden, nei pressi di Concord.
Capanna di Thoreau, da lui costruita vicino alle sponde del lago Walden, nei pressi di Concord.

Inizio ‘Camminare’ e sono subito travolta dai pensieri che Thoreau raccolse durante le sue luuuunghe (non meno di quattro ore giornaliere) e solitarie escursioni nella natura, nei boschi limitrofi la sua capanna, e da lui raccolti nel 1862, poco prima della sua definitiva dipartita. Ciò che emerge è il fatto che sia la Natura, con la sua docile influenza positiva, ad essere l’unica legittima guaritrice dell’animo umano e di ogni inquietudine nervosa, nei limiti del possibile. Inoltrarsi nella foresta indica un allontanamento da tutte le costruzioni e costrizioni, fisiche e non, presenti nella società. Secondo Natura, non esiste alcuna fretta, solo contemplazione e liberazione dallo stress accumulato nei lunghi periodi trascorsi legittimamente rinchiusi.

L’Ovest di cui parlo è solo un altro modo per definire la Natura selvaggia; e quanto ho cercato di dire è che dalla Natura selvaggia dipende la sopravvivenza del mondo.”

Thoreau elogia il suo amore per gli spazi ancora vergini e immensi degli Stati Uniti d’America, nella sua continua migrazione gionaliera verso Ovest, ma ognuno può vivere la natura e il proprio bisogno di varcare la frontiera anche nei limiti delle sue possibilità di spostamento. Non è certamente la vastità dell’ambiente naturale circostante che conta, ciò che conta è invece senz’altro la voglia di concedersi la libertà di svuotare la mente percorrendo chilometri immersi in un ambiente accogliente e incontaminato. Ogni viaggio deve essere svolto in consapevolezza.

Nella natura non basta viverci, bisogna vagabondare, camminare: camminare è un’arte.

È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai nostri giorni, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che ritornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni. Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.”

Quest’arte del continuo camminare riporta Thoreau ad un’antica tensione mitologica, trascendendo l’ordine sociale e culturale, che ricorda le grandi epopee del passato come l’Odissea e la made in Italy Divina Commedia (non è infatti un caso il ‘Cammin di nostra vita…’ incipit dell’opera, protagonista è infatti il movimento, il perpetuo bisogno di spostamento necessario per intraprendere una riflessione su se stessi), lontana dalla struttura rassicurante delle protagoniste abitazioni e salotti confortevoli dei romanzi della borghesia ottocentesca europea, a Thoreau contemporanea ma distante.

Vagabondare nei boschi diventa una salvezza spirituale, e la più alta forma di rivoluzione pacifica.

Henry David Thoreau
Henry David Thoreau

Thoreau, pacifico idealista, predilige nelle sue camminate il bisogno di avere intorno a sé alberi non piantati dall’uomo, e le strade che percorre è preferibile siano strade che non conducano in un luogo preciso: il vagabondare deve essere fine a sé stesso, non deve avere mete. Sconsigliati sono quindi giardini, parchi artificiali e strade costruite per trasportare merci e persone, non adatte ad un’esperienza che debba essere prima di tutto esperienza di purificazione. Gioire in terre che non appartengono ancora a nessuno.

In questa breve opera, si svela l’intuizione del ‘buon selvaggio’, del Camminatore Errante Thoreau che, nata come reazione alla Rivoluzione Industriale imperante e ai primi drammi in termini di sfuttamento delle foreste e aree naturali di una terra ancora in larga parte incontaminata, si fa precorritrice delle moderne teorie dell’ecologismo contemporaneo, continuando la tradizione che ha portato l’uomo nei secoli a muoversi per volere e, talvolta, per necessità, nel corso di continue peregrinazioni preistoriche, religiose e di enormi esodi storici, fino al bisogno da sempre presente in ogni singolo individuo di ogni tempo e luogo di non restare fermo a lungo nello stesso posto ma di vagare, anche solo per qualche ora al giorno.

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Camminare, vagabondare, con la mente, con il corpo, è da sempre una missione necessaria.

Così vagabondiamo verso la Terra Santa, finchè un giorno il sole splenderà più luminoso di quanto non abbia mai fatto, e illuminerà le nostre menti e i nostri cuori, e rischiarerà l’intera nostra vita con una grande luce che ci ridesterà, calda, serena e dorata come un raggio autunnale sulla riva di un fiume”.

 

titolo | Camminare

autore | Henry David Thoreau

editore | Mondadori

pagine | 60

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