The Childhood of a Leader, di Brady Corbet

The Childhood of a Leader, di Brady Corbet

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Come nasce un capo? Non un capo qualsiasi, ma la guida di un governo dispotico e nazionalista, come quelli che hanno insanguinato l’Europa del novecento? L’esordio alla regia di Brady Corbet prende la metonimia della formazione psicologica di un bambino evidentemente destinato a diventare quel tipo di leader, per spiegare la nascita dei nazionalismi europei (e non solo). The Childhood of a leader, in questo senso, può essere letto su molteplici livelli. Da un lato abbiamo il giovane Prescott che cresce recluso fra l’autoritarismo quasi militare del padre, l’osservanza religiosa della madre e la benevolenza delle altre figure femminili della casa. Dalla’altra abbiamo la metafora della nascita di una Nazione, che ricorda in qualche maniera L’Uovo del Serpente, di Bergman.

In questo ambiente dove l’autorità (il padre) è spesso assente, il giovane Prescott (un clamoroso Tom Sweet) sviluppa una forte rabbia repressa verso il mondo adulto. Ed impara ben presto che il gineceo che lo attornia è incapace di reale autoritarismo, ma viene piegato alla sua crescente forza di volontà. Emblematica è la scena della lettura della favola di Esopo (metafora nella metafora), dove il bambino mette a pieno frutto il suo potere ed il perverso godimento che esso reca con sé, sperimentando il reale effetto sugli altri.

Il regista Brady Corbet crea questo bildungsroman psicologico tendente alla distruzione in maniera impeccabile. Non si sofferma mai su grandi eventi, ma su piccole sfumature fondamentali per la maturazione del bambino. L’assenza di reale punizione o l’indulgenza in questa, soprattutto. Ma anche un continuo indugiare in desideri (anche sessuali) mai appagati, ma nemmeno mai del tutto soggiogati. Ancora una volta emerge chiaro il dualismo fra sesso e potere, intrecciati fin dall’infanzia di entrambi, nati entrambi da un desiderio fisico (sessuale e di domino, di potere), che procede da un iniziale impulso edipico, fino al finale atto anti-edipico. Per questo nella sua ribellione al Potere paterno (che è anche il potere della Storia “conservatrice” che il padre reca con sé), il piccolo Prescott sceglie la nudità alla convenzione dei vestiti.

Sul piano metaforico, Prescott è l’emblema di tutti i nazionalismi a noi tristemente noti, che incarna alla perfezione nelle scene finali (un miscuglio di simbologia nazista, baffi stalinisti e machismo fascista). Figlio (bastardo, come si vedrà) dell’Europa; allevato fra la religione opprimente ed un potere americano capace di ferire (il braccio rotto è la metaforica “Mutilazione” della Germania uscita dalla Prima Guerra, ad opera degli Stati Uniti); si ribella inventando il culto della personalità, che contraddistingue i regimi. La storia personale si fa Storia mondiale, in un continuo gioco di rimandi. Con il dittatore che, alla fine, altro non è che un bambino anarchico al potere, come suggeriva Artaud.

Corbet orchestra così un dramma da camera che è il preludio o l’overture ad un dramma mondiale. Fa muovere i suoi attori fra candele e tendaggi, con forti contrasti di luci, come fossero quadri ottocenteschi, che contengano in nuce i drammi del novecento. Tom Sweet è il bambino più terrorizzante dai tempi di Babadook, capace di reggere un dramma con tinte quasi horror sul suo faccino d’angelo. Ad accompagnarlo, la bravissima Bérénice Bejo, Robert Pattinson e la giovane Stacy Martin, candidamente sensuale in maniera quasi involontaria. Molte sono le sequenze lunghe, i pianisequenza che seguono le stanze della casa, quasi ad indicarci qualcosa di nascosto e che culmino nella sequenza finale, la più onirica, di matrice Sokuroviana, che scandita dalle note di una sinfonia classica (ottimo il lavoro fatto sul sonoro, peraltro) conduce al tremendo epilogo, solo immaginato.

Voto: 8.5

Che bambino adorabile! O forse no?
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