Perfect Days: il nuovo film di Wim Wenders è già un classico

Perfect Days: il nuovo film di Wim Wenders è già un classico

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And then later, when it gets dark, we go home

I believe I can see the future
‘Cause I repeat the same routine
I think I used to have a purpose
Then again, that might have been a dream

Quando Trent Reznor registrava Every day is exactly the same, non dava proprio la sensazione di apprezzare l’eterno ritorno della quotidianità.

Hirayama, protagonista di Perfect Days, ultima fatica cinematografica di Wim Wenders in collaborazione con Takuma Takasaki, non è così d’accordo con lui.
La giornata tipo di questo anonimo signore giapponese di mezza età si apre senza necessità di qualsivoglia sveglia, tanto è ben tarato il suo orologio biologico.

Sistemare il futon, lavare i denti, sistemare barba e baffi, nutrire le sue piantine, recuperare la sua macchina fotografica analogica Olympus, indossare la tuta da lavoro, uscire dalla sua catapecchia in un sobborgo di Tokyo, comprare una lattina di caffè al distributore fuori casa, preparare l’attrezzatura da lavoro sul una monovolume Dahiatsu anni ’90 e andare a pulire con estrema meticolosità i bagni pubblici del luccicante quartiere commerciale di Shibuya, per poi riaddormentarsi dopo la lettura di qualche libro dalle pagine ingiallite.

In queste righe possiamo riassumere l’impalcatura narrativa di Perfect Days: un giorno ordinario così termina perché ne inizi uno nuovo.

Completamente uguale.

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I rapporti sociali di Hirayama sono cristallizzati e routinari tanto quanto. Apparentemente robotici e meccanici, con i suoi ostentati ma gentili silenzi conditi da sguardi comunicativi in risposta, a seconda delle occasioni, all’esuberanza del suo collega Takashi o alla battuta sempre uguale del ristoratore – sempre lo stesso, ovviamente – che gli prepara il pranzo.

La colonna sonora riprende classici della musica rock anni ’60-’70 – Lou Reed, Patti Smith, The Animals – tanto amata dal protagonista e ascoltata rigorosamente su cassette, a sottolineare come la sua routinarietà voglia essere fuori dal tempo o, almeno, sicuramente lontana dal presente.

L’apice della giornata è nella pausa al parco, con il protagonista seduto su una panchina intento a godersi la sensazione di estrema serenità data dalla luce che filtra tra i rami degli alberi, soggetto fotografico per la sua macchina fotografica analogica, che ha riempito interi scatoli di foto sempre uguali, accantonate nel suo armadio di casa. In questo contesto si riconosce anche un altro sentimento cardine del film, che è la nostalgia, così intimamente legata a quella serenità di un mondo personale fuori dal tempo, che viaggia ad una velocità diversa da quella del mondo circostante e che il protagonista vorrebbe probabilmente solo poter cristallizzare. Per Hirayama, anzi, il tempo sembra avere un significato unico: basti pensare al fatto che indossa l’orologio da polso solo nei giorni in cui lavora, perché per la sua quotidianità gli basta il suo di tempo.

La prima ora del film passa così, ma è in grado di generare sensazioni decisamente contrastanti a seconda degli occhi di chi lo vede. Personalmente ho sperimentato una sorta di claustrofobica irritazione in una ritualità così immutabile (chissà cosa ne penserebbe il buon Pigoni, lo psichiatra del gruppo N.d.A.) e votata ad una serenità estraniante, ma altri confronti hanno rivelato un forte apprezzamento per il senso di bellezza e di armonia che proprio quella ritualità ha suscitato. Già questa divergenza fa capire quanto l’intimismo della pellicola sia in grado di toccare corde emotive diverse in ogni spettatore.

A spezzare il ritmo poi intervengono piccoli episodi che non passano inosservati agli occhi del protagonista, ma anzi spezzano anche la sua linearità emotiva: da un lato un partita a tris con un misterioso avversario non può che divertire, dall’altro uno slancio di affetto da parte di una giovane sconosciuta che probabilmente lo ha capito più di tanti altri ma che suscita non poco imbarazzo.

Ma, per quanto Hirayama sia riuscito a creare il suo mondo e ci rimanga attaccato strenuamente, passato e futuro riusciranno inevitabilmente a intaccare quel guscio faticosamente costruito: da un lato sua sorella, a rivelare una estrazione familiare inaspettata e un passato doloroso, dall’altro sua nipote, con l’entusiasmo di chi è giovane e pronta a sbattergli in faccia quanto lui sia rimasto fermo.
Fino all’avvento del caso, il miglior maestro a ricordare lo scorrere inesorabile del tempo e a farci confrontare con l’inevitabile.

Esteticamente Perfect Days è un film di contrasti: alla Tokyo scura di casa si contrappongono scorci di modernità di Shibuya, dove anche un bagno pubblico può essere un gioiello di tecnologia, e di pace naturalistica all’ombra degli alberi dei suoi parchi.

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La fotografia è molto efficace nel sottolineare la sensazione di sereno estraniamento di Hirayama. In questo senso, molto riuscita è anche la scelta di dare forza ai momenti più cupi sfruttando colori scuri e inquadrature ora asettiche, ora intestardite su primi piani, in contrapposizione ai colori e alla luce più calda che permeano i momenti più sereni e distesi, come l’ascolto musica in cuffie stesi sul pavimento di casa e alla luce del tramonto. L’apice non può che essere nel bellissimo primo piano finale che, non ho dubbi, non potrà lasciare indifferenti, quale che sia la sensazione che lascerà.

Andare a vedere Perfect Days al cinema aspettandosi un film narrativamente classico probabilmente non è l’approccio più corretto.

Nato da un progetto documentaristico sulla riqualificazione di Tokyo, è un film di esperienza e sensazioni, in cui il “rapporto” che si crea progressivamente e delicatamente tra lo spettatore e il protagonista la fa da padrone. In questo senso, l’interpretazione dell’attore protagonista Kōji Yakusho è un magistrale copione di poche parole ma di gestualità, sguardi e sorrisi di enorme espressività e comunicatività, che si caricano sulle spalle un film riuscitissimo. Non che il resto del cast sia da meno, ma si parla comunque di personaggi che sono quasi comparse rispetto a Hirayama, è il punto centrale indiscutibile

L’empatia tra noi e lui è quanto di meglio ci lasci il film, che termina dopo due ore con la sensazione agrodolce di dover già salutare un nuovo amico.

 

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