“Jep, io sono tuo padre”

Rodolfo Valentino o la Venere di Cranach? Quale immagine apporre sui bidet per renderli più appealing per il mercato inglese?

Di tale portata sono i dilemmi di Orazio, protagonista de I Divini Mondani. Egli, assieme ad altre divinità mondane sue simili, popola lo strano Olimpo del jet set italiano degli anni ’60, destreggiandosi tra questioni di importanza capitale come festeggiare al Bum Bum o desinare dai Del Doge di Venezia; chi includere nella lista degli invitati al prossimo pranzo; acquistare 100 o 150 bottiglie di champagne per il prossimo happening.

Questioni triviali direte, ma state decisamente sottovalutando il problema; perché se è vero che “Edgarda è terribilmente sexy”, bisogna altresì considerare che i pranzi di Orazio sono social, non sexy; per il sexy c’è il tête-à tête. Analogamente, “il dîner in piedi è demagogico, popolare, agricolo”, eppure anche il dîner in piedi “ha la sua necessità. Serve quando mescoliamo. Il dîner seduto serve quando scegliamo”. Logico, no?

Su questi toni si attesta il grottesco reportage di Ottieri, un romanzo breve, frizzante e amaramente ironico, ibrido interessante tra il divertissement letterario e la critica sociale.

L’opera raccoglie immagini di salotti talmente esclusivi, opulenti e cosmopoliti da assumere contorni contemporaneamente caricaturali e mitici, collocandosi, per protagonisti, toni e atmosfere, nel filone che unisce Fellini al sorrentiniano Jep GambardellaSorrentino stesso afferma di annoverare I Divini Mondani tra i suoi modelli di riferimento per il suo capolavoro, “La Grande Bellezza

La geografia di Ottieri però si estende ben oltre Roma; il jet set è inteso nell’accezione più etimologica del termine: la società del jet privato, snobisticamente nomade tra Londra, Milano, Parigi… ma non l’America del Sud perbacco, poiché, dichiara Orazio, “il Guevara mi offusca”. Contrariamente alla Roma di Fellini e Sorrentino, fisica e statuaria, le città di Ottieri collassano in un punto; il luogo si riduce al mero nome, utile solo a veicolare l’immagine di una casta che ha il mondo in mano, con il senso di onnipotenza che ne deriva. Le città di Ottieri non hanno struttura urbanistica, cultura propria, identità: sono vuote location che ospitano il grande evento: la Festa.

I divini vedono nella Festa il fine ultimo: dopo la Festa c’è solo la Festa successiva; un susseguirsi schematico, frenetico, ossessivo. Edonismo depurato da ogni filosofia e somministrato in coppe di champagne; la Festa come sommo rituale di un’élite consacrata all’effimero.

Nessuno si domanda davvero se si stia divertendo, quel che conta è presenziare.

Sicuramente il lettore masticherà modernissimi acronimi come FoMO (fear of missing out). Ebbene, il parallelismo è assolutamente calzante e proprio l’ansia sociale costituisce uno dei numerosi spunti che Ottieri offre a dispetto delle poche pagine, nonché un tratto di estrema attualità dell’opera.

Where’s the bidet?

C’è anche l’amore romantico in questo teatro dell’assurdo, ma è appena una comparsa: oggetto ectoplasmatico che appare e scompare nel giro di un paio di incontri, consumato anch’esso da degeneri Re Mida che mercificano tutto ciò che toccano – concetto già chiarissimo nella combo Cranach/ bidet.

Il fraintendimento con il sesso è scontato – qui Ottieri manca di originalità – ma pertinente in quanto proposto come svuotato del piacere, gesto meccanico, solo il momento conclusivo della Festa-rituale.

Ed ecco che atto dopo atto, si svela il paradosso dell’uomo materialmente satollo, eppure privo di arbitrio, imprigionato dalle sbarre dorate dell’etichetta e della formalità, schiavo della propria immagine sociale.

A completare il ribaltamento di paradigma, le gestualità ripetute e la rigidità schematico-ritualistica evocano la catena di montaggio, la fabbrica sociale che sorge, imperiosa, al diradarsi dell’aura opulenta e dei fumi dell’alcol – champagne, rigorosamente!

Insomma, “Ottieri la tocca piano” – tornando al caro vecchio registro semiserio! – ma è bravissimo a confezionare la sua critica in una forma ariosa, leggera… un po’ come avvolgere dinamite in carta da regalo fiorata.

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In ciò, i dialoghi hanno un ruolo importantissimo infatti, anziché vivisezionare i propri personaggi, l’autore preferisce farli parlare, lasciando che sia innanzitutto la loro voce a connotarli, che la follia degli attori si palesi nella follia del loro linguaggio.

Al lettore non resta che tendere l’orecchio a cori di celestiale affettazione, ampollosità, banalità malcelata da speculazioni su presunti massimi sistemi, arroganza, sprezzante mania di onnipotenza. Shhhh, ascoltate:

bisogna assimilare nella mente (…) che esistono solo i pochi. Questi pochi sono i migliori. Questi migliori compongono un pranzo seduto

Ora, raccogliete da terra la mandibola, ma ditemi se ciò non rende l’idea del personaggio che stiamo contemplando?! Bisogna effettivamente superare un certo disgusto iniziale, familiarizzare con un autore che trova incisività facendo leva sul pacchiano, sul kitsch. In pratica, si tratta di non prendere l’opera troppo sul serio, perché proprio a questo minore livello di profondità essa si lascia delibare al meglio.

Fidatevi del sottoscritto e, una volta tanto, optate per un approccio leggero: godetevi questa sceneggiatura allucinatoria, fatta di battute abbacinanti, taglienti, surreali; ironizzate sul cattivo gusto e sul totale distacco dal mondo reale che permette all’uomo del jet set di trascendere verso la divinità.

Accomodatevi in platea e assistete allo spettacolo. Sul palco – amaramente e meravigliosamente – loro: i divini mondani.

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