Crow and the sea | Ted Hughes

Crow and the sea | Ted Hughes

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Ted Hughes e Sylvia Plath

Dell’opera di Ted Hughes (Mytholmroyd, 17 agosto 1930 – Londra, 28 ottobre 1998) probabilmente verrai a conoscenza bazzicando inconsciamente e casualmente tra qualche banchetto di libri di seconda mano in vendita a pochi euro la terza domenica del mese, al quale ti avvicini pieno di aspettative e buoni propositi (non ne comprerai più di 5, questa volta).

Sì, di Ted Hughes non si parla molto e quando se ne parla la menzione d’onore è riservata giustamente alla talentuosa, malinconica e più conosciuta consorte, Sylvia Plath (tra i due, il marito, fedifrago persino il giorno della irreversibilmente tossica dipartita della moglie, risulta il meno simpatico, diciamocelo). Prenderai in mano la sua raccolta di poesie (From the Life and Songs of the Crow, pubblicata dall’inglese Faber & Faber) e, attirato dalla ruvida copertina nerissima e dalle altrettanto ruvide quattro lettere glacialmente argentate che compongono la confortante e familiare parola “Crow”, il tuo cervello inizierà un’automatica serie di connessione tra l’opera di un certo Hughes ancora sconosciuto e di cui ancora non ti importa alcun particolare biografico, il famoso Nevermore di Poe su cui hai passato buona parte dell’adolescenza, un Vincent Malloy di un Tim Burton in tempi gloriosi, un pallidissimo Brandon Lee, piovosi cimiteri vittoriani, un campo di grano dell’Illinois + spaventapasseri e tutto l’allegro immaginario che ti accarezza ad libitum da metà anni ’90 a questa parte. Ok, lo compro.

Arrivato a casa, cominci distrattamente a sfogliare il nuovo acquisto e ti rendi conto che sì, è in perfetta linea con la cupezza, la malinconia, il male di vivere e tutte quelle sensazioni in salsa gotica rassicuranti che ti aspettavi e che sono così complesse e appaganti che al solo pensiero di riviverle ti senti improvvisamente produttivo anche se non stai facendo fisicamente nulla, ma non solo.

Una poesia, tra apocalittici richiami biblici, antropomorfismi e comuni disperati sentimenti presenti in tutte le altre, ti convince grazie a un titolo che non ti fa concettualmente tornare i conti: Crow and the Sea. Pensando a un corvo, non te lo immagini proprio sorvolare scogli e pescare salmoni, e il punto è proprio questo.

Crow and the Sea ti racconta di due poli opposti (forse, gli stessi Hughes e Plath) che provano a ignorarsi, a parlarsi, a comprendersi, a condividere un pezzo della stessa superficie e, infine, fallendo in ognuno di questi singoli intenti, provano a separarsi (fallendo, di nuovo). Sì, insomma, può sembrare il classico calamitoso “né con te né senza di te” che fa molto San Remo ma, allo stesso tempo, unisce l’umanità in un unico linguaggio universale con cui ogni essere umano deve fare i conti. Hughes vuole probabilmente confermarti ciò di cui, con l’esperienza, sei già venuto a conoscenza, ovvero una sorta di positiva repulsione per l’oggetto amato che, nell’incapacità di una reciproca e piena comprensione e dialogo, allo stesso tempo rende immobili ma desiderosi di allontanarsi da esso.

Ted Hughes nel comporre i suoi versi, sette anni dopo la scomparsa di Sylvia, non dà spiegazioni e probabilmente, come tutti noi, non sa perché ciò succeda, crea però un’affascinante metafora per illustrarti la tragica situazione, e lo fa molto bene.

 

Crow and the sea, di Ted Hughes

He tried ignoring the sea
But it was bigger than death, just as it was bigger than life.

He tried talking to the sea
But his brain shuttered and his eyes winced from it as from
open flame.

He tried sympathy for the sea
But it shouldered him off – as a dead thing shoulders you
off.

He tried just being in the same world as the sea
But his lungs were not deep enough

And his cheery blood banged off it
Like a water-drop off a hit stove.

Finally

He turned his back and he marched away from the sea

As a crucified man cannot move.

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