Senza un’idea non ci si alza dal letto. Zero e i Bluvertigo,...

Senza un’idea non ci si alza dal letto. Zero e i Bluvertigo, un secolo fa

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Zero e i Bluvertigo, un secolo fa

Durante il lockdown ognuno si è aiutato come poteva, per riuscire ad accettare l’idea di giornate interminabili e solitarie, senza nessun obiettivo preciso all’orizzonte e una vita fatta di sola contingenza. Io ho trovato come sempre sostegno nel cinema e nella musica, pubblicando sul mio profilo Facebook un frame al giorno da una serie film che consiglierei a tutti di vedere almeno una volta nella vita e quarantacinque copertine di album per me trasformativi che, accompagnate al principio da una sola, piccola caption, si sono arricchite man mano di esercizi di memoria e aneddotica personale, con pochissimo spazio per gli spunti critici. Ho pensato che sarebbe stato bello recuperare qualcuno di quei dischi anche qui, e ringrazio gli amici di SALT Editions per avermelo permesso: cominciamo oggi, e vediamo come va.


io è un altro
lo zero non esiste
niente è nulla
tutto è mio

Mio padre era appassionato di ciclismo, ma non ha mai potuto dirmelo di persona.

Se n’è andato troppo presto, e ricordo distintamente che quando ero piccino cercavo di ricostruirne le passioni e la persona attraverso qualche rara fotografia in cui guardava dritto in macchina con gli occhi verdi che non ho ereditato, i racconti di mia madre e gli oggetti che trovavo per casa – son passati più di trent’anni da allora e ancora faccio fatica a buttar via cose, anche quelle rotte.

Quella passione è una delle basi della mia personale versione di lui e delle complesse mitologie che ho elaborato a riguardo, e tutto grazie ai libri su Francesco Moser, uno dei più grandi ciclisti italiani di sempre che ebbe il suo anno d’oro qualche mese dopo la mia nascita, in un 1984 che lo vide trionfare alla Milano-Sanremo e al Giro d’Italia e stabilire il nuovo il Record dell’Ora a Città del Messico.

Il mio delirio giovanile per il ciclismo – e i finti malanni per saltare la scuola e guardarmi in pace le imprese di Marco Pantani nei tapponi alpini e dolomitici – arriva da lì: mi imparavo a memoria i distacchi, le cronache e perfino il ritmato periodare dei giornalisti di quel tempo, e i 2’24” rifilati a Laurent Fignon nella cronometro Soave-Verona mi sembravano un’impresa leggendaria, così come i 51 km e 151 metri percorsi in un’ora su un’assolatissima pista in cemento in sella a una bicicletta avveniristica. Quel tipo di fatica eroica è stata una delle mie più vive passioni sportive ed è iniziata sulle pagine di quei libri.

Ora: ci sono due ricordi musicali legati a quella mania.

Uno è diretto, ed è Tulipani degli Offlaga Disco Pax: un brano in cui Max Collini racconta la bufera del Gavia del 5 giugno 1988, con atleti assiderati persi nella tormenta; un pezzo in cui l’elettronica povera del trio emiliano replica esattamente il posarsi dolce e implacabile della neve su magliette, calzoncini e cappellini.

L’altro è più obliquo, e ha a che fare con la portentosa nevicata della metà degli Ottanta che a Milano fece crollare la copertura del velodromo Vigorelli, un evento che a mio padre doveva aver fatto molta tristezza – Moser era pure un gran pistard, per chi non lo sapesse – e giusto l’anno prima che morisse: tutto ciò che sapevo di quella nevicata aveva a che fare con il ciclismo, almeno fino a quando non uscì Zero. Sottotitolo: La Grande Nevicata dell’85.

Eccoci.

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avrei potuto fare l’ingegnere chimico
o semplicemente terminare gli studi
sarei riuscito a costruirmi la casa
invece così mi devo fidare

Marco Castoldi in arte Morgan è un meme da almeno un quindicenniobefore it was cool, verrebbe da dire – ma la musica che ha scritto con i Bluvertigo allo scollinare del secolo è quanto di meglio sia uscito da quella fucina di talenti improbabili e ancor più improbabili popstar che era la scena alternative italiana dell’epoca.

Solo che, a riascoltare quei tre lavori oggi, ci si rende conto di quanto la commistione di art-rock, elettronica ed estetica glam fosse un’avanguardia progressista rispetto ai chitarroni noise-grunge di classici loro contemporanei a firma Marlene Kuntz o Afterhours, che infatti sono invecchiati davvero male al confronto di Acidi e Basi (1995), Metallo Non Metallo (1997) e Zero (1999). D’altra parte, recuperare certi eighties è diventato prima accettabile e poi fico solo molto tempo dopo la fine della band, e, ora che quei suoni si trovano praticamente in ogni produzione pop odierna, i dischi del giovane Morgan suonano sì solidi e ambiziosi, ma pure in netto anticipo rispetto ai corsi e ricorsi della Storia.

Attenzione: dico “giovane” perché quando uscì Zero Morgan aveva appena 26 anni, ed è impressionante cosa ci si aspettasse in termini di maturità compositiva da un musicista di quell’età e quanto abbiamo smesso di essere esigenti con l’arte, da allora. Ma torniamo a noi.

Zero lo comprai perché La Crisi era un singolo pop di favoloso appeal e io andavo ricopiando a mano quelle frasi sulla mia Smemoranda 99/00 dal giorno in cui ne avevo visto per la prima volta l’assurdo video lo-fi su MTV – con un po’ di vergogna, peraltro, quando a una delle mie compagne di classe capitò in mano il diario e ci trovò le parole di un tizio, appunto, in crisi.

Quando arrivò il CD – che anche a riascoltarlo oggi mi ricorda come il supporto (forma) sia sempre inscindibile dal contenuto (sostanza), poiché Zero evidentemente non era pensato per la pubblicazione in vinile – rimasi spiazzato: le forme geometriche della copertina, per me che ero appassionato di matematica oltre che di biciclette (freaks and geeks, proprio), erano un invito a entrare in un mondo bianco, asettico e che ero sicuro di scoprire alieno; ma quello che mi trovai davanti in quelle sedici tracce era un modo d’intendere il pop che non avevo mai conosciuto nei miei primi quindici anni di vita.

Cercavo altre Crisi, ma la title-track martellava funk alla candeggina come i Nine Inch Nails di Pretty Hate Machine, con una voce filtrata che diceva cose che mi lasciavano quantomeno perplesso: mi piacevano il rock americano, il Boss e le Fender, e non capivo se e quanto fosse sarcastico Morgan quando domandava “ti piace Springsteen? Ok, non c’è problema”.

Non ho mai smesso di prendere sul personale simili affronti.

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c’è almeno una strada che si fa sovrappensiero
alle processioni si va sovrappensiero
tutte le ossessioni sono un sovrappensiero
quello che non faccio è sovrappensiero
ai funerali si va sovrappensiero
una canzone serve al sovrappensiero

Però c’erano canzoni incredibili, lì dentro, e mi ritrovai subito a cantarle.

Prima di tutto perché il disco l’avevo pagato quarantamila lire ed erano un sacco di soldi per la mia piccola famiglia (e quindi ci andavo piano, prima di dire che una cosa comprata con fatica – la fatica degli altri, in questo caso – mi facesse orrore).

In secondo luogo, perché quei pezzi facevano a me esattamente quello che gli album pop di Battiato – loro modello dichiarato, che infatti compare per un istante nell’impressionante chiusura Punto Di Non Arrivoavevano fatto a intere riviere di italiani in costume, abbronzante e Fininvest un decennio e mezzo prima: un pubblico ormai non più educato alla complessità aveva mandato a memoria parole apparentemente assurde incastrate su architetture pop geometriche e stratificate, figlie della classica e della contemporanea eppure di facile fruizione. Non le capivo, quelle canzoni di Morgan, ma le cantavo tutte dal principio alla fine e coglievo vagamente anche la tridimensionalità di un progetto in cui grafica ed estetica erano nodi fondamentali – per dire una sola sottigliezza, tutto il booklet è definito in soli tre colori in forte contrasto: bianco, rosso e nero (tranne Andy: lui è di un giallo sfacciato).

E continuano a spiazzare vent’anni dopo, rivelando dettagli a ogni nuovo ascolto.

Gli strumenti, ad esempio, non suonano mai come ti aspetteresti, anche per la totale mancanza di riverbero che li rende una pura sequenza di 0 e 1, come in una sorta di pop scritto ed esposto in linguaggio macchina (c’è pure il violino processato di Mauro Pagani, nella brevissima intro Versozero). Gli arrangiamenti sono così zeppi di interferenze soniche che è davvero difficile pensare che Zero sia uscito un anno prima di Kid A dei Radiohead: l’ingorgo all’incrocio tra jazz e funk di Porno Muzik potrebbe essere tranquillamente una delle stazioni radiofoniche captate e campionate da Johnny Greenwood nelle versioni live di The National Anthem.

Le composizioni sono legittimamente ascrivibili al pop, certo, quel pop electro-acustico di cui, esattamente nello stesso anno, i belgi dEUS sembravano rappresentare la punta di diamante a livello continentale: eppure i Bluvertigo di Zero alle mie orecchie paiono infinitamente più intriganti, storti e creativi del Tom Barman di The Ideal Crash (gli archi orientaleggianti di Autofraintendimento; l’ancheggiare sciancato di Sono=Sono e Finché Saprai Spiegarti, da sala operatoria più che da ballo).

Probabilmente troppo storti anche per gli anni Novanta, e infatti Zero non vendette molto nonostante l’evidentissima qualità del lavoro e pure i grandi sforzi di un’etichetta discografica intenta ad assecondare in ogni modo i desideri di un pool di talenti innegabili – come ricorda Andy a Rolling Stone, “al posto di comprare un trilocale a Berlino, acquistammo computer e hard disk. Era stato eccitante far passare un sintetizzatore attraverso un vecchio amplificatore Vox AC30, ora però ci affascinavano i sintetizzatori simulati in digitale.”

Quel che è certo, però, è che l’etichetta non si aspettava di venderlo a un quindicenne cremasco con la passione per le biciclette: Zero è stato il mio primo disco italiano “strano” e ha pure avuto il pregio non secondario di avermi fatto conoscere David Bowie, con una magistrale cover di Always Crashing In The Same Car. Basterebbe questo a rendermelo indimenticabile, una porta aperta verso mille altri mondi e una faccenda pop di dominio pubblico che in cuor mio fatico a non considerare una questione privata, di crescita personale, di rielaborazione del passato.

Minimo comun denominatore, la neve.

dove sono arrivato?
come ci sono arrivato?

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Titolo: Zero
Autore: Bluvertigo
Etichetta: Columbia
Durata: 66’
Anno: 1999

 

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