The Planet on the Table, poesia egocentrica

The Planet on the Table, poesia egocentrica

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Leggere poesie a volte è una pessima idea e leggere poesie una domenica sera di settembre è quasi sempre una pessima idea ma ho ormai appurato che le pessime idee stiano alla base della piramide alimentare di più o meno tutte le persone che salverei dall’Apocalisse così come di pessime scelte sono zeppe le biografie dei poeti che vado a recuperare dallo scaffale – per non perdere ulteriore tempo li ho posizionati uno vicino all’altro nell’angolino in basso a destra, l’angolino delle disgrazie creative – quando sono emotivamente spossata ovvero per il buon 91% dei casi quindi AVANTI COSÌ.

Leggere poesie a volte è una pessima idea ma le leggo comunque tanto poi me le dimentico. Si rimane intontiti un attimo ma poi passa tutto come nulla fosse successo.

Me le dimentico sempre perché le poesie non sono mai riuscita a impararle a memoria. Non sono capace, oh. Mi resta in mente giusto qualche parola, assonanze.

Ciò che mi rimane davvero delle poesie sono le immagini. Sono sempre immagini essenzialmente semplici e ordinate perché sono abbastanza convinta le poesie siano sempre delle cose essenzialmente semplici e ordinate. Il caos è il bacino dal quale attingono e che cercano di svelare, ridurre ai minimi termini.

Tra le mie preferite ci sono le poesie che parlano di poesie. Poesie egocentriche. Poesie uroboriche.

 

The Planet on the Table

 

Ariel was glad he had written his poems.

They were of a remembered time

Or of something seen that he liked.

 

Other makings of the sun

Were waste and welter

And the ripe shrub writhed.

 

His self and the sun were one

And his poems, although makings of his self,

Were no less makings of the sun.

 

It was not important that they survive.

What mattered was that they should bear

Some lineament or character,

 

Some affluence, if only half-perceived,

In the poverty of their words,

Of the planet of which they were part.

 

Ariel è il poeta stesso, Wallace Stevens, l’uomo ordinario che passa la vita lavorando per un’agenzia di assicurazioni nel Connecticut e a un certo punto vince il Pulitzer per la poesia. Mantenendo comunque un certo contegno.

Il poeta scrive tante, tantissime poesie per dare ordine a quello che vede, quello che vive, quello che ha ama. Riviverlo, spiegarlo ad altri.

Il poeta si rallegra – sempre con una certa modestia – di aver composto così tante semplici poesie, rendendo nitidi e districati quei pesanti grovigli che sono Natura e Tempo. Onnipresenze esemplificate dal gioco di sottrazione operato dalle parole.

Ma in che rapporti sta la Poesia nei confronti di ciò che racconta? Non sono le poesie stesse frutti del Sole, della Natura? Le poesie sono parte di ciò che rappresentano, e se c’è ricchezza nella loro povertà non è essa dovuta alla parte di realtà che hanno saputo riflettere, fermare, semplificare? Non è forse l’intero cosmo ingombrante quello che il poeta ha sulla sua scrivania a chiedergli di essere raccontato, ridimensionato?

Sì, Natura e Poesia si nutrono a vicenda, comunicano, perché se è vero che esiste un incanto nella poesia questo incanto è da ritrovare nel fatto che la poesia è la verità che racconta.

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