TENET: un boomerang di Instagram lungo più di due ore

TENET: un boomerang di Instagram lungo più di due ore

Bang in da fazza

Ok, lo ammetto: mi sarebbe piaciuto scrivere per TENET di Christopher Nolan una recensione palindroma, ma questo artificio (puramente estetico ed estetizzante) risulta davvero troppo complicato e solo qualche matto fra quei matti che erano i patafisici avrebbe potuto farlo. Quindi il tempo della lettura scorrerà nella solita, noiosa, direzione di sempre, da sinistra a destra e dall’alto in basso.

Mi sarebbe piaciuto perché l’artificio teorico su cui si basa TENET è, appunto, quello del palindromo. E come pensavo fosse assolutamente chiaro e logico quando è uscito il titolo del film, non un palindromo qualsiasi ma il padre di tutti i palindromi: il quadrato del SATOR. Il celebre palindromo di 5 parole, che si può leggere non solo in orizzontale, ma anche in verticale, sempre mantenendo l’aspetto palindromo, e di cui nessuno sa il reale significato. Nel corso degli anni gli sono stati attribuiti significati mistici, esoterici, religiosi, alchemici. E qualcuno fra gli storici è ancora convinto che non voglia dire proprio nulla, che si tratti (solo?) di un gioco di parole. Come se fra duemila anni trovassero la pagina della sfinge della Settimana Enigmistica e provassero a desumere quale oscuro significato esoterico potesse avere. Successivamente, tuttavia, ho notato che la maggior parte delle recensioni straniere non parla per nulla del quadrato del SATOR e questo mi ha lasciato ampiamente perplesso sulla qualità della critica estera. Al netto di questa nozione abbastanza di base, il film scorre tranquillo e senza grossi intoppi, a dispetto di quei critici (pure nostrani) che gridano che sia un film complicatissimo che necessita di svariate visioni per capirlo. Ehm, no.

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Riferimenti al quadrato del SATOR sono sparsi in bella vista nel film (oltre che nel titolo, ovviamente), cioè in praticamente tutti i nomi che contano. Il cattivo si chiama, appunto, SATOR; l’artista falsario AREPO; si parla costantemente di quello che è avvenuto durante l’attacco all’OPERA (prime scene del film); ed infine la compagnia che gestisce il freeport si chiama ROTAS. Inoltre, viene più volte citato Pompei, che è uno dei luoghi in cui il quadrato è stato rinvenuto. La lettura è dunque piuttosto lampante. Il concetto di palindromo, poi, viene esteso al tempo, vero cardine del film. Nolan è ossessionato dal tempo ed in particolare dal tempo al cinema, come ci ha ampiamente dimostrato in Dunkirk. Con TENET crea un film di spionaggio che viene arricchito da passaggi temporali avantindietro, vero fulcro della storia. Non si tratta realmente di viaggi nel tempo à la Ritorno al Futuro, ma di inversione del ritmo del tempo, che può essere indotto a scorrere al contrario (tornando indietro e quindi nel passato: così si viaggia nel tempo).

La prima metà del film prende a piene mani dagli stilemi tipici dei film di spionaggio, la saga di James Bond su tutti, ed è in grado di ironizzare anche sulle rigidità di questo tipo di cinema (gli abiti, lo stile, i ristoranti costosi) in quelli che forse sono i migliori dialoghi del film. C’è spazio anche per una citazione di Face/Off, classico d’azione con un pizzico di (fanta)scienza degli anni Novanta, nella scena dell’assalto al freeport con l’aereo che si schianta nell’aeroporto, e pure per il cattivo col respiratore di Velluto Blu. La seconda parte, invece, sembra più prendere spunto da alcuni esempi di fantascienza classica, soprattutto a quel piccolo gioiello di Neanche gli Dei di Asimov, piuttosto che dalle narrazioni di viaggi nel tempo. Come nel libro, infatti, un universo parallelo (che siamo noi avanti nel tempo o altri davvero poco importa) comunica con noi e ci trasmette una tecnologia, con uno scopo bene preciso e per nulla piacevole (lo stesso nel libro e nel film, con motivazioni differenti). Ovviamente, la base scientifica non è nemmeno paragonabile. Asimov crea le sue opere con un rigore scientifico che travalica il concetto di fantascienza; Nolan molto meno, ma in questo caso non è particolarmente rilevante.

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C’è una tecnologia che permette di far scorrere il tempo al contrario e (indovinate un po’) non viene usata per far arrivare prima i pacchi Amazon (che spreco, peraltro). Dopodiché il resto è facile e prende a piene mani dai classici di James Bond: c’è un buono, un cattivo e una donna in mezzo; c’è un olocausto temporale da sventare; ci sono belle barche sia a vela che a motore; ci sono esplosioni (pure troppe), macchine che si cappottano al contrario, pugni in fazza, e pallottole che tornano indietro. O come dice il film, sono invertite (zozze!). Ci sono scene di alta spettacolarità, che purtroppo non raggiungono il grado di meraviglia di Inception (di cui peraltro non sono un fan), semplicemente perché non sono nulla di straordinario sul piano tecnologico (basta un cellulare per “invertire” il tempo di un video); paradossalmente, le scene più belle sono quelle non invertite (penso per esempio alla “camminata” sul palazzo indiano). Nulla di così complicato nella trama, alla fine. A meno che non vogliate davvero tener conto di tutte le linee temporali e allora non so cosa dirvi, se non di portarvi in taccuino al cinema e prendere appunti. Tanti inutili appunti.

Inutili perché al fine della fruizione (e anche della comprensione) non servono davvero. Nolan crea un ottimo film d’azione e lo ammanta di una coltre di scienza ed intellettualismo, che il suo più grande limite. Perché TENET non va oltre l’essere un buon blockbuster d’azione, perfetto per riaprire i cinema dopo il lockdown. La “complicazione” temporale serve a coprire i soliti “limiti” di Nolan, cioè tutti quei dettagli che al regista evidentemente non interessano per nulla, ma che risaltano spesso evidenti. Innanzitutto, la scarsa caratterizzazione dei personaggi (forse ad eccezione del cattivo, un bravissimo Kenneth Branagh perennemente sopra le righe, che crea il perfetto cattivo di Bond. È pure russo.) e l’uso limitato che ne fa. Avrei davvero voluto vedere un uso maggiore di Robert Pattinson, insieme a Branagh il più bravo del quartetto di protagonisti (discreti ma non ineccepibili John David Washington e Elizabeth Debicki). Ugualmente abbozzate sono le motivazioni e le interazioni fra i personaggi: per esempio, non è chiaro come e quando il legame fra Washington e la bella Debicki si sia creato e saldato. Neppure mi soffermo sui problemi tecnologici, che vanno dai cellulari obsoleti a bombole di ossigeno minuscole e perenni. La più grande pecca, però, del film rimangono i dialoghi, che oscillano fra il pessimo e l’inutile, uniti ad un comparto sonoro a tratti fastidioso.

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Due esempi su tutti, per capire i problemi nei dialoghi (e no, non mi riferisco al fatto che spesso siano degli spiegoni, quello va anche bene). La prima volta che la scienziata presenta al protagonista la tecnologia invertita, dopo un momento di stupore che dura un battito di ciglia, senza motivo lui le pone una domanda sul libero arbitrio. De botto. Out of the blue. Questo dialogo mostra due grossi problemi: il primo è la evidente mancanza di verosimiglianza, dato che all’orecchio risulta  forzato e non supportato dal giusto climax nella discussione, come se si volesse a tutti i costi buttare lì il concetto di “libero arbitrio”. E questo porta al secondo enorme problema del dialogo: il fatto che lo spettatore sia sempre ritenuto un idiota a cui bisogna spiegare tutto. Il concetto di libero arbitrio in un film sul tempo è importante e bello da sviluppare, ma ritengo (oh, poi magari sbaglio e il pubblico medio è coglione) che il pubblico sia capace di sviluppare una propria riflessione a film concluso, senza che lo si debba necessariamente imbeccare. Il pubblico può pensare senza che gli si dica cosa pensare.

Discorso analogo per uno degli ultimi dialoghi del film, quello in cui il protagonista via radio tenta disperatamente di convincere il cattivissimo a non distruggere il mondo. Nel giro di tre frasi vengono vomitati una serie di concetti mai affrontati prima e poco interessanti per lo svolgimento del film, fra cui fede, coscienza, di nuovo libero arbitrio e scienza. Tutto urlato come fosse in caps lock per renderlo ancora meno credibile (perché io se vedo le cose in caps lock gli do meno peso, non so voi), tanto che al mio orecchio è suonato tipo “MA COME NON CAPISCI LA FEDE L’AMORE LA RELIGIONE TUA MADRE SI SCOPA LI CANI IN INTERSELLAR”. Di nuovo, sono concetti anche interessanti che aprono a molte discussioni successive al film, ma che nel film stonano. L’idea di fondo è bene descritta da Žižek in un recente commento: se la scienza dimostra l’inesistenza (e l’inutilità) del libero arbitrio, il rischio è un acuirsi della frattura fra scienza e popolazione, portata a rifugiarsi nella fede. Che sembra un po’ quello che vuole suggerire il protagonista, esplicitato in quel dialogo. È interessante come il regista considerato più “scientista” e fisico, voglia alla fine far rifugiare i propri personaggi nell’amore che “muove Matthew McConaughey e altre stelle” e nella fede.

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Stiamo parlando dei soliti problemi dei film di Nolan, quei piccoli dettagli che a lui non interessano e neppure ai suoi fan. Ma che almeno per me segnano la grandezza di un film. Perché TENET è un buon film d’azione e di spionaggio, un ottimo blockbuster. E niente di più. E va bene così: non è necessario sempre che l’intellettualismo prenda il sopravvento. Purtroppo, come sempre coi film di Nolan, sia il regista che la critica creano l’hype del capolavoro. Io credo che potremmo anche parlare di un bel film d’azione senza gridare al miracolo; che se Nolan fosse un po’ meno pretenzioso, forse potremmo anche avere dei giudizi più obiettivi (ma se gridi al capolavoro, io devo farti le pulci). Perché esattamente come il quadrato del SATOR, TENET può essere letto come un mistero da decifrare. Oppure come un gioco intellettuale che non vuol dire nulla se non quello che dice. Un bel gioco, ma senza significati nascosti e sovrastrutture.

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