SALT racconta: Astronave Max, il nuovo album di Max Pezzali

SALT racconta: Astronave Max, il nuovo album di Max Pezzali

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Un viaggio intergalattico nella teoria maxista

Ho esplorato anche la dimensione dei miti. Lì vivono gli dei antichi, gli animali magici, gli eroi, i santi,
le madonne cosmiche, gli archetipi possenti. Prima di venire accettati da loro dobbiamo superare una serie di ostacoli che in realtà sono prove iniziatiche.
Alejandro Jodorowsky

 

Signori, signore: Astronave Max, il nuovo album di Max Pezzali!

Saldissimo al quinto posto delle vendite in Italia, dopo aver esordito alla numero 2 tre settimane fa, quella vecchia volpe di Max è tornata, più swag e fresh che mai, come suggerisce il cappellino da tabbozzo che il suo faccione sfoggia in copertina. 47 primavere sul groppone e ancora la stessa inguaribile voglia di andare a minorenni. Discograficamente parlando, ovviamente.

Mettetevi le cuffie, andate su Spotify, Youtube o dove vi pare, e schiacciate play: inizia il viaggio. Scopriamo insieme, brano per brano, le meraviglie della galassia sonora e poetica maxista.

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Max che ti mette incinta con lo sguardo nella Swag Edition della copertina

L’album, che fino all’ultimo pare avrebbe dovuto chiamarsi Turbo Sfighe Max, si apre con È Venerdì. Un inizio leggendario, da peso massimo della canzone italiana: sulla chitarra di Imitation of Life dei Rem, il Will Smith di Pavia fa subito capire di essere sul pezzo e pronto a stupire, ancora una volta: “L’uomo nell’altra macchina ha/ una faccia che già/ ho capito non mi farà passare/ ché piuttosto preferisce morire”.

Un tripudio, la poesia che si fa semplice, l’alto che incontra il basso, le vette liriche della quotidianità. Vero, verissimo Max, come sempre, senza compromessi. Questa è streetlife, disagio della metropoli, denuncia dell’individualismo sfrenato. Che Jake L’Anguria prenda appunti per piacere, invece di fargli le cover. Il cuore tematico del brano, tuttavia, non è l’egoismo esasperato di tutti noi, ma lo sballo del sabato sera, visto appunto con gli occhi del venerdì, prima che arrivi. I versi “quattro gocce ed è sempre così” e “ogni volta viene giù un’altra goccia, poi altre mille, finchè ripasserà” denunciano senza giri di parole la piaga dell’uso sfrenato di droghe tra giovani e giovanissimi. Max dimostra una volta di più la sua grande sensibilità e attenzione a certi, delicati, temi.

La prima in basso, seconda traccia dell’album, è una fantastica metafora della moto e della vita. Un brano in cui Max fa capire di non avere timore a misurarsi con i mostri sacri della musica contemporanea, come ad esempio Jovanotti, J-Ax e, di nuovo, L’Anguria, che già avevano scritto inarrivabili canzoni sulle due ruote.

Superstar racconta in tono leggero dell’ammirazione per una escort che nel suo mestiere è una fuoriclasse, nonostante di fatto, alla fine, non la dia mai e resti una tipa acqua e sapone. Ricorda Bocca di Rosa, con le dovute differenze.

In Sopravviverai, invece, Max dimostra di sapersi sempre rinnovare, con un brano che parla in termini nostalgici di un amore ormai finito, facendo emergere in modo molto duro un conflitto interiore irrisolto. Il suo pubblico probabilmente rimarrà spiazzato da questo pezzo, ma un vero artista si vede soprattutto nella poliedricità e capacità di interpretare anche testi distanti dalle proprie corde. A forze di cantare di fighe asfaltate con la betoniera, è comprensibile anche l’esigenza di mettere a nudo il proprio io più intimo e fragile.

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Max che smascella e ci prova con te

I fiori nel deserto sono una bellissima poesia ermetica in musica. Il ritornello quasi crepuscolare, scritto a quattro mani con Vasco Rossi, recita: “I fiori nel deserto/ a volte nascono/ pensavo non fosse cosi/ ed invece vedi”.

Col senno di poi te l’avrei buttato prima è la velata, ma non troppo, riflessione di fondo della gagliarda sesta traccia dell’album, Col senno di poi, appunto.

In Niente di grave, Max ci incoraggia e rassicura sugli effetti permanenti che derivano dall’ascolto del disco. Con rinnovato spirito, procediamo verso la seconda parte dell’opera.

Dallo stupro e rielaborazione di Bella Vera esce fuori quel piccolo gioiello metamusicale di Generazioni, che passerà alla storia come il brano in cui Max confessa che non gli fotte letteralmente un cazzo di Paul Kalkbrenner in consolle, vuole solo che lei gli vada più vicino, con la scusa che se no si perdono. Vecchio mascalzone.

L’invettiva maxista si abbatte furiosa sul marcio rappresentato dal capitalismo e dal consumismo sfrenato in L’Astronave Madre. Ambientato in un mega centro commerciale e certamente ispirato a Zombi di Romero, il brano è probabilmente il più riuscito del disco e si annuncia già un cult. “Le scale mobili, i centri estetici, prodotti tipici, big mac” ti martella in testa più di “Cannelloni, Luca Toni, Pepperoni, Luca sei per me – il numero 1”.

In Fallo tu, Max ha un attimo di scazzo. Calmati Max, non ne vale la pena. Lasciala stare.

Come Bonnie e Clyde conferma che il Max è più fresh che mai. Il Jay Z della quasi omonima Bonnie & Clyde ne esce a tal punto eclissato che Beyoncé starebbe pensando di fare le valigie per trasferirsi nel pavese.

Ogni giorno una canzone è un brano molto simpatico e autoironico in cui Max, ben sapendo che un palo lo attende, non solo accetta filosoficamente la cosa, ma anzi la abbraccia e la propizia attivamente, promettendo a una tipa di cantarle, come da titolo, ogni giorno una canzone.

Il treno l’hanno composta i Mumford&Sons insieme ai Righeira appositamente per Max, che, arrivato alla 13esima traccia, non c’aveva più voglia.

L’album si conclude con la già osannata L’Astronave Madre, proposta qui in una stupefacente versione strumentale, segno che, sì, c’avevamo visto giusto a citarla come migliore canzone tra le 13 proposte. Non ci stupiremmo di sentirla pompare nei club più underground di tutta Europa di qui a qualche settimana.

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Gué Pequeno che imita Max Pezzali

Ragazzi, siamo arrivati purtroppo in fondo a questo fantastico viaggio. Ascoltare un cd di Max nel 2015 è stato un po’ come fare un giro sulla DeLorean. Vi ringrazio per avermi accompagnato. Non me la sento di aggiungere altro, ma sono certo che ci rincontreremo, tra queste note, quando tornerà il tempo dei baci sperati, desiderati tra i banchi della prima B.

Un abbraccio.

 

 

Nota: nella colonnina di riproduzione a destra mancano È Venerdì e L’Astronave Madre (Theme). Voi lo sapete perché? Io no. Se andate su Spotify da voi le trovate.

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