Per vivere MALE il presente: Realismo Capitalista

Per vivere MALE il presente: Realismo Capitalista

"Realismo Capitalista" (Mark Fisher) ci dice essenzialmente che il capitalismo è tutto, che ha occupato ogni spazio, non solo economico, ma culturale, sociale e perfino psicologico, mettendo così fine al futuro. Ma a questo serve la letteratura: ad aprirci gli occhi, non ad assicurarci che quello che vediamo ci piacerà.

A Bologna è una domenica mattina soleggiata, ideale per incontrare un amico della redazione, prendere un cornetto, fare due passi e discutere la natura totalizzante del capitalismo.
“Realismo Capitalista” mi è stato consigliato proprio in quell’occasione.

Perché non preferire una verace disquisizione di figa e motori resta un’obiezione lecita, ma mentre il lettore si interroga sulla questione io ho già introdotto il libro di cui parleremo, risparmiandomi pure la fatica di pensare a quattro righe d’apertura dignitose.

“Realismo Capitalista”, dicevamo, un pamphlet divenuto ormai di culto nell’ambito della critica culturale, complice anche la recente scomparsa dell’autore, Mark Fisher.
Con un’espressione forte, ma in fondo pertinente, verrebbe da dire che Fisher si è “coerentemente suicidato”, il che anticipa il contenuto affatto incoraggiante dell’opera.

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“Realismo Capitalista” ci dice essenzialmente che il capitalismo è tutto, che ha occupato ogni spazio, non solo economico, ma culturale, sociale e perfino psicologico.

Qualche esempio semplice: “Il Capitale” di Marx è commercializzato praticamente da ogni casa editrice, figure come Che Guevara generano molte delle pellicole delle grandi case cinematografiche. Ora, è noto ai più che Carlo ed Ernesto sono figure chiave dell’opposizione al capitalismo, ma questo non impedisce che subiscano il fenomeno di riduzione dell’ideologia a prodotto, dunque di cultura a commercio.

Scrive Fisher che siamo addirittura oltre “l’incorporazione di materiali che prima sembravano godere di un potenziale sovversivo”, siamo infatti alla “precorporazione: la programmazione e la modellazione preventiva, da parte della cultura capitalista, dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze”.

Realismo Capitalista, Mark Fisher
Una foto della Capo Francesca Bianchi, da una spiaggia pugliese

Il capitalismo è se stesso ed è la propria negazione, al punto di determinare come dobbiamo opporci ad esso. Da ciò deriva un altro elemento essenziale della critica di Fisher, la separazione tra coscienza e azione, dove la prima ci dà consapevolezza degli aspetti immorali del capitalismo (es. l’azienda inquina), prontamente blanditi da elementi culturali come la corporate social responsibility o la mancanza di alternative al corrente sistema economico-produttivo (es. la stessa azienda dà il 5 per mille al WWF e la merce x deve essere comunque prodotta in qualche modo), risultando infine nell’acquisto.

In soldoni (capitalisti pure loro), opporsi “spiritualmente” al capitalismo diventa la condizione che ci permette di comprare, dunque di alimentarlo.

In tutto questo non dimentichiamoci di un dettaglio: il futuro è finito, almeno dal punto di vista culturale. Echi di Eliot e Bloom ci ricordano che il nuovo esiste in quanto opposizione e rottura con il canone, e viceversa; ma se una concreta possibilità di opposizione non esiste, come si può produrre nuova cultura?

Guardatevi intorno: i pastiche, i revival, l’affastellarsi di citazioni; osservate questa linfa vitale del postmodernismo e chiedetevi ancora come si possa produrre nuova cultura. Non si può.

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Siamo senza futuro dunque, e il capitalismo rappresenta tutto il nostro orizzonte di pensiero. Altre belle notizie? Ah già, il coronavirus!

No, lasciamo stare le epidemie, Fisher ha ancora altro da dirci, sull’istruzione, sul controllo, sul disagio psichico, sulla realtà come scelta politicamente mediata, sull’“ateologia negativa” ovvero quella cosa che fa del capitalismo un’entità presente ma impersonale e che non può quindi essere responsabilizzata.
Che significa? Che il colpevole dei disastri climatici è il sistema capitalistico, ma non c’è alcun soggetto collettivo “reale” che lo incarni capace di assumersene la responsabilità intesa come sanzione o azione correttiva. Bottom line: il problema resta irrisolto e io e la mia Vespa Euro 1 siamo deresponsabilizzati.

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Non mi dilungo oltre sui contenuti, preferisco che il lettore investa il proprio tempo sul libro di Fisher, piuttosto che sul mio goffo tentativo di parlarne, a maggior ragione perché il libro è (troppo) breve e, a dispetto del contenuto, “va via bene”. Non sono però sicuro che questo sia un pregio, perché un’opera così, una visione come quella di Fisher non devono “andar via” ma imprimersi profondamente, turbare, possibilmente evitando il finale tragico del suo autore. Del resto è lui stesso a dirci che “ci sono studenti che vorrebbero Nietzsche allo stesso modo in cui vorrebbero un hamburger: quello che non colgono è che l’indigeribilità, la difficoltà, è Nietzsche”.

A tal proposito, faccio partire la mia crociata personale contro le quarte di copertina roboanti che citano recensioni markettare, nello specifico, il “Los Angeles review of books” che definisce “Realismo Capitalista” un libro “accessibile, (…), un’assoluta gioia da leggere”. ENNÒCAZZO!
Qua la gioia non si è mai vista, c’è solo una realtà totale e raggelante, ma proprio questo dovrebbe spingerci al confronto con l’opera e a comprenderne la visione
. E poi… boh, ci metteremo a cercare come in Ariosto un’ideologia smarrita sulla luna, torneremo a coltivare la terra, la smetteremo con ‘sta storia che Joker è una critica radicale al sistema, faremo la rivoluzione… chissà!

Intanto ce ne staremo qui con una domanda (che fare?) e con questa nuova ed amara consapevolezza “della nostra miseria ideologica” (citazione in quarta di copertina, stavolta appropriata). Ma in fondo a questo serve la letteratura: ad aprirci gli occhi, non ad assicurarci che quello che vediamo ci piacerà.

Autore | Mark Fisher
Titolo | Realismo Capitalista
Casa Editrice | Nero Editions
Anno | 2018

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