Quando abbiamo smesso di capire il mondo | Benjamín Labatut

Quando abbiamo smesso di capire il mondo | Benjamín Labatut

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Labatut

“Dio non gioca a dadi con l’universo!” – Albert Einstein

“Non spetta a noi dire a Dio come manovrare il mondo” – Niels Bohr, secondo Labatut

 

Ci sono libri che si accontentano di essere letti.

E poi ci sono libri che ti concedono generosamente di arrivare all’ultima pagina in uno stato febbrile, lasciando la tua mente ingarbugliata in nuovi pensieri mai scaturiti prima tra le tue sinapsi ed è così che ti ritrovi a battere i tasti neri di un laptop che avresti francamente preferito non aprire almeno la Domenica mattina.

In Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamín Labatut (Adelphi, 2021) troviamo la storia di colori assassini, come il Blu di Prussia, la scoperta del cianuro e l’invenzione da parte del chimico Premio Nobel Fritz Haber del celebre quanto infausto Zyklon B, tanto amato nei campi di concentramento nazisti. In queste pagine troviamo poi la storia di Alexander Grothendiek, rivoluzionario matematico che proprio all’apice della sua carriera si diede alla fuga dalla società, forse perché spaventato dalla straordinarietà delle proprie scoperte, chissà. Non lontana, del resto, è la storia del matematico giapponese Shinichi Mochizuki, un altro visionario, che pare abbia risolto uno dei più complessi quesiti matematici esistenti, ma che rimase folgorato dalla vista del “cuore del cuore”, inteso come il centro della matematica (e dunque del mondo) anche secondo Grothendiek.

Se già la prima parte del libro di Labatut è un evidente gioco di luci e ombre sul mondo della scienza, che cattura il lettore e lo trasporta negli abissi della storia, la seconda è ancor più dicotomica e suona da subito come un monito al lettore, qualcosa di simile a “anche la luce della ragione può accecare”.
Ciao Mary Shelley, difficile non pensarti in queste circostanze! 

I capitoli successivi, infatti, ruotano attorno al dibattito pressoché infinito relativo alla fisica moderna, vedendo protagonisti assoluti Bohr e Heisenberg, passando per Schrödinger, almeno per citare i più noti.

E’ la fine del determinismo? Viene da chiedersi.
Facciamo un passo indietro.

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Bruxelles, 24 ottobre 1927, V congresso Solvay. 

Ventinove fisici arrivati da ogni angolo d’Europa si ritrovano in una sala dell’Istituto di Fisiologia, “senza sospettare che cinque giorni dopo avrebbero scosso le fondamenta della scienza”, come racconta Labatut. Diciassette di loro avevano o avrebbero ricevuto un Premio Nobel (o due, come nel caso di Marie Curie –  di cui vi consiglio fortissimamente l’episodio a lei dedicato del podcast F***ing Genius di Massimo Temporelli). 

Vi dicono qualcosa questi nomi? Auguste Piccard, Erwin Schrödinger, Werner Heisenberg, Louis de Broglie, Max Born, Niels Bohr, Max Planck, Marie Curie, Albert Einstein? Così, giusto per sentirci inutili anche oggi.

Fulcro del congresso: discutere le innovative intuizioni della meccanica quantistica, che si presentava come un fertile terremoto ai piedi della fisica teorica nota fino a quel momento. 

L’incontro passò alla storia come il “duello tra Einstein e Bohr”, diventando uno spartiacque indiscusso tra la fisica classica e la fisica moderna. Il congresso, per altro, è anche il tema principale de L’incredibile cena dei fisici quantistici di Gabriella Greison, edito da Salani. Non un capolavoro, a mio avviso, ma una piacevole lettura corollario. 

Solvay conference
(Immagine di pixel17.com ripresa da Commons e condivisa con licenza CC-BY-SA-2.0)

Dire che mi sia avvicinata alla fisica quantistica consapevolmente suona alle mie stesse orecchie come un’iperbole ai limiti del ridicolo, eppure negli ultimi due anni ho affrontato in maniera apparentemente randomica diverse letture o ascolti di podcast legati al tema. Certo, si è trattato pur sempre di opere divulgative adatte ai profani, ormai considerabili classici della saggistica moderna, e non vi nascondo la difficoltà incontrata talvolta nel processare alcuni passaggi, che mi costringevano a leggere più volte gli stessi paragrafi. Eppure, contro ogni pronostico, mi sono ritrovata catapultata in universi quanto mai stimolanti come non avrei mai pensato potessero essere. 

Un saluto questa volta alla mia professoressa di fisica del liceo: non me ne voglia, prof, l’ho capito con soli 12 anni di ritardo.

In questi anni vi sarà certamente capitato di sfogliare i libelli di Carlo Rovelli – giuro, rima baciata non voluta BUT STILL – di cui aveva fatto scalpore Sette brevi lezioni di fisica, pubblicato nel 2014 e diventato inaspettatamente un best seller, vendendo innumerevoli copie piazzate immancabilmente al lato della cassa delle grandi catene di librerie al fianco delle penne Stabilo, e facendo sentire tutti noi coraggiosi lettori a un passo dal Nobel. 

Ebbene, leggendo Helgoland, la scorsa primavera, ho avuto modo di seguire le orme del giovane Heisenberg alle prese con la sconcertante fisica quantistica, destinata a diventare una tra le più significative rivoluzioni scientifiche del XX secolo.

“Possibile che qualcosa sia reale rispetto a te ma non rispetto a me?”

Carlo Rovelli prende per mano anche il lettore meno preparato in fisica e cerca in modo ammirevole di dimostrare come la meccanica quantistica abbia migliorato la comprensione del mondo, a partire da quegli stessi fenomeni naturali non più codificabili tramite la fisica classica, per buona pace di Einstein. Ed è proprio qui, a Helgoland, isola sperduta ed estremamente ventosa nel Mare del Nord, che Heisenberg giungerà alle sue teorie sconcertanti nel 1925. Del resto, proprio di Helgoland, Goethe aveva scritto che si tratta di un luogo della Terra “che esemplifica il fascino senza fine della Natura”. E dove altro sarebbero potute nascere nuove interpretazioni del mondo? 

Ed è così che, seguendo questo filone scientifico ai limiti del filosofico, mi sono ritrovata immersa nella lettura della seconda parte di Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamin Labatut. Ma chi è Benjamin Labatut? Più volte mi sono fatta questa domanda leggendo le sue 180 pagine così dense di aneddoti e teorie da valere per 300.

Benjamin Labatut – Juana Gómez, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Chi è questo giovane scrittore che racconta in modo così appassionato e appassionante materie ostiche ai più? Carlo Rovelli è un fisico teorico, accademico ormai stimato in tutto il mondo, impossibile dubitare delle sue teorie condensate in libricini Adelphi. Ma Benjamin Labatut? 

Giornalista, classe 1980, nato a Rotterdam e attualmente basato in Cile. Non è un fisico, non è un matematico, e soprattutto (colpo di scena!) non è un mero osservatore. Sì, cari amici, perché i ringraziamenti di Quando abbiamo smesso di capire il mondo sono sorprendenti quanto le pagine precedenti, dove viene rivelato – in chiave autobiografica – che ciò che il lettore tiene tra le mani è “un’opera di finzione basata su fatti reali”. Ha per questo minor valore il denso contenuto di cui ci omaggia Labatut, mi chiedo? Ne dubito. Non è forse una capacità fuori dal comune saper raccontare, oserei dire romanzare, fatti reali per renderli maggiormente divulgabili? Non solo, non è ancor più ammirevole saper uscire con maestria dai confini tracciati di un singolo genere e saperne abilmente collaudare il mix tra fiction/non-fiction e biografie storiche? E, infine, non è forse la scienza composta anche da storie?

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Ecco allora che Labatut fa tesoro di narrazioni carpite da personali conoscenze e le arricchisce con riferimenti storici e biografici riportati su pubblicazioni consultabili in tutto il mondo. Il risultato, ai miei occhi, è un intreccio di rara curiosità e arricchimento di pensieri così inafferrabili quanto affascinanti: riprendendo il celebre principio di indeterminazione di Heisenberg, ormai sappiamo che esistono coppie di grandezze non misurabili simultaneamente con la stessa precisione. E come afferma il mio amico (geniale, qui è proprio il caso di dirlo) Raffaele Mauro, oggi General Partner di Primo Space Fund, nel suo Quantum computing pubblicato nel 2018: “Bisognerà quindi decidere di volta in volta dove puntare la propria lente di ingrandimento e accettare un’opacità ineliminabile di altri aspetti della realtà”.

Ecco perchè Einstein, il padre della teoria della relatività e forte sostenitore di un mondo oggettivo governato da un ordine occulto, divenne uno dei più acerrimi nemici della meccanica quantistica. Del resto, le ragioni di Labatut sul retrogusto amaro con cui si chiude il libro sono sotto agli occhi di tutti (o quasi): le interpretazioni sul mondo in cui viviamo sono innumerevoli e tutt’altro che lineari o comprensibili ai più.

«Possiamo scindere gli atomi, ammirare la prima luce e predire la fine dell’universo con un pugno di equazioni, scarabocchi e simboli arcani che le persone normali, che pure controllano ogni minimo dettaglio della propria vita, non comprendono. Ma non si tratta solo della gente comune: nemmeno gli scienziati capiscono più il mondo».




Anche a detta di Labatut, in una bellissima intervista con Claudia Durastanti (scrittrice che amo e di cui vi consiglio di leggere almeno La Straniera e poi Cleopatra va in prigione, grazie Giuli, ndr)
Quando abbiamo smesso di capire il mondo è un testo dove si traccia appositamente una ragnatela nel tentativo di ricreare connessioni. Noi siamo quella tela, ciascuno di noi è il risultato di aggrovigliate interazioni umane e sociali, per quanto questo possa essere affascinante e spaventoso al contempo. Ed ecco, dunque, che mi ritrovo ancora una volta a parafrasare Carlo Rovelli: Che cos’è la realtà se non interazione? E una stella esiste soltanto se io, altra entità, la guardo? 

Certo, parliamoci chiaro, è spaventoso.

Eppure, ancora una volta, riprendo le parole di Raffaele Mauro e riportandovele cerco di rassicurare anche voi altri, perché “Nonostante i dubbi interpretativi, bisogna sottolineare come la meccanica quantistica sia una teoria esclusivamente precisa che ha numerosissime applicazioni pratiche”, pensate anche solo alla risonanza magnetica, ai pannelli fotovoltaici, e, chiaramente, al laser.

E forse la chiave è tutta qui: smettere davvero di capire il mondo come lo si è capito finora e, impavidi, accogliere il nuovo, proseguire verso l’esigenza di sapere e di trasformare le nuove conoscenze in strumenti d’interpretazione dell’oggi. 

“Il mondo sembra essere relazione, prima che oggetti.”

Titolo | Quando abbiamo smesso di capire il mondo
Autore | Benjamín Labatut
Casa editrice | Adelphi
Anno | 2021

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