Prospettive di Edimburgo/3 | Il porto di Leith

Prospettive di Edimburgo/3 | Il porto di Leith

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Dalla vetta della Arthur’s Seat di Edimburgo, si vede il mare e se ne sente la forza. E’ quella dell’aria che scende dal Circolo Polare e spazza le propaggini settentrionali dell’Europa. E’ un mix di sabbie gialle e scale di grigi, con striature blu negli sprazzi di sole. Sul golfo che si apre oltre la città, si affaccia il porto di Leith.

Parliamo di uno dei quartieri tra quelli iconograficamente più noti dell’area di Edimburgo, nonostante si trovi a circa 40 minuti a piedi dal centro della città. 15 per chi rifugge l’umido e sceglie l’autobus (ah, portatevi delle monete perché senza il biglietto non si fa). La cosa migliore, però, è arrivarci passeggiando dalla Leith Walk, anche solo per cercare di individuare il punto in cui la città e quello che una volta era un piccolo villaggio di pescatori si sono congiunti.

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Leith è una borgata in evidente espansione che sta lottando per mantenere forte il proprio carattere rispetto alla più turistica Edimburgo. E’ quel posto che si è solo recentemente trovato a essere (ri)cercato e frequentato, facendo finalmente dimenticare la propria fama di zona non proprio raccomandabile.

Quello che mi ha colpito profondamente di Leith è la calma. Premesso che, come già detto, Edimburgo non è proprio lo stereotipo di metropolitana caotica occidentale, a Leith ho provato una sensazione di immobilismo contemplativo. Complici una giornata dal cielo sgombro e un sole estivo che è tramontato poco prima delle 23, il lunghissimo far della sera si è lasciato trascinare per ore, senza alcun rumore, sulle acque del porto.

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E sì che, va detto, i richiami qui non mancano. C’è la Royal Yacht Britannia, la nave di Da Queen (Elisabetta II, ehm). La nave che era stata immaginata prima come nave ospedale, poi come rifugio nucleare per la regina, ora si trova qui, ormeggiata a due passi dal porto. Imperdibile per gli amanti del genere, dicono. Quindi l’ho persa.

C’è il museo marittimo di Edimburgo (cercate “Trinity House”) che è un bellissimo edificio che racconta la crescita del quartiere. Ci sono la Galleria Corn Exchange, che è un’ottima alternativa alla più affollata e centrale Galleria Nazionale (dovete amare il post romanticismo in salsa scozzese, sia ben chiaro) e la Coburgh House, una galleria che cambia esposizione ogni anno.

Quello che più sorprende, però, è la bellezza dell’area che si affaccia al porticciolo. Camminando lungo la sponda del Water of Leith fino al Dean Village. Per un attimo sembra di essere in un villaggio mediterraneo. Un gioco di acqua e pietra alla veneziana, un tavolino sul bordo dell’acqua alla siciliana, un arpione per balene alla nordica più verace. Leith era l’ultimo approdo prima dell’Artico.

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E da quel mare appiattito dai bastioni del porto arrivano gli influssi che rendono perfetto l’invecchiamento del Whisky in tutta la Scozia e i prodotti che hanno creato anche qui una forte tradizione culinaria.

Chiacchierando col mio houselord ero venuto a sapere dell’esistenza di The Ship on The Shore, un posto a metà tra il bar e il ristorante che si affaccia sulle acque di Leith. Entro e mi siedo al bancone. Alla mia destra si parla francese. A sinistra l’accento è tipicamente scozzese (tendenzialmente, quindi, non capisco un tubo). Dietro sento parlare anglo-barese. E’ la cameriera. Ha lasciato Londra perché cercava la calma nel sogno di fuga. Riccia riccissima sorride in continuazione. Dice che erano mesi che non sentiva parlare italiano nel locale.

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The Ship on the Shore

Il ragazzo che mi serve (credo) 3 birre viene da Glasgow. Ha lasciato gli studi di ingegneria e non se ne andrebbe per nulla da qui. Mi lascio consigliare e mi ritrovo di fronte una pentola di cozze delle Shetlands. Resto sconvolto dal sapore che è quanto di più lontano a ciò cui il Mediterraneo ci ha abituati. Le Shetlands sono delle isole non eccessivamente ospitali (e quindi con un potere attrattivo enorme sul sottoscritto) che si trovano a due passi dal Circolo Polare Artico. Sono l’avamposto più settentrionale della Scozia, l’equivalente locale della nostrana Testa Gemella. Non so se è l’assenza di luce frequente, l’acqua, la vegetazione marina o tutto insieme ma credo di non aver mai sentito un sapore così delicato, così erbaceo,  quasi muschioso associato a dei frutti di mare. La cipolla con cui il tutto è “steamed” dà il tocco finale.

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Cospargo il pane di burro e continuo. Ne chiedo ancora e mi lascio viziare. Alla terza birra conosco più o meno  tutti quelli intorno al bancone. Non ricordo se ho già detto quanto è bello che qui sia ritenuto socialmente accettabile andare a mangiare e bere una cosa in compagnia di se stessi. 

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Su consiglio del barman-quasi-ingegnere esco, vado a sinistra e mi fiondo dentro il Malt & Hops, uno pseudo bar a metà tra il carino e il super kitch (cfr la tipica uva finta scozzese) dove servono ottimi whisky e birre pazzesche. La ragazza al bancone, carinissima, si è lamentata circa 15 minuti scusandosi di non potermi servire la birra in un bicchiere di vetro perché erano già passate le undici: “non capisco perché se c’è ancora il sole dobbiamo applicare regole notturne”.

Vedo che il problema del jet leg legato alla vicinanza al circolo polare non lo superi nemmeno se ci nasci.

Tornando a casa guardo per l’ultima volta l’acqua e la notte che finalmente si avvicinano. Prometto quasi a voce alta che tornerò presto, per lasciare la dimensione urbana e immergermi nelle Highlands.
Che figata la Scozia. Che figata. 

…fine.

 

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Malt & Hops

 

 

 

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