PLAYLIST 2021 | Dieci dischi in cento parole

PLAYLIST 2021 | Dieci dischi in cento parole

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Playlist. Un dettaglio di copertina da uno dei dischi selezionati
Dettaglio di copertina di Indaba Is, compilation della Brownswood Recordings

non tutti possono
tendendo le braccia
afferrare la sorte
schiaffeggiarle la faccia
(CCCP, A Ja Ljublju SSSR)

Mi ha giocato un bel tiro, Jacopo Incani. Dalla pubblicazione del suo IRA, il mese scorso, mi è stato davvero difficile ascoltare altro con la dovuta attenzione. Merito e colpa di una visione artistica tanto testarda e consapevole da far arrossire il resto del mercato discografico contemporaneo. Un’immersione lunga due ore in un mondo a sé che solo i grandi possono azzardare, e non è un caso che le uniche cose cui abbia dedicato la medesima concentrazione siano state le opere di artisti della statura di Franco Battiato e Giovanni Lindo Ferretti – per ragioni diverse, e ne parlerò altrove.

Ma se è vero che tutto quanto pubblicato nel cono d’ombra di IOSONOUNCANE rischia di finire rapidamente nel dimenticatoio – anche album che personalmente aspettavo con discreta trepidazione: St. Vincent (ormai, temo, brava e basta), Sons Of Kemet (smorti, e chi l’avrebbe detto), Damon Locks – è altrettanto vero che non sono mancati, in questa prima metà di 2021, album che abbiano smosso qualcosa in maniera non troppo dissimile da IRA. Dischi che non sono solo dischi, ma opere che evocano un altro fatto di persone, luoghi, profumi, sapori: ne scelgo dieci, oggi, e provo a toglierli dall’oscurità in non troppe parole.

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AA.VV. – INDABA IS (Brownswood Recordings)


Quando si tratterà di storicizzare il jazz di questi anni, non si potrà fare a meno di citare We Out Here, splendida compilation della Brownswood di Gilles Peterson capace di racchiudere in un’ora scarsa tutti i protagonisti della vivacissima scena londinese. Ma Indaba Is, incisa a Johannesburg in cinque giorni a metà 2020 con tutte le limitazioni imposte dalla pandemia e pubblicata dalla stessa label, sarà altrettanto necessaria. Vi si alternano cinquantadue musicisti sudafricani che si muovono con la coerenza delle evoluzioni di uno stormo d’uccelli. Otto brani diretti da Thandi Ntuli e Siyabonga Mthembu, una gioia per l’anima; rumore di scontri e di feste dal Sudafrica post-apartheid, che si congeda esultando sulle note di una Abaphezulu che si vorrebbe infinita.


AROOJ AFTAB – VULTURE PRINCE (New Amsterdam)


Non c’è modo di raccontare Vulture Prince, terzo lavoro della songwriter pakistana Arooj Aftab, senza accorgersi immediatamente di quanto le parole siano inadeguate a riportarne intatta la magia. Per quanto le composizioni rechino tracce di qualcosa che saremmo tentati di inscatolare tra folk e jazz spirituale, il mondo portato in vita da Aftab può essere afferrato pienamente solo ascoltandolo a cuore aperto. Nel dolce gocciolio dell’arpa come nei bordoni pastosi del contrabbasso, nella grana ombrosa della voce come nel respiro sereno delle melodie, si nasconde il senso di eterno ritorno – l’album è dedicato al fratello minore dell’artista, scomparso durante le registrazioni – che solo una musica tanto pura potrebbe ambire a sonorizzare.


SERENA ALTAVILLA – MORSA (Blackcandy Produzioni)


Sin dai tempi dell’art-punk dei Blue Willa, Serena Altavilla mi è parsa una delle voci italiane più poetiche di sempre – una capacità unica, nelle sue corde vocali, di codificare una lingua propria, sospesa tra volteggi sixties e raucedini underground. C’è una netta prevalenza delle prime nello splendido lavoro solista Morsa, una raccolta di dieci canzoni variamente pop ma sempre con un fremito di inquietudine e di buio in cui la cantante si avvale, in fase di arrangiamento, esecuzione e produzione, di talenti assoluti quali Adele Altro, Enrico Gabrielli, Valeria Sturba, Fabio Rondanini e altri ancora. Tutto un frullare di ali e pensieri chiaroscuri libero e leggero, che fa star bene.


ARMAND HAMMER, THE ALCHEMIST – HARAM (Backwoodz Studioz)


Non c’è oggi un linguaggio pervasivo quanto l’hip-hop; un linguaggio ancora in evoluzione, ancora in grado di proporre opere capitali. Come RTJ4, basi irresistibili con cui i Run The Jewels hanno dato alle masse anthem scritti prevedendo George Floyd; o come Shrines degli Armand Hammer, intento a percorrere strade decisamente più anarchiche e accidentate. Il duo di New York ritorna ora con Haram, in collaborazione con il producer The Alchemist: fuori, teste di maiale mozzate; dentro, quattordici tracce di suoni avvolgenti e rime droppate in uno stato di sonnambulismo dopato. Dice bene The Wire: intellettuali e paranoici anche nella loro uscita più accessibile, ELUCID e billy woods si inseriscono di diritto nel continuum della tradizione black più radicale.

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BLACK MIDI – CAVALCADE (Rough Trade Records)


Che i black midi fossero una bestia affamata e in continuo mutamento mi era stato chiaro dal momento in cui li avevo visti sul palco del C2C e ne avevo colto la distanza che ormai li separava dal formidabile esordio Schlagenheim, vecchio solo di qualche mese – del resto, quando hai vent’anni, quella è la velocità cui corre il tuo tempo. Sono rimasti in tre, ora, ma sempre con un’ambizione divorante che fa del secondo capitolo Cavalcade una versione super-espansa del primo: quarantadue minuti in cui le ripetizioni sono minime e i brani esplodono da ogni parte, in un guazzabuglio in cui art-rock, fusion, post-hardcore e impro sono solo vaghe coordinate di una formula rumorosa e personale, impermeabile alle aspettative del pubblico.


JAIMIE BRANCH – FLY OR DIE LIVE (International Anthem)


Tra i nomi caldi dell’etichetta chicagoana International Anthem – altrettanto bollente, e vi invito a recuperarne i passi in uno speciale a tema su Ondarock – la poderosa trombettista/vocalist Jaimie Branch ripropone sul palco i brani dell’acclamata doppietta di studio album del quartetto FLY OR DIE. Forse non un live trasformativo come quello di Angel Bat Dawid pubblicato a fine 2020 – ma lì concorreva al risultato anche una mostruosa tensione pre-concerto che non poteva che sfociare in una catarsi degna di Nina Simone – ma comunque energizzante, ruvido, militante. Il suono del jazz delle strade di periferia mischiato a quello delle feste di paese alla frontiera: in due parole, esplosivo e comunitario.


DIALECT – UNDER~BETWEEN (RVNG Intl.)


Arriva da Liverpool, Andrew PM Hunt, ma il suono che fiorisce dai solchi di Under~Between non ha nulla di geolocalizzabile. Il nuovo album a nome Dialect è un intrico irrisolvibile di acustica ed elettronica gentili; voci sussurrate, tasti e corde che vanno a comporre un quadro sperimentale eppure melodico e altamente emozionale. D’ambiente ma non ambient, i suoi trentasei minuti non rischiano mai di farsi tappezzeria ed esigono invece dedizione dall’ascoltatore, chiamato a mettere insieme i pezzi di un’esperienza sonora apparentemente frammentaria. Come certe minuzie melodiche degli ultimi Talk Talk, Under~Between trova i suoni per raccontare lo stupore di fronte a qualcosa che sboccia.

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FINE BEFORE YOU CAME – FORME COMPLESSE (Legno)


Niente hype, niente self-branding, in definitiva niente che abbia a che fare con i nostri tempi, ansiogeni e voraci. È questa la schiena dritta che i Fine Before You Came esibiscono da due decenni mentre il loro percorso di ricerca sonora evolve inarrestabile: se Il Numero Sette abbracciava un post-rock corale lontanissimo dallo sferragliare post-hardcore di Sfortuna e Ormai, con Forme Complesse si atterra dalle parti di una lentezza slowcore che traduce in melodia il vuoto imploso di quest’anno. Marco, Filippo, Jacopo, Marco e Mauro non si trattengono mai più del necessario: dicono quel che gli sta a cuore con gli strumenti che servono, senza abbellimenti o pose. Questa volta lo fanno con un disco bellissimo, cupo e stoico, buttandosi “a capofitto nello spavento” di un’epoca che non dà certezze.

[queste righe sono un sunto di una recensione scritta per Ondarock, questa]


FOR THOSE I LOVE – FOR THOSE I LOVE (September Recordings)


C’è qualcosa, nell’elettronica umanista di David Balfe, che annulla ogni distanza fra la tragedia che ne è motore e la sua trasposizione in arte. Se l’idea di dancefloor che propone è senz’altro figlia del Burial recente, sono le liriche di Balfe – celebrazione commossa della vita del migliore amico Paul Curran, morto suicida nel 2018 – a elevare i nove pezzi di questo esordio dalle parti del sublime, con un recitato schiantante per trasporto, essenzialità e ruvida poesia. Immerso nella Dublino PTSD dell’ultimo decennio, For Those I Love è autoterapia in musica che trova le parole per dire un dolore che non si può dire e, nel buio di una notte senza fine, lo trasforma in un monumento alla memoria di un bianco accecante.


LORAINE JAMES – REFLECTION (Hyperdub)


Prove di definizione: l’IDM di Loraine James somiglia a un incidente stradale bellissimo da guardare – e ne esistono, dice il ralenti della scena più iconica di Crash. Mi è difficile trovare immagine più efficace per le giustapposizioni violente dei glitch di For You And I, esordio per Hyperdub che nel 2019 ha messo la venticinquenne londinese sulla bocca di tutti. Il nuovo Reflection riflette la voglia di replicare la qualità del predecessore e il desiderio di riconfigurare la propria espressività alla luce di nuove inclinazioni – una bella sensibilità pop, una gran quantità di feat, una maggior presenza della sua stessa voce. Ma è sempre Loraine James, riconoscibilissima e DIY: se c’è un’elettronica sperimentale, giovane e imprevedibile che valga la pena seguire qui e ora, è questa.

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