Elvis was a hero to most. Qualcosa sull’hip hop

Elvis was a hero to most. Qualcosa sull’hip hop

by -
0 598
Una storia hip-hop, a partire da Radio Raheem

NOTA: questo pezzo nasce da una classifica dei migliori album hip hop stilata per Ondarock (la trovate a questo link). Qui su SALT, invece, vi racconto una specie di origin story.


Elvis was a hero to most
but he never meant shit to me you see
straight up racist that sucker was, simple and plain
motherfuck him and John Wayne
‘cause I’m Black and I’m proud
I’m ready and hyped plus I’m amped
most of my heroes don’t appear on no stamps

Uno dei mille motivi per cui vale la pena passare le serate estive al cinema più bello del mondo in piazza a Bologna sono le introduzioni ai film curate da Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca. Pure in un anno difficile come questo è stato importante non perdere una tradizione tanto romantica e godersi le sue straordinarie giacche agitarsi al microfono, preda di un’aneddotica cinefila e fluviale. Un paio di taglie in più e sarebbe il David Byrne di Stop Making Sense.

Ci sono sere in cui nei suoi racconti passano personaggi chiave della storia della Settima Arte, come quando, prima della proiezione di Cleo dalle 5 alle 7, s’è preso parecchi minuti per raccontare di quella volta che venne Agnès Varda e lui si preoccupava degli schiamazzi dei tifosi di calcio che guardavano una partita lì vicino, disturbando la proiezione; lei, per tutta risposta, si mostrò divertita, leggera e aperta come il suo cinema.

Sì, quando parla della Nouvelle Vague Farinelli è proprio a casa, tanto che te lo immagini far capolino all’improvviso in una di quelle scene in bianco-e-nero nei parchi di Parigi o sul taxi che porta Cleo in giro per le vie degli studenti d’arte. È la sua casa, la sua vita, ha tutte le parole per dirla.

Solo nove giorni dopo, però, l’aria è cambiata completamente.




In piazza è arrivato Fa’ la Cosa Giusta di Spike Lee, e stavolta Farinelli non era più così sciolto. Di certo non poteva parlare a braccio come al solito, e infatti si è limitato a leggere un intervento molto pulito, che descriveva nel dettaglio l’opera, ma in modo un poco asettico; non tanto per disaffezione nei confronti di un film fondamentale, quanto piuttosto perché semplicemente gli mancava il vocabolario adatto. Non è difficile capire il perché.

Il tema – la difficoltà di coesistenza fra minoranze etniche costrette a vivere male in ghetti in cui chiunque è troppo povero per fare qualunque cosa – non ci è certo estraneo, così come il razzismo sistemico statunitense; ma è la lingua, il suono di Fa’ la Cosa Giusta a renderlo irriducibile a interpretazioni da Cahiers du Cinéma e a farne un oggetto alieno per lo spettatore medio bianco ed europeo. L’ultimo terzo del film è una rivolta – scatenata proprio dal protagonista, interpretato da Lee – che culmina nell’incendio di una pizzeria in un frastuono di sirene, vetri rotti e urla. Altro che Michelle Legrand che improvvisa canzoni per Corinne Marchand nel bianco di una casa da sogno.

Sono mondi inconciliabili, ognuno non riproducibile in modo adeguato dalla lingua dell’altro: è perfettamente ragionevole, quindi, che la colonna sonora di Fa’ la Cosa Giusta sia un assalto frontale hip hop come Fight The Power dei Public Enemy.
Radio Raheem, personaggio-chiave, la spara nel quartiere a volume atroce, da una gigantesca radio a spalla. Sembra l’unica canzone che abbia mai ascoltato, come se non esistesse altra musica possibile per lui, costretto a vivere in una bolla dove il benessere è un miraggio: e infatti è un pezzo che non ha nulla a che vedere con gli standard abituali di “bello” e “musicale” del pubblico del pop e del rock, come tutte quelle contenute negli esplosivi primi album di Chuck D e Flavor Flav.

Ecco: quando Ondarock mi ha chiesto se volessi contribuire a una classifica di redazione dei migliori dischi hip hop, genere che in realtà frequento solo da qualche anno, mi sono sentito come Farinelli quella sera.

Proprio per questa ragione mi è sembrato obbligatorio raccontare la disruption del genere più rilevante degli ultimi trent’anni a partire dalla cosa più rumorosa, brutale e sgraziata che mi venisse in mente. E automatico il pensiero è corso proprio ai Public Enemy e a It Takes a Nation Of Millions To Hold Us Back, l’album di Bring The Noise e Don’t Believe The Hype. Non c’è il groove che associamo comodamente alla black music, non c’è nessuna raffinatezza, solo una sequenza di basi telluriche – la famigerata Bomb Squad – e attacchi verbali al sistema. La rivoluzione non viene trasmessa in tv e ha il suono di un cingolato che travolge chiunque non sia abituato alla violenza della strada.

Il resto – da dove arrivi quella selezione di album del cuore – ve lo racconto qui sotto.

LEGGI ANCHE  BLACKkKLANSMAN, chi ha paura dell'uomo nero?

I was a fiend before I became a teen
I melted microphone instead of cones of ice cream
music orientated so when hip hop was originated
fitted like pieces of puzzles complicated

Già. Come ci sono arrivato, io, qui?

È cominciato tutto nel 2000 con la strofa che avete appena letto, anche se allora non avevo la minima idea della sua origine e nemmeno della sua importanza. Per me era solo una sentenza sputata da Zack De La Rocha in Renegades, l’album di cover con cui i Rage Against The Machine si congedavano una prima volta dal mondo.
Una raccolta strana, per l’ascoltatore che ero all’epoca: certo, sembravano tutte cartoline dalla terra del socialismo reale da urlare a pugno chiuso; però percepivo una lacerazione fra la parte rock della faccenda – quella cui ero affezionato – e quella schiettamente hip hop. Quindi: che bomba i pezzi di Minor Threat o Springsteen, ma altre cose non riuscivo ad afferrarle.

Il problema era il solito: parlavano una lingua straniera, e che la band stava provando a tradurre per me.

Per esempio, trasformando un verso di Microphone Fiend in un ritornello che non esisteva nell’originale – tutta una spettacolare base di Eric B su cui Rakim si vantava delle proprie doti di MC con flow ineguagliabile (“a smooth operator, operating correctly”); per esempio, cannoneggiando di hard funk il classico degli EPMD I’m Housin’ o suonando a mano il pazzesco groove electro di Renegades Of Funk del DJ e producer Afrika Bambaataa.
Sono tre brani seminali per la storia dell’hip hop, ma io allora non volevo saperne: tutto troppo fuori da una comfort zone che avevo appena scoperto perché mi ci avventurassi, tanto che non conoscevo nemmeno i nomi degli autori originali, a parte i Cypress Hill.

Ma che ne sapevo io, di street knowledge? Diavolo, io abitavo a Crema!

Però quante cose avrei scoperto già da ragazzino, se solo fossi stato ad ascoltare. Nei CD dei Beastie Boys che mi passava Lucia, per dire, avrei potuto imparare ad amare la cultura del sample, che fa dell’hip hop il primo genere musicale della storia basato sull’utilizzo di altri dischi come veri e propri strumenti: in questo senso, è una rivoluzione dai ritmi vorticosi anche da un punto di vista strettamente tecnologico.

Nel 1973, nel Bronx, DJ Kool Herc mette sul piatto due copie di Sex Machine di James Brown, riproducendo continuamente il break di batteria per far ballare i ragazzi e le ragazze in sala; la notte del 13 luglio 1977, il blackout di New York diventa l’occasione per moltissimi giovani per prendere in prestito a tempo indeterminato costose attrezzature da DJ che non avrebbero potuto procurarsi in altro modo.
Nel 1989 – praticamente un’era geologica dopo, quando The Message di Grandmaster Flash sembra roba da bisnonni, le Adidas dei Run DMC camminano già stanche ed è appena esploso l’uragano gangsta chiamato Straight Outta Compton – proprio i Beastie Boys regalano un’opera d’avanguardia come Paul’s Boutique, con canzoni costruite su campionamenti di almeno cento altre; passano solo sette anni, e DJ Shadow – ventiquattrenne armato solo di una collezione di dischi infinita, due giradischi, un campionatore Akai e un Pro Tools – s’inventa in un colpo l’hip hop strumentale con Endtroducing, un album basato interamente sul sampling.

In un certo senso, insomma, si può dire che l’hip hop rappresenti in musica il momento di passaggio da una cultura Read Only a una cultura Read/Write. Prima potevi fruire di un’informazione solo nel modo in cui ti veniva proposta; ora puoi prendere quell’informazione e usarla per costruirci qualcosa di tuo e nuovo.

Si può chiamare furto; io la chiamo democratizzazione del processo creativo.
E i risultati sono esplosivi.

LEGGI ANCHE  #GiveMe5 (Beastie Boys Edition) | vol. 180

wouldn’t you know
we been hurt, been down before
nigga, when our pride was low
lookin’ at the world like, “Where do we go?”
nigga, and we hate po-po
wanna kill us dead in the street fo sho’
nigga, I’m at the preacher’s door
my knees gettin’ weak, and my gun might blow
but we gon’ be alright

Nemmeno la heavy rotation su MTV riusciva a scalfirmi. E questo sebbene l’hip hop fosse dappertutto da un decennio buono, dai ritmi e dalle produzioni del pop agli scratch di quell’abisso dell’intelletto umano definito per comodità nu metal.

Non coglievo il valore lirico di Eminem e delle sue mille voci in un momento, il pre-undicinove, in cui la violenza verbale era ancora un tratto distintivo e davvero provocatorio nel mainstream e non lo standard di ogni feed social – l’oscenità dell’America bianca messo davanti a uno specchio da uno dei suoi figli più commercialmente redditizi, nella maniera più crudele possibile (“Slim Shady is fed up with your shit and he’s going to kill you”). Non ricordo nemmeno un video degli Outkast prima di Hey Ya! del 2003, pensate, e dire che André 3000 e Big Boi di hit ne avevano già avute parecchie, a partire da quella Ms Jackson che oggi mi pare la summa perfetta di una delle partnership creative più feconde della storia della musica nera.

Da buon indie kid, nella mia cartella di MP3 trovavano posto giusto nuovismi astratti, consigliati da spiriti affini – i favolosi cLOUDDEAD di Ten sono ancora lì, fra i preferiti. Di album comprati, manco l’ombra: i primi di cui ho memoria, però, sono due capolavori e arrivano da un bellissimo record store di Brighton che nell’estate 2010 mi pareva un sogno – probabilmente era la vacanza britannica da cui tornai con una valigia piena di dischi, lasciando la maggior parte dei vestiti all’amico che mi ospitava.
E chi se la scorda più quella doppietta? Il sound floreale, positivo e psichedelico di 3 Feet High and Rising dei De La Soul, un’inondazione di skit e singoli straordinari (Plug Tunin’, Me Myself & I e The Magic Number stanno tutte qui); le geometrie impossibili di Flying Lotus, qualcosa all’incrocio tra hip hop, free jazz, un videogioco 8-bit e una partita a ping pong nello spazio – una discografia inattaccabile, la sua, finora: dove pescate, pescate bene.

Mi ci volevano Bologna e una casa nuova, per fare il salto.

A luglio 2016 sono tornato a vivere qui per la seconda volta, dopo un primo tentativo di un annetto in un monolocale in cui proprio non stavo bene – non potevi nemmeno aprirci del tutto le finestre senza che sbattessero contro qualcosa e restassero socchiuse. Invece qui c’era – c’è ancora – un sacco di luce, con un bel finestrone che è una delle cose che mi hanno salvato nei mesi del lockdown: ho respirato una libertà tutta nuova in questa casa e le sarò per sempre affezionato, anche quando sarà il momento di andarmene altrove. E se c’è un disco che ha infastidito impunemente il mio nuovo vicinato quell’estate, quel disco è untitled unmastered di Kendrick Lamar.




So che può sembrare la classica scelta da bastiancontrari, ma, esattamente come Amnesiac mi aveva permesso quindici anni prima di comprendere la grandezza di Kid A e dei Radiohead, così questa raccolta di outtake mi ha permesso di afferrare finalmente quello che quasi qualunque amico sosteneva da tempo: che To Pimp A Butterfly fosse il capolavoro dell’artista più importante del decennio. Quello che non avevo capito in diretta di quel mastodonte me l’hanno spiegato otto tracce a base di rap, funkadelia e jazz che scorrono come un unico flusso sonoro dopato – lo stesso uso e abuso di sostanze psicotrope alla base delle narrazioni oblique di Atlanta di Donald Glover, un modo per sopportare e convivere in qualche modo con il black trauma.

untitled unmastered è un disco breve, brusco, politico, che ha tutto il fascino che può avere solo un artista al picco della propria forza espressiva. Un artista, Kendrick Lamar, i cui ultimi due lavori sono tra i più belli e importanti dell’intera storia dell’hip hop, di quelli che definiscono un’era e ridefiniscono un canone.
To Pimp A Butterfly, scritto e suonato con in testa George Clinton e il jazz, ha reso evidente quanto si sia invertito il percorso dai tempi degli esordi di A Tribe Called Quest e Digable Planets, quando era l’hip hop a farsi bello pescando liberamente dalle collezioni jazz dei padri (“you could find the Abstract listening to hip hop / my pops used to say, it reminded him of be-bop”). DAMN ha semplificato l’impianto sonico, ritornando al puro piacere del rap su basi dritte e incendiarie, ma mantenendo intatto il valore letterario: DNA e HUMBLE hanno l’impatto socioculturale e commerciale dei singoli di Dylan degli anni sessanta.

Eccola lì, la mia chiave per una lingua che non conoscevo, il passe-partout per un genere ancora in evoluzione e capace di cogliere in diretta il senso del nostro tempo. Di sicuro, per me, quello che più di ogni altro mi fa venire voglia di correre avanti e indietro per la storia riscoprendo classici e scommettendo su quelli che potranno diventarlo – Run The Jewels, Armand Hammer, Earl Sweatshirt, Kae Tempest sono alcune delle mie puntate.

Manca tantissimo, me ne rendo conto. Ma la visione d’insieme, già da qui, toglie il fiato come quando apri gli occhi su un mondo nuovo per la prima volta.

LEGGI ANCHE  This is America. Il senso dell'arte ai tempi di Donald Glover


L’HIP HOP IN 30 DISCHI


Public Enemy – It Takes a Nation Of Millions To Hold Us Back
Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly
DJ Shadow – Endtroducing…
A Tribe Called Quest – The Low End Theory
Beastie Boys – Paul’s Boutique
Outkast – Stankonia
De La Soul – 3 Feet High And Rising
Wu-Tang Clan – Enter Wu-Tang (36 Chambers)
Kendrick Lamar – DAMN.
Fugees – The Score
J Dilla – Donuts
Mos Def – Black On Both Sides
Outkast – Aquemini
Public Enemy – Fear Of A Black Planet
Kate Tempest – Let Them Eat Chaos
Nas – Illmatic
Black Star – Mos Def & Talib Kweli Are Black Star
Beastie Boys – Licensed To Ill
Eminem – The Marshall Mathers LP
Flying Lotus – Cosmogramma
A Tribe Called Quest – We Got It From HereThank You 4 Your Service
N.W.A – Straight Outta Compton
Ice Cube – Amerikkka’s Most Wanted
Armand Hammer – Shrines
Digable Planets – Blowout Comb
Run The Jewels – RTJ4
Eric B & Rakim – Follow The Leader
Earl Sweatshirt – Some Rap Songs
Cannibal Ox – The Cold Vein
cLOUDDEAD – Ten


L’HIP HOP IN UNA PLAYLIST


Anche tu puoi sostenere SALT! Negli articoli dove viene mostrato un link a un prodotto Amazon, in qualità di Affiliati Amazon riceviamo un piccolo guadagno per qualsiasi acquisto generato dopo il click sul link (questo non comporterà alcun sovrapprezzo). Grazie!

NO COMMENTS

Leave a Reply