On the viewless wings of Poesy

On the viewless wings of Poesy

Ogni periodo della mia vita è legato ad un tipo particolare di volatile.

« Fai conto che io dica estate,
scriva la parola “colibrì” »

Protagonista dei primi anni fu senz’altro il canarino giallo che governò per tanto tempo, col suo canto, la grande casa di mia zia: mi piaceva svegliarmi al mattino col profumo del caffellatte in cucina, passare davanti alla sua gabbietta e sentirlo cantare serafico, come occupato in faccende domestiche. Quando tornavamo dal mare all’ora di pranzo, invece, si esibiva e scatenava in certe scene teatrali da gran soprano che mi si infilavano nei timpani come spilli; mentre alla sera, a causa del buio o forse improvvisamente conscio della prigionia (questo l’ho capito molto tempo dopo), appariva triste e stanco, come un vecchio ubriaco.

Prima che l’adolescenza mi rendesse brutalmente consapevole del mio corpo e vergognosa, trascorsi quasi tutti i pomeriggi giocando in cortile con il figlio dei vicini, che aveva una collezione formidabile di fionde, piccole faretre e coltellini col manico di legno grezzo: niente era in grado di distogliermi dalle nostre pericolosissime missioni (eravamo tartarughe ninja, cavalieri a cavallo, stregoni e Power-Rangers), tranne le visite improvvise di un gruppo di gazze che avevo paura mi strappassero le orecchie per rubarmi gli orecchini. Non solo una volta, purtroppo, ho sognato d’essere ritrovata da mio padre agonizzante in cortile con un squarcio alla gola: una di loro m’aveva attaccato per fregarmi la collanina.

A partire poi dai quattordici anni, le rondini cominciarono a fare il nido ogni anno nella nostra grondaia: e così molte ore di quell’età sono passate ascoltando alla finestra il loro tramestio indaffarato mentre costruivano il nido e lo custodivano a turno. Puntualmente, un bel giorno, si udivano i primi timidi pigolii e arrivavano i primi impacciati tentativi di volo, fino al salto finale quando, uno dietro l’altro, i piccolini si gettavano a tuffo e ci dicevano addio.

Gli anni convulsi dell’università, infine, furono il tempo delle anatre del Lungo Po, dove andarono a rotolare molti dei miei giorni agitati: se Ismaele prende il mare ogniqualvolta si sente invaso dall’umor nero e trattenuto a stento dall’andare per le vie a togliere il cappello di testa alla gente, lo stesso effetto ha per me la passeggiata che costeggia il lungo serpente d’acqua di Torino. Mi piaceva, e mi piace tutt’ora, seguire il nuoto gentile delle anatre e camminare passo passo sul marciapiede nella loro direzione e vederle scomparire all’improvviso col becco sott’acqua e la coda e le pinne per aria.

Nel De rerum natura, Lucrezio comincia ad un certo punto a trattare dei colori delle cose e, per spiegare come la luce abbia il potere di mutarli, così scrive (I, 798-805):

« Quale colore, infatti, può esistere nelle cieche tenebre?
E anzi nella luce stessa un colore muta a seconda
che rifulga percosso da raggi dritti oppure obliqui;
così nelle colombe cangiano al sole le piume
che disposte intorno alla nuca incoronano il collo;
a volte difatti rosseggiano di splendente piròpo,
e altre volte in un senso diverso ti appaiono
mescolare all’azzurro il colore dei verdi smeraldi. »

Se avessi avuto il talento del poeta latino, avrei già scritto un intero poema sui riflessi della luce del sole sul capo verde metallico del maschio del Germano reale, sul suo petto bruno rossiccio, sul piumaggio nocciola della femmina, sulla striscia blu delle loro ali.

« Camminavo, lo stesso e non lo stesso, per un bosco di querce
Stupendomi che la mia musa, Mnemosine,
Non avesse tolto nulla al mio stupore.
La gazza gracchiava e io dicevo: gazzità.
Cos’è la gazzità? Al cuore della gazza,
Alla narice pelosa sopra il becco e al volo
Che si rinnova quando cala
Non arriverò mai e quindi non la conoscerò.
Se però la gazzità non esiste
Allora neppure la mia natura esiste.
Chi avrebbe detto che così, dopo secoli,
Avrei inventato la disputa sugli universali. »
(Czesław Miłosz, da Poesie, Adelphi)

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Leopardi sostiene che gli uccelli siano le creature più liete del mondo. Non mi riferisco al passero solitario – che pensoso in disparte il tutto miri; | Non compagni, non voli, | Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi – poiché al solo nominarlo mi sento avvolta da un sudario di malinconia e sconforto, ma piuttosto alla Operetta morale intitolata Elogio degli uccelli.

Gli uccelli sono predisposti alla felicità, scrive Leopardi, non soltanto perché al solo vederli o sentirli ci sentiamo subito più allegri, ma perché essi stessi per loro natura sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale.

E questo per una ragione precisa: non sentono la noia, dal momento che la loro vita è ricca di esperienze, di avventure e di viaggi.

« Primieramente, non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall’infima alla somma parte dell’aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca »

E poiché possono godere tutto il giorno di immensi spettacoli e variatissimi, allora s’inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d’immaginativa, una vita interiore ricca tanto quanto quella estrinseca.

Il giovane favoloso, Mario Martone (2014)

L’immaginativa degli uccelli, inoltre, non è quella profonda, fervida e tempestosa che ebbero, ad esempio, Dante e Tasso – e che è funestissima dote e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue -; la loro vita interiore è piuttosto quella ricca, varia e leggera che similmente hanno i bambini, la quale è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti. E allora:

« Io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita »

Non diversamente da Leopardi pare pensarla Keats con la sua Ode to a Nightingale (Ode a un usignolo, un verso della quale dà il titolo a quello che per me è il più bel romanzo di Fitzgerald, Tenera è la notte):

« […] and leave the world unseen,
And with thee fade away into the forest dim:

Fade far away, dissolve, and quite forget
What thou among the leaves hast never known,
The weariness, the fever, and the fret
Here, where men sit and hear each other groan […] »

La letteratura è un cielo attraversato dal volo di innumerevoli uccelli: tuffetti, fratini, gruccioni, pettirossi, merli, ghiandaie. Ma nonostante questa loro predisposizione alla gioia e alla libertà – o forse proprio a causa di queste –  agli uccelli si sono associate più spesso immagini di assoluta tristezza che di felicità: il solingo augellin di Leopardi; la capinera di Verga, della quale porto il trauma dall’età di dieci anni anche a causa del film di Zeffirelli; la sciagurata allodola di Shakespeare (“Era l’allodola, messaggera dell’alba, non l’usignolo”); il passero di Lesbia; l’upupa meschinella di Foscolo, che almeno Montale riabilita chiamandola “aligero folletto, calunniato dai poeti”; e poi ancora l’albatro di Baudelaire, il re dell’azzurro, che:

« Maldestro e vergognoso, pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche
[…] Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava! »

Mi viene in mente una bellissima poesia di Alda Merini, raccolta in Fiore di poesia:

« Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore. »

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Un altro uccello poetico a cui sono molto affezionata è il corvo di Edgar Allan Poe, quello che non fa che gracchiare Nevermore, Nevermore, Nevermore. I corvi ispirano da sempre sentimenti cupi e sinistri, direte voi, ma io penso che siano al contrario animali meravigliosi. Pensate ai corvi imperiali della Torre di Londra che proteggono la Corona britannica oppure, se vi capita una visita al Louvre di Parigi, fermatevi a passeggiare per i giardini delle Tuileries: ne incontrete moltissimi a misura d’uomo e forse avrete modo di ricredervi sulla loro bellezza. Magari vi capiterà di vederli rovistare nei cestini della spazzatura e succhiare dalla cannuccia di un frappé andato a male, ma restano comunque animali straordinari.

Il cardellino, Carel Fabritius (1654)

Lasciamo l’Inghilterra e la Francia per trasferirci in Olanda. Al Mauritshuis dell’Aja – un piccolo splendido museo tutto legni scuri scricchiolanti e finestre opache e fioca illuminazione, dimora di opere dimesse e sconosciute come Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer e Lezione di anatomia di Rembrandt – è esposto un piccolo quadro del 1654, Il cardellino di Carel Fabritius, che è diventato piuttosto famoso grazie all’omonimo romanzo di Donna Tartt, vincitore del premio Pulitzer nel 2014.

Il quadro e il suo piccolo resiliente protagonista sono così descritti dalla Tartt:

« La bestiola non può aver compreso perché le toccasse vivere in condizioni tanto dolorose: frastornata dai rumori (come immagino), assalita dal fumo, dall’abbaiare dei cani, dagli odori in cucina, importunata dagli ubriachi e dai bambini, condannata a volare solo quel tanto che le consentiva la più corta delle catene. Eppure anche un bambino riesce a coglierne la dignità: un pizzico di coraggio, tutto piumette e fragili ossicini. Non timido, nemmeno disperato, ma determinato a rimanere al suo posto. Deciso a non ritrarsi dal mondo. »

Così mi pare che la letteratura sia uno sterminato campo di grano, o una distesa marina, o un prato inselvatichito per il quale zompettino, riposino, becchettino e si librino in volo uccelli dai mille colori, dimensioni e voci. E, naturalmente, non ci sono solo uccellini sciagurati. Ci sono, ad esempio, i puffini di Pascoli (Myricae, Ricordi, VIII):

« Tra cielo e mare (un rigo di carmino
recide intorno l’acque marezzate)
parlano. È un’alba cerula d’estate:
non una randa in tutto quel turchino.

Pur voci reca il soffio del garbino
con ozïose e tremule risate.
Sono i puffini: su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.

Sembra un vociare, per la calma, fioco,
di marinai, ch’ad ora ad ora giunga
tra ’l fievole sciacquìo della risacca;

quando, stagliate dentro l’oro e il fuoco,
le paranzelle in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca. »

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La mia finestra dà su un edificio basso, a un piano, un hotel per famiglie dalle finestre del quale si affacciano ogni giorno volti nuovi e curiosi, stanchi, entusiasti d’essere altrove. Sul suo tetto, che è all’altezza del mio sguardo, vedo spesso due cornacchie contendersi piccole pietre e rametti, ragnetti, foglie secche portate dal vento. Mi fanno compagnia e ormai mi sono abituata alla loro presenza.

Se devo scegliere, preferisco la letteratura e la poesia che celebrano gli uccelli – il loro volo, il loro canto, i piumaggi dai mille colori che paiono appena dipinti – come qualcosa di per sempre diverso dall’uomo, di inesplicabilmente altro rispetto all’umano.

I tentativi di antropomorfizzarli, di costringerli ad un sodalizio con gli umani, di farne il loro specchio, tolgono qualcosa al loro mistero. Certo, in mano ai grandi poeti le metafore sono doni della natura, ma la natura, qualche volta, è ancora in grado di fare meglio. Come scrive Miłosz: al cuore della gazza non arriverò mai. 

Eppure ci resta sempre la via contraria: invece di attirarli nella maglia e nella trappola delle nostre emozioni, celebrarne piuttosto il mistero, il loro essere latori di una meraviglia indecifrabile che, nel migliore dei casi, possiamo solo cercare di imitare.

« Questi versi e la loro cadenza
trovò Alcmane, imitando con le parole
quello che aveva inteso
dal canto delle pernici. »
(Alcmane, in Lirici greci, trad. S. Quasimodo)

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