Lucio Battisti, graffiti al fosforo e formaggini

Lucio Battisti, graffiti al fosforo e formaggini

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Aaah ma è un canto brasileiro

“Io non ti voglio più vedere,
mi fai tanto male
con quel sorriso
professionale”

Inizia con questa dichiarazione, un parlato onesto e inequivocabile Ma è un canto brasileiro di Lucio Battisti (Il nostro caro angelo, 1973).

Il nostro caro angelo è stato il secondo disco più venduto in Italia nel 1973, dopo Il mio canto libero, sempre di Lucio Battisti, eppure, nonostante assonanza e concomitanza, i singoli Ma è un canto brasileiro e Il mio canto libero hanno poco in comune: se di fondo rimane in entrambe la richiesta di semplicità e naturalezza cara a Battisti e Mogol, là dove Il mio canto libero è uno dei pilastri delle canzoni d’amore italiane , Ma è un canto brasileiro si pone in antitesi a partire dal titolo, una provocazione e una frivolezza.

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Già dall’incipit, infatti, s’intuisce che non è aria di bionde trecce, calzette rosse, fiori rosa, fiori di pesco o acque chiare, perché questa canzone è un crescendo liberatorio di insofferenza.

La prima volta in cui ho ascoltato questo brano ero in quella di dire e di dirmi –di nuovo- “No, non sarà un’avventura” e scartabellavo alla ricerca del Battisti romantico e inevitabilmente evasivo che facesse da sottofondo al mio luglio. C’erano zanzare, quaranta gradi e goccioline di sudore.

Al primo ascolto ho decisamente pensato che fosse un peccato l’aver smesso di fumare perché quando Battisti s’impunta e attacca con:

“Io non ti voglio vedere sul muro,
davanti ad un bucato,
dove qualcuno ci ha disegnato
pornografia a buon mercato”

ho avuto la netta impressione di essere io quella con le spalle alla parete e con la necessità impellente di fumarmi una sigaretta. Un drummino. Un atto gratificante e liberatorio ecco, perché nonostante la mia voglia di una storia nuova, finalmente qualcuno dava voce alla mia stanchezza e io e Battisti uscivamo dal cliché del mio canto libero, che libero poi non è ed è detto un po’ così, perché sappiamo che durerà inevitabilmente poco, e dicevamo e ci dicevamo le cose come stanno.

Perché è una canzone provocatoria questa, ben lontana dal “Vorrei, non vorrei, ma se vuoi” : il senso della vista è associato a un gioco di “vedo non vedo” quasi erotico che carica di energia il brano in sintonia con il continuo crescendo strumentale:

“E mentre indossi
un super super super reggiseno,
per casalinga,
tutta veleno”

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Le immagini sono immediate, dirette, più volte legate al tema della sessualità impulsiva, frustrata e frustrante (e che ci frega sempre) già emersa dalle capricciose mutandine rosa di Una giornata uggiosa, mentre l’irruenza provocatoria e crescente delle situazioni che il cantautore propone e ripropone in sequenza viene disinnescata solo dal coro femminile “Ma è un canto brasileiro”, che ricorda il tormentone privo di senso di uno spot televisivo.

Come se Battisti fosse libero di dire qualsiasi cosa, tanto sarà sommerso dalla banalità ottusa di una messaggio pubblicitario a cui le donne prestano voce, anima e corpo.

Battisti è quello più sincero e meno sensibile alla popolarità del brano: antipatico, ipercritico, geloso e polemico, ma non disilluso. E vuole quello che voglio io. Un po’ di intimità. Un po’ di semplicità. Un po’ di coraggio e di sano ritorno bucolico. Tutto il resto non interessa, grazie, è noia, come dicevano.

“Ma ti vorrei vedere
qualche volta in bikini
senza sfondi di sole lontano,
e restare un po’ vicini.

Io ti vorrei vedere
mentre cogli l’insalata dell’orto,
che vorrei avere coltivato
prima di essere morto”

Oggi è novembre, ma a me sembra di nuovo luglio.

C’è Battisti, in conflitto con l’immagine della (sua) donna, sfruttata dal marketing per vendere qualcosa di inutile e frivolo, magari anche con l’ipocrisia di un fine etico.

Ci sono io, in conflitto con le risacche degli amorazzi estivi, con quello che vorrei, quello che non ho e quello che non c’è.

Aaah ma è un canto brasileiro.

 

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