Le donne e il Desiderio, una vita grigio-disagio per Tomasz Wasilewski

Le donne e il Desiderio, una vita grigio-disagio per Tomasz Wasilewski

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Nel mio disagio ci sguazzo

Come sostiene il titolo, sono due i grandi protagonisti del dramma di Tomasz Wasilewski: Le Donne e il Desiderio. Sullo sfondo della Polonia della fine degli anni ’80, a cavallo con la caduta del Muro di Berlino, alcune donne si avvicendano in un piccolo paese. Tutte sono trasportate da un desiderio inespresso e inesprimibile, fisico e sessuale, che guida le loro vite. Queste vite diventano paradigma della società che cambia, così osservata dal regista da bambino, in chiara veste autobiografica: siamo alla frontiere di una rivoluzione sociale, ma anche morale.  Il desiderio pulsa verso questa rivoluzione, preme, ma la libertà fa anche paura. Quando allevi un animale in gabbia, dice il regista, non puoi aspettarti che esca se gli apri la porta: per lui ormai quella gabbia è diventata casa. Così la negazione del desiderio e la mortificazione di sé diventa la casa delle protagoniste, curata ed amata, fino alla fine. Ugualmente, una società abituata ad un regime per decenni, non riesce da un giorno all’altro a diventare “libera”, sempre che questa parola abbia un senso. A poco contano le gomme da masticare d’importazione, le pubblicità e le novità del mondo, di cui si fa portatrice la giovane Marzena (Marta Nieradkiewicz). La gabbia è aperta. Ma la rivoluzione si fa uscendo.

I colori desaturati, per portare tutto ad un omogeneo grigio-azzurro, aiutano a dare il senso di profondo disagio in cui le protagoniste vivono e ricordano quei colori spenti, quelle luci soffuse, che chiunque abbia intrapreso un viaggio verso est prima del duemila (e forse anche dopo) potrà testimoniare. La regia alterna piani fissi e desolanti a camera a mano che segue le protagoniste, incespicando nella vita stessa, ancor prima che nelle strade sterrate, mentre il film cresce con le storie che racconta. Solo Agata (Julia Kijowska), infatti, accetta passivamente la morte del desiderio martire ed impossibile; Iza (Magdalena Cielecka), al contrario, agisce in maniera istintiva e goffa, fino alle estreme conseguenze, quasi senza rendersene conto; Renata (Dorota Kolak), infine, supera l’azione per diventare l’allegoria del tempo finito, in una scena di chiara ispirazione cristologica (e Pasoliniana, vista l’inquadratura del corpo di Marzena, così simile a quella di Accattone), capace di sublimare anche il desiderio stesso, che da desiderio per il corpo diventa desiderio per la vita ed istinto materno.

Un film di donne (tutte bravissime) alle prese con la sofferenza quotidiana del desiderio tarpato, che pure risulta difficile da fruire per una eccessiva indulgenza nei confronti del disagio e della difficoltà delle protagoniste. Dove il corpo (mortificato) è il campo di battaglia della rivoluzione ancora da venire

Voto: 7

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