Joy

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La prima parte del film Joy è il ritratto deprimente della vita di una giovane e intelligente donna sottomessa alla sua famiglia. Letteralmente.

Impiegata di terra presso una compagnia aerea, Joy passa da una battaglia anonima con i suoi clienti ad una battaglia diversissima e molto più personale a casa. La sua famiglia allargata fa affidamento su di lei per qualunque minuzia, Joy è la trave portante di una villa marcescente, indispensabile ma data per scontata.

La madre è una donna triste e vuota -la cui unica ragione di “vita” è costituita da una tremenda telenovela, seguita da lustri con fedeltà incrollabile- che non si alza dal letto neanche di fronte all’allagamento imminente della sua camera/nido.

Nello scantinato vive l’ex marito di Joy, Tony, che insegue la sua carriera da cantante vivendo sulle spalle della ex moglie; i due figli piccoli richiedono una cura che nessuno è in grado di garantire se non lei stessa, o la fantastica nonna, Mimi, la quale incoraggia Joy fin da bambina ad inseguire i suoi sogni, e a diventare una donna forte e felice.

In questa situazione che per i più sarebbe insostenibile, la bella e intelligente e paziente donna riesce a trovare un momento per tutti, a mediare tra le tensioni che inevitabilmente si formano, ad aggiustare tubature e cancelli. I suoi sogni sono in stand by.

Quando il padre Rudy, mollato dalla terza moglie, torna a chiedere aiuto alla figlia e si sistema nello scantinato con Tony (e i due non si sopportano da sempre e litigano continuamente), il vaso sembra sul punto di traboccare. Ma non trabocca. Il leitmotiv del film è questo, la pazienza di Joy che sembra essere senza fine, e ci interroghiamo per quasi tutte le due ore del film se sia troppo buona, troppo scema, troppo devota ai genitori, o semplicemente abbia fin troppo senso del dovere -inteso come dovere di figlia, nipote, amica, moglie, donna.1

Un giorno, in una piccola crociera a bordo della barca della nuova fidanzata italiana e ricchissima di Rudy (una favolosa Isabella Rossellini) un’onda fa rovesciare il vino di tutti, e inevitabilmente Joy si ritrova carponi a pulire mentre la festicciola prosegue, e strizzando lo straccio si taglia le mani con dei cocci di vetro.

Questo singolo evento cambierà la vita e il carattere per troppo tempo assopito della giovane, che improvvisamente ricorda (o finalmente accetta il ricordo) che da bambina amava costruire cose.

Se la prima parte del film è la storia deprimente di una donna sottomessa, la seconda parla di una donna incredibile.

Jennifer Lawrence è la sfavillante, meravigliosa interprete di questa vicenda semi-biografica, di una donna che decide finalmente di esigere il suo piccolo e dignitoso posto nel mondo, e che finalmente tira fuori le unghie. Sempre più bella e sempre più capace di indimenticabili interpretazioni, tiene in piedi con forza il film anche e sopratutto nei momenti in cui esso vacilla (parallelamente a ciò che fa il suo personaggio).

Robert De Niro interpreta il padre fondamentalmente buono e legato alla figlia, ma retrogrado ed egoista, e sopratutto, tenuto in pugno dalla figlia avuta dal suo primo matrimonio, acida, invidiosa, frustrata, cattiva.. una vera strega il cui volto estremamente espressivo è di Elisabeth Röhm, che riesce ad interpretare alla perfezione un personaggio così antipatico dall’inizio alla fine.

La mamma è Virginia Madsen, sex symbol degli anni ’80, ’90, che nell’interpretare questa donna dalle profonde insicurezze è molto convincente, come lo è nel prendersi una cotta per l’idraulico haitiano che viene a riparare l’ennesimo guasto cui Joy non riesce a stare dietro.

E di Bradley Cooper non si può dire per non dire troppo.

Insomma Joy è sì un film biografico, ma sopratutto una storia di donne e di sessismo, una storia moderna ma antica. Joy incarna a mio parere uno dei personaggi femminili più sfaccettati di sempre, in un cinema che per quanto moderno tende ancora con grande facilità e leggerezza a semplificare le donne, ad comprimerle ed incastrarle in ruoli. Joy è una donna vera e sensibile e forte, ma non forte alla Lara Croft, ma forte per ciò che ci mostra: anche una giovane donna fortunata ed emancipata come me è stata fortemente toccata da questo personaggio.3

Perché la più grande forza di Joy non è la spregiudicatezza nè la durezza; non fa compromessi con se stessa comportandosi come un uomo, o travestendosi da bellona sexy e ammiccante, per insinuarsi in un mondo di uomini. E’ naturale e sorprendentemente sicura di sé per tutta la sua vita, e la sua forza è nella sua infinità bontà (che però non è essere una santarellina sdolcinata e tendente alle lacrime), nella sua inesauribile pazienza (che però non conferma lo stereotipo maschilista e misogino della donna sottomessa e angelo del focolare, o priva di slanci), nella sua lealtà ed estrema onestà e sete di giustizia.

Nonostante questa lista di pregi, Joy non è un personaggio antipatico o saccente. Ha le sue debolezze, come accennato prima, ma le accetta tutte, tutte fanno parte del suo carattere, così come i suoi pregi. E’ estremamente donna e lo scrivo con orgoglio, perché noi donne siamo creature formidabili quando ci accettiamo: Joy è una donna quando, in una scena che personalmente mi ha reso di fuoco, esteriormente ed interiormente, asciuga in ginocchio e chiedendo scusa le scarpe di un uomo disgustosamente grasso e sghignazzante, ma superiore in quanto uomo. E questa umiliazione dieci minuti dopo non esiste più nella sua mente, il suo obiettivo è ciò per cui riserva le sue forze e la sua rabbia, quando nei suoi panni un uomo avrebbe giurato vendetta. Le donne sanno scegliere le loro battaglie.

Joy mi ha commosso. Le critiche sono discordanti, per la regia a volte un po’ lenta o debole di David O. Russel, o per qualche ruolo forse un po’ esagerato… non importa, o forse sì, ma Joy è un film che va visto, che fa riflettere, e su cui bisogna discutere e confrontarsi.

Voto: 7,5 o 9

 

Titolo originale: Joy

Regia: David O. Russel

Interpreti: Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Diane Ladd, Edgar Ramirez, Isabella Rossellini

Anno: 2015

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