Il mio anno di riposo e oblio | Ottessa Moshfegh

Il mio anno di riposo e oblio | Ottessa Moshfegh

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Prendevo due bicchieroni di caffè con panna e sei dosi di zucchero ciascuno, tracannavo il primo nell’ascensore che mi riportava su in casa e poi sorseggiavo piano il secondo, mentre guardavo film sgranocchiavo salatini a forma di animali e prendevo un po’ di trazodone, Ambien e Nembutal fino a riaddormentarmi.

La prima volta che ho letto il titolo del nuovo acclamato romanzo di Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, ho pensato a uno dei film sperimentali di Andy Warhol, statici, minimali e girati a camera fissa. In particolare, l’ho inteso come un irrinunciabile invito esplicito a guardare dal buco di una serratura dorata dentro la casa di qualcuno di totalmente estraneo, disposto a concederti di partecipare passivamente a una parte preziosa del suo privato, senza farti provare alcun senso di colpa per la tua ingente curiosità.

Ho pensato che avrei cominciato a leggerlo con le aspettative simili a quelle di quando mi apprestavo per la prima volta a vedere tutte le espressioni facciali di DeVeren Bookwalter in Blow Job. Nel film di Warhol lo spettatore ha il totale controllo sull’immagine e sui ripetuti spasmi del volto del protagonista, mentre il partner fuori campo, eseguendo ciò esplicitato nel titolo, lo distrae dalla presenza della telecamera.

La pellicola dura per 35 (sic!) lunghi minuti ed è filmata in 24 fotogrammi al secondo ma proiettata, secondo volere del regista, a 16 fotogrammi al secondo, così da esagerare la lentezza della visione a discapito di una totale aderenza alla realtà, che scorre inevitabilmente più rapida. Anche per questo mi piace azzardare pensando a Warhol come a un pragmatico pioniere della dilatazione temporale (per i più sofisticati c’è Interstellar ma io non ne ho capito assolutamente nulla tranne che l’eco di tutta quella galassia lontana totalmente priva di forme di vita aliene mi ferisce profondamente).

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Come già sperimentato con i film di Warhol, so che può essere interessante l’osservazione di lunghe situazioni statiche, e forse è per questo che mi sono decisa ad assistere alla storia di una sconosciuta che ha deciso di dormire ininterrottamente per un anno. E ancora una volta la curiosità è stata ricompensata poiché, nonostante le narcolettiche premesse, l’anonima (nel senso che non sappiamo come si chiami) protagonista de Il mio anno di riposo e oblio è terribilmente vivace, irrequieta, nonostante i suoi ritmi siano completamente alterati e lenti.

Siamo nell’Upper East Side agli albori del XXI secolo e il progetto dell’apparentemente perfetta protagonista, dopo aver lasciato il suo lavoro presso una galleria d’arte (avrebbe voluto fare l’artista ma non ne ha il talento e il talento sì, è importante), aver perso i genitori ed essersi concessa una altalenante relazione sentimentale, è l’ibernazione.

E chi è che non ci ha mai pensato? Ha sicuramente sfiorato la testa di molti, in periodi di forte stress o emotivamente debilitanti, la voglia di sparire completamente dalla circolazione per qualche tempo. Tutti i dispositivi sono dotati di un tasto di ripristino, più o meno nascosto, da selezionare in caso di emergenza al fine di retrocedere allo stato iniziale e da lì, provare a ripartire. Riemergere dal black-out autoimposto.

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Nel portare a compimento il suo progetto di depression nap da Guinness World Record, del quale diventiamo subito complici ed entusiasti sostenitori, la protagonista alterna mix di confetti zuccherati e narcotici (la dedizione con la quale vengono elencati, descritti e testati i numerosi farmaci e i loro effetti – collaterali o previsti – è pari unicamente alla dedizione che Patrick Bateman dedica alla sua routine mattutina) a ininterrotte maratone di film commerciali con Harrison Ford e Whoopi Goldberg, rassicuranti perché si conoscono ormai a memoria e che scorrono dunque dentro il registratore – fino alla sua definitiva rottura – come continua colonna sonora e ninna nanna per conciliare il proprio torpore fisico e mentale.

Quasi azzerati sono i contatti umani, ad esclusione di personaggi corollari che compaiono perché hanno parecchie cose da dire, come l’unica e problematica amica Reva, anche lei vittima di una differente forma di rigetto di ciò che la circonda, a partire da se stessa, una psichiatra particolarmente New Age e permissiva e i protagonisti dei ricordi di un triste passato da dimenticare completamente, se solo fosse possibile.

Raccontata con uno stile limpido, pulito, ironico, veloce, con dei tempi che sembrerebbero quelli televisivi, in contrasto con i ritmi sempre più lenti, assopiti, allucinati e sonnambuli della protagonista, la storia è un delicato insulto al commovente narcisismo di una moderna bella addormentata che pensa sia possibile disertare il proprio doloroso e insoddisfacente passato ed eludere la vacuità della propria esistenza attuale, povera di soddisfazioni. Ma non sembra possibile, a lungo termine, evitare di affrontare la propria inadeguatezza e cercare, nei limiti delle proprie attitudini, di porvi rimedio o almeno accettare la situazione per come ci viene presentata.

Nonostante tutto l’impegno e i soccorsi chimici, sarà necessario ritornare a tenere gli occhi ben aperti, prima della fine.

Forse pensava che quelle parole potessero penetrare nel mio cuore. Avevo preso Nembutal tutto il giorno.

 

Titolo | Il mio anno di riposo e oblio

Autore | Ottessa Moshfegh

Editore | Feltrinelli

Pagine | 231

Anno | 2019

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