Iconografie del presente: intervista a Mattia Salvia

Iconografie del presente: intervista a Mattia Salvia

Il nostro presente è un "Interregno" brulicante di fenomeni morbosi, le cui immagini si caricano di valore simbolico e significati collettivi fino a diventare icone. Cosa dicono di noi e del nostro spirito del tempo queste immagini? Scopriamolo con la rivista Iconografie e il saggio Interregno.

Benvenuti nell’Interregno, un luogo magico dove un tizio vestito da sciamano assalta Capitol Hill, dove Russia e Ucraina combattono una guerra parallela a colpi di meme, dove Enrico Letta ci rammenta che nella carbonara ci va “tutta la vita” il guanciale. Dettaglio: questo luogo magico è il nostro presente; un presente con tinte sempre più assurde e grottesche che ha spinto addirittura a teorizzare che la nostra sia la “timeline sbagliata”, una sorta di realtà parallela a quella “giusta” in cui le cose vanno come dovrebbero andare.

Come siamo arrivati a questo punto? Su questo si interroga Mattia Salvia, nel suo saggio Interregno. Iconografie del XXI secolo, da poco uscito per NERO Editions e prontamente inserito dalla redazione di SALT tra i migliori libri del 2022 (achievement al cui cospetto lo Strega impallidisce!).

Interregno si affianca all’altro, noto, progetto dell’autore: Iconografie, dapprima una pagina Instagram che raccoglie le immagini più “weird” e al contempo più segnanti dell’attuale contesto sociopolitico, poi rivista cartacea dove l’immagine si coniuga con interessanti approfondimenti. Scopo: catturare il nostro Zeitgeist e le sue stranezze come l’uso dei meme in politica, il metaverso, e tante altre amenità.

Questa corposa premessa ci porta dritti alla nostra intervista a Mattia Salvia.

Partiamo dalle origini: che percorso culturale e personale hai avuto per arrivare a fare Iconografie prima e Interregno poi?

Come studi ho fatto filosofia, ma non l’ho “davvero” fatta: a metà percorso ho iniziato a lavorare per VICE, poi per Rolling Stone. Nel frattempo ho fondato Iconografie (pagina Instagram, nda) come hobby, ci mettevo una serie di cose che mi salvavo sul pc finché il progetto non è esploso.

iconografie rivistaAnche la rivista è nata in modo molto organico: non potevo postare su IG materiali dell’ISIS per il rischio di ban così ho deciso di fare una zine dedicata all’ISIS che è andata sold-out in un’ora. Lì ho capito che poteva diventare qualcosa da fare periodicamente. Per quanto riguarda le competenze tecniche le ho apprese a VICE che, ai tempi in cui ci lavoravo, faceva ancora un cartaceo al quale mi è capitato di collaborare.

 

La rivista cartacea, peraltro, sta tornando prepotentemente. Come si inserisce Iconografie in questo trend? E qual è un aspetto che ti affascina particolarmente nel creare una rivista?

Il ritorno alla rivista c’è davvero ma a mio avviso non per tutte: è un ritorno che privilegia quelle in grado di “durare”. È il motivo per cui su Iconografie non trovi articoli ma numeri monografici su un certo tema: così facendo restano ancora attuali anche a distanza di anni. Insomma, il ritorno alla rivista c’è ma è un ritorno a una rivista che è più vicina a un libro. L’aspetto più affascinante è la possibilità che offre per “fare ordine” a livello mentale.

Dalla rivista al libro: come nasce il tuo saggio Interregno?

Il libro è nato come un articolo: “Un altro anno nella timeline sbagliata”; è poi diventato un progetto di libro molto teorico, infine si è trasformato nell’analisi dei fenomeni dell’interregno.

Il proposal del libro è girato un po’, ho avuto degli interessamenti tra cui un grosso editore che però non mi convinceva granché perché troppo commerciale. Un po’ per caso ho scritto a Valerio Mattioli (editor di NERO Editions, casa editrice che opera nell’ambito della critica e della cultura contemporanea, nda) che conoscevo per precedenti collaborazioni, chiedendogli se il libro potesse interessargli; alla fine abbiamo fatto il libro insieme!

NERO… è NERO! Per ciò che fa era perfettamente in linea con le tematiche del libro rispetto ad un editore commerciale e mi piaceva molto l’idea di firmare un libro che potesse entrare nella stessa collana di grandi nomi come Mark Fisher (autore di Realismo Capitalista, opera tra le altre cose molto apprezzata dalla redazione di SALT, nda).

L’articolo originario e il libro prendono le mosse dalla “timeline sbagliata”, puoi aiutarci a mettere a fuoco il concetto?

Il concetto di timeline sbagliata è ormai entrato nella coscienza collettiva occidentale e serve ad esprimere lo sgomento nei confronti di un momento storico – quello attuale – che ci appare incomprensibile. Ovviamente non esiste alcuna timeline sbagliata, ma continuiamo a raccontarci questa storia per evitare di affrontare il presente e per non dover accettare che ad essere “sbagliato” fosse il periodo da cui usciamo, quegli anni ‘80 e ’90 della “fine della storia”, depoliticizzati, in cui andava tutto bene e non c’erano le grandi domande su quale fosse la migliore forma di organizzazione sociale.

E come si coniuga questo con il concetto gramsciano di interregno?

La timeline sbagliata è una riscrittura contemporanea dell’adagio di Gramsci “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Parlando di timeline sbagliata vogliamo descrivere il nostro interregno cent’anni dopo Gramsci, il libro infatti parte da fenomeni morbosi di vario genere e cerca di tracciare le coordinate per orientarsi nell’interregno che è il nostro presente.

Quali sono i tuoi criteri di selezione per questi fenomeni morbosi? Come arrivi a selezionare certi fenomeni piuttosto che altri?

Ciò che cerco di fare è catturare le temperie culturali, ciò che va a costruire la coscienza e la memoria collettiva. I fenomeni di cui parla il libro sono emblemi di momenti della coscienza collettiva. Lo sciamano di Capitol Hill, ad esempio, è una cosa che tutto il mondo ha visto e che tutto il mondo ricollega a certi fenomeni politici: è parte di una cultura globale.

In passato ciò poteva essere fatto dallo scrittore che scrivendo di persone normali nella Vienna di fine ‘800 catturava il mood culturale dell’epoca; oggi si tratta di mettere insieme tutti gli elementi virali che costituiscono il mood contemporaneo, in quanto la loro viralità è causata dal fatto che esprimono significati profondi comuni a tutta la società.

C’è dunque una forte interdipendenza tra il nostro “spirito del tempo” e la viralità che si concretizza in internet. Credi che sia possibile raccontare una storia dell’umanità contemporanea anche prescindendo da internet?

Secondo me no! Leggevo di studi condotti nel terzo mondo da cui emerge che la gente considera Facebook e internet sinonimi perché il loro utilizzo di internet è limitato a Facebook. Oppure, il solo mandare un whatsapp di buongiorno tutti i giorni diventa una parte consistente della vita; togliendo internet verrebbe meno una parte importante di vita.
Allo stesso tempo internet è solo una tecnologia; possiamo parlare della storia degli ultimi 200 anni senza pensare alle automobili? No! Ma non significa che le automobili siano le sole determinanti dell’esperienza umana. Allo stesso modo internet è una condizione necessaria ma non sufficiente a spiegare l’esperienza umana.

interregno iconografie libro

Il libro, già dal titolo stesso, parla di iconografie, facendo dell’estetica un elemento di primaria importanza. Che ruolo ha l’estetica nella comprensione del presente?

La nostra è sempre più una cultura visiva; ciò premesso, il libro non parla di storia del costume o dell’immagine, è piuttosto un libro di filosofia della storia. Le immagini dei fenomeni di cui parlo sono icone per la loro capacità di far vedere a colpo d’occhio dei significati sociali. In un capitolo parlo dell’immagine dello sciamano di Capitol Hill. Perché diventa virale? Perché in essa visualizziamo la rivolta populista. Ma perché arriviamo a visualizzare la rivolta populista nello sciamano? È questo l’aspetto che mi interessa, non tanto soffermarmi sul fatto che indossi le corna o la bandiera.

La cultura visiva, l’immagine che diventa icona, fanno pensare anche al fenomeno di spettacolarizzazione di cui già parlava Debord (v. La società dello spettacolo, nda), configurando l’uomo come spettatore sempre più passivo dello Spettacolo. Qual è, secondo te, il nostro ruolo di fronte alle immagini, allo Spettacolo?

Non abbiamo un ruolo specifico, ci sono molti fattori che lo determinano. Quando un colpo di stato diventa un challenge su Facebook, ciò è possibile perché esiste un vuoto tra gli attori politici e i cittadini. Questo vuoto può essere riempito dalla spettacolarizzazione delle lotte di potere di chi è in cima alla piramide rendendo spettatore chi sta alla base. Ma nel momento in cui si riesce a riempire questo vuoto con la partecipazione dei cittadini alla politica, la dinamica di spettacolarizzazione perde le sue fondamenta: è possibile spettacolarizzare solo cose alle quali non partecipi, nel momento in cui partecipi non sei più spettatore. Infatti questa dinamica emerge dai decenni della fine della storia: non ci sono stati più partiti di massa, noi ci siamo ritirati nel privato diventando sempre meno partecipi della politica e sempre più spettatori.

Sostanzialmente si crea una frattura tra tra estetica e rappresentazione da una parte e impatto reale dall’altra. In una presentazione del tuo libro alla quale ho assistito citavi le proteste degli scorsi anni a Hong Kong, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo ma senza mai arrivare ad un risultato tangibile. Dunque a cosa serve creare un’immagine e un’estetica attorno ad un certo ideale o obiettivo politico se poi non ottieni il risultato per cui protesti?

Io penso che creare immaginari tradisce il fatto che queste proteste partono già da una posizione perdente, e chi protesta lo sa. Quindi i manifestanti si concentrano sul creare immaginari per creare un “mito” da associare a una sconfitta percepita come inevitabile, mito che può servire a tenere viva la fiamma per il futuro, quando la situazione sarà migliore e ci saranno prospettive di vittoria.

Andiamo verso la conclusione dell’intervista passando ad argomenti più leggeri. Sui tuoi social parli spesso delle tue letture. Ricordo tra gli altri Losurdo e Vollman, autori molto affini alle tematiche di Iconografie e di Interregno. C’è un genere di letture che prediligi? Vuoi darci qualche altro consiglio oltre agli autori già menzionati?

Leggo praticamente solo saggi e romanzi storici. Tra i miei scrittori preferiti di narrativa c’è Hilary Mantel, autrice della trilogia di Wolf Hall e della trilogia sulla rivoluzione francese.

Restando in ambito letterario, c’è qualche opera o autore attuale che consideri sopravvalutato o sottovalutato?

Non parlerei di sopravvalutato e sottovalutato, sono termini che per me ormai hanno perso gran parte del loro significato dal momento in cui la cultura avviene all’interno di “bolle” più o meno grandi; nel mercato librario il termini bestseller si può utilizzare tanto a “M” di Scurati quanto per un romanzo young adult come “Il fabbricante di lacrime”. Un sottoprodotto di queste bolle è tuttavia il fatto che ogni cosa viene valutata sempre più per il suo valore reale.

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