Storto (Storto) : intervista a Danilo Manzi

Storto (Storto) : intervista a Danilo Manzi

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È da un poʼ di tempo che tengo dʼocchio le nuove uscite di Hollow Press, affascinata dallʼimmaginario weird fantasy che le accomuna. In occasione del Lucca Comics and Games 2019 io e il mio compare Ale Pig abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere con uno degli autori della sua scuderia, Danilo Manzi, a proposito del suo ultimo fumetto “Storto (Storto) <Storto>” (da qui in avanti chiamato Storto per brevità). Storto racconta di un mondo dalle atmosfere inquietanti, dove la popolazione dominante, gli omuncoli (esseri dalle grandi facce e dalle lunghe braccia) si nutrono della loro prole deforme, gli storti, dovendo addirittura indossare un casco-cubo protettivo per limitare il loro istinto di sbranare immediatamente i nuovi nati. E mentre scoppia la rivolta, lʼomuncolo Roova, inaspettatamente trasformatosi in uno storto, si interroga sui limiti della comunicazione e sulla natura stessa delle relazioni con i nostri simili.

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Cit. “Allʼinterno di questo libro il processo comunicativo degli omuncoli è stato tradotto così: Messaggio essenziale (“Pensiero”) <Associazione libera>”

Per prima cosa ti chiedo di parlarci della nascita di questo nuovo lavoro, so che è stato un progetto che ti ha impegnato per anni. (Si comincia) <Caffè>

Diciamo che è stato un poʼ un Frankenstein, nel senso che questo progetto è nato inizialmente da una vecchissima idea che non era destinata per un fumetto, ma più per una cosa ludica. Il punto era creare una specie di mondo fantascientifico dove le persone si esprimevano in questo modo particolare, che non è solo un linguaggio, ma è un vero e proprio processo comunicativo con il quale i personaggi possono esprimere i loro pensieri più reconditi e legati allʼinconscio. In una chiacchierata con Michele (Fondatore di Hollow Press NdR), dove ancora non si parlava di fare fumetti, è uscito fuori il concetto di homunculus (la rappresentazione grafica delle parti del corpo nella corteccia sensitiva e motoria del cervello umano NdR) e di come rappresenti una visione sensoriale del nostro corpo. Ho pensato che, in qualche modo, questa potesse essere una specie di estetizzazione del concetto di linguaggio e che fosse perfetto per quello che volevo raccontare. In una notte insonne ho pensato alle prime 50 pagine che, inizialmente, dovevano essere un fumetto fatto e compiuto, ma poi, continuando a scrivere, sono venute fuori tante cose e sono contentissimo di non essermi fermato alle prime 50 pagine.

Devo dire che in parte mi hai anticipata e hai risposto anche alla prossima domanda. Da cosa è nata la scelta di rappresentare gli omuncoli con un homunculus e gli storti con un homo? Ho pensato che potrebbe essere perché nellʼhomunculus il corpo coincide con la sua rappresentazione mentale, cosa che di fatto annulla la dualità corpo e mente, mentre invece nello storto questa dualità cʼè e permane, influenzando i due modi di comunicare. (Sono curiosa) <Cazzo>

Esatto. Come specifico nellʼincipit, gli storti alla fine sono i figli venuti male degli omuncoli. Il problema è che loro, gli storti, non riescono a vedersi/percepirsi per come sono realmente, al contrario degli omuncoli. Ma cʼè una terza razza, gli ibridi, in cui la sensorialità è arrivata ad un punto tale per cui il loro aspetto muta e le loro parole sono confuse, in un certo senso non hanno più il limite. La comunicazione e la sua estetizzazione sono stati il tema principale e questo mi ha permesso di parlare dei problemi che tutti abbiamo in questo ambito. Magari sarebbe più semplice parlare come un omuncolo, però, dʼaltro canto, potrebbero crearsi anche delle falle emotive. Anche Roova, il protagonista, ha problemi a livello emotivo e, quando cʼè la trasformazione da omuncolo a storto, non riesce più a vivere serenamente, visto che era abituato allʼidea di una comunicazione reciproca molto scevra da filtri.

Lʼuso del fumetto secondo me ti ha permesso di privilegiare la comunicazione interpersonale più che la riflessione intima, più propria della letteratura, quindi anche di dare una dimensione grafica alla comunicazione. In quali altri modi il fumetto è stato un mezzo privilegiato per quello che volevi comunicare? (Viva il fumetto) <Macchina>

Secondo me il fumetto è un mezzo privilegiato, perché, se da una parte per noi autori è molto limitante sotto alcuni aspetti, dʼaltra parte ci sono un sacco di cose con le quali puoi spaziare, manipolare, reinventare. Bisogna sempre stare attenti, però, perché il lettore può leggere un fumetto come vuole lui. Ad esempio, una splash page dovrebbe essere un momento di pausa nella narrazione, però, in realtà, il lettore la vive come vuole, perché se è una persona che si concentra molto sulla lettura dei balloon , magari una splash page muta viene passata in un secondo. Per cui, mentre lavoravo a questo progetto, cercavo di pensare a come i lettori potessero vivere il fumetto, in particolare nelle dimensioni di tempo e spazio.

Unʼaltra cosa che riguarda sempre il linguaggio e la comunicazione è che di fatto gli ibridi assumono il linguaggio della propria forma, come è nata questa concezione degli ibridi? (Mostri) <Weird>

Sugli ibridi cerco di non sbilanciarmi troppo, perché comunque credo che sia più una questione di interpretazione. Quello che volevo dire con il loro linguaggio è che noi non sappiamo quale sia il modo corretto di comunicare visto che siamo umani e limitati. Quella degli ibridi è lʼevoluzione, è lʼasticella più in alto a cui noi non possiamo arrivare, per cui non possiamo neanche comprendere. In realtà gli ibridi allʼinterno del fumetto sembrano mostri, ma solo perché rappresentano lʼignoto, lʼincompreso.

Nel sentirti parlare a proposito di horror alla conferenza “Fumetti obliqui” mi ha colpito la citazione sul perturbante, visto che ne hai parlato con lʼaccezione freudiana di un unheimlich (heim=casa/famiglia). Per te, quindi, lʼorrore, il disurbante, il perturbante nasce, si alimenta e si chiude sempre allʼinterno della famiglia? (Lontana da casa) <Mamma>

Io penso di sì. Per me il genere più vicino allʼhorror è il genere drammatico, o almeno per lʼhorror come lo intendo io. Cʼè sempre una vicenda che riemerge dal proprio passato, un elemento familiare che viene distrutto e trasformato in qualcosʼaltro. In un certo senso è una paura che hai sempre avuto che viene risvegliata. E risvegliarla può anche essere utile, perché catartico. Più viviamo la paura più viviamo meglio con noi stessi.

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Come è nata lʼidea dei cubi come filtro degli istinti? (Totem) <Rubik>

I cubi sono una questione di pura estetica. La mia idea iniziale era di fare delle sfere, ma poi ho visto la stessa identica cosa in un altro fumetto. È anche vero che magari ce ne sono altri mille con il cubo, ma non ne ho proprio idea. Volevo qualcosa di iconico e freddo, perché inizialmente il cubo doveva essere uno strumento solo degli storti, che a loro volta sono esseri freddi e distaccati, al contrario degli omuncoli che sono un vero e proprio pezzo di carne in movimento. Poi ho pensato di dargli anche un utilizzo e quindi è stato naturale farlo diventare unʼinvenzione degli omuncoli che, dopotutto, sono la razza dominante di quel mondo.

Con quali strumenti hai lavorato e come hai ottenuto le textures delle tavole? (Grigio) <Alieno>

Sui disegni ho lavorato con vari tipi di matita, dalla grafite pura, alla matita vera per le sfumature più precise, fino al portamine per i piccoli dettagli. A differenza dei miei altri lavori, questo è stato più veloce perché ho lavorato da subito con un formato più piccolo e sono stato più sintetico. La griglia è cambiata inevitabilmente, perché con gli omuncoli, i loro faccioni e le loro manone non potevo fare vignette troppo piccole altrimenti non si sarebbe visto più nulla. Le textures, invece, sono una rielaborazione digitale delle textures di “Infetto”, quindi, in un certo senso, la mia opera prima è madre e figlia di questa e lʼha infettata. Ho scelto di utilizzare colori complementari perché mi piacciono i contrasti e mi aiutavano a comunicare, anche in modo piuttosto elementare, quello di cui avevo bisogno, il contrasto tra due razze. Quindi ho utilizzato il giallo e il viola, dove il giallo è un colore molto aggressivo, che spicca e ti rimane in testa. È lo stesso motivo per cui Pikachu e Winnie The Pooh sono gialli.

Consigliami 5 fumetti da leggere. (Ci siamo quasi) <Colazione>

Visione di inferno”, appena ristampato, “Black Hole”, un grande classico, il terzo volume di “La Fenice”, bellissimo, “Aula alla deriva” di Kazuo Umezu, un libro che può piacere a tutti secondo me, e “GoGo monster” di Matsumoto.

(Ale Pig) In Storto cʼè tanto body horror, consigliaci dei film che ti hanno ispirato. (Pasolini) <Suspiria>

I miei due film preferiti in assoluto sono due cult che avranno già visto tutti: “Eraserhead” e “Tetsuo”. “La mosca” è un altro grande classico del body horror, poi direi “Society – The Horror” e “La cosa” di Carpenter che ha anche qualcosa in comune con Storto sopratutto nel secondo capitolo, perché cʼè anche il tema della mancanza di fiducia.

Cosa è per te il sale della vita? (Che domanda..) <Pane toscano>

Secondo me il sale della vita è cercare, per quanto possibile, di vivere felici, ma ognuno ha il proprio modo di vedere questa felicità. Per cui credo che la cosa più importante sia vivere il più possibile con sincerità verso se stessi e gli altri.

 

Gaia Pagliula & Alessandro Pigoni (Lucca SALT Squad)

 

Titolo: Storto (Storto) <Storto>
Autore: Danilo Manzi
Casa editrice: Hollow Press
Anno di Pubblicazione: 2019

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