Black Country, New Road | Nulla è come appare

Black Country, New Road | Nulla è come appare

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Un dettaglio di copertina di For The First Time dei Black Country, New Road

Claudio è rimasto perplesso, leggendo la recensione dei Black Country, New Road su Rumore: “devono aver sbagliato, per forza”, mi ha detto di aver pensato quando ha visto la fotografia della band che l’accompagnava solo dopo aver ascoltato il disco.

Perché quei sorrisi solari, quelle tinte pastello, quell’abbigliamento da teen comedy – sembra uscita da una puntata di Freaks And Geeks, questa adorabile mini-orchestra – cozzavano decisamente con l’immagine che si sarebbe aspettato dopo essersi fatto spettinare dalle sei tracce del cervellotico esordio For The First Time.

Ne abbiamo parlato a lungo – anche con Paolo, e di fatto ancora prima di discutere dell’album – perché tematiche come questa finiscono sempre per accendere conversazioni interminabili fra noi tre. E mentre per Claudio quella non-immagine era figlia di una certa sciatteria comunicativa capace di indebolire la qualità complessiva della proposta, io divagavo per minuti e minuti in un messaggio vocale per portare avanti una tesi differente.

È normale, dicevo, che una band occidentale di bianchi che suona nel 2021 musica chitarristica slabbrata, storta e perfino provocatoria non somigli alla propria arte, esteticamente – o quantomeno: non è necessario che il dentro di questi musicisti abbia parentele con il fuori.

Mi spiego qui per iscritto, o almeno ci provo.

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I Black Country, New Road in concerto
Paul Hudson from United Kingdom, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Quando in Control seguiamo Ian Curtis per le strade della Manchester di fine anni Settanta fotografate nel bianco e nero magistrale di Anton Corbijn, la desolazione urbana che ci ritroviamo a testimoniare letteralmente implica l’isolazionismo dei Joy Division.

E negli anni Ottanta subito successivi, per fare un altro esempio facile, la sottocultura dark non era fatta solo di dischi dei Cure, dei Bauhaus o di Siouxsie da duplicare su cassetta e passare agli amici: era pure un giro di locali da frequentare in gruppo, era un modo di vestire che si faceva stile di vita e segno distintivo dall’edonismo imperante del mainstream – ne parla benissimo proprio Paolo in un libretto che vi consiglio, Pictures Of Me.

Insomma: l’underground – il più bell’esempio del quale resta per me quello americano, magistralmente narrato da Michael Azerrad in Our Band Could Be Your Lifenasceva come reazione all’ambiente circostante, una ferrovia sotterranea che metteva in comunicazione individui accomunati da una certa visione del mondo che poi finivano per amare gli stessi suoni, vedere gli stessi concerti, rifarsi il guardaroba negli stessi negozi di abbigliamento. C’era una necessità politica di distinguersi da un mondo in cui non ci si riconosceva; la necessità di costruirsene uno proprio, con l’adeguato sound design: e spesso quella colonna sonora era materiale incandescente, disturbante, mai sentito prima.

Poi l’argine ha ceduto e sono successe un po’ di cose.

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Isaac Wood in concerto
Paul Hudson from United Kingdom, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Il mercato ha intuito che ripulendo un poco quei suoni poteva farci dei bei soldi e quindi ha pensato bene di inglobare l’alternativa a sé – non c’è niente di fisheriano quanto Nevermind che raggiunge il primo posto delle classifiche di vendita nel 1991.
Sono arrivate Internet, le piattaforme di musica on demand e quelle di social networking e qui da noi è cambiato completamente il senso del fare musica e il modo di comunicarla: non esiste più il sotterraneo poiché tutto è immediatamente visibile, e ciò che è strano finisce solo per alimentare nuove bolle – o nuove playlist, se parliamo la lingua di Spotify.

Penso che stia qui – nelle nostre pance piene, di privilegiati – la ragione per cui certi suoni che una volta erano di rottura ora sono diventati semplicemente stili e sottogeneri: perché è stata tolta loro quella terza dimensione data dal contesto socioeconomico in cui nascevano.
È inutile ascoltare oggi delle band post-punk e pretendere che diano la stessa scossa che dava Unknown Pleasures: quella musica non è altro che musica, se replicata oggi – senza nulla togliere al valore e alla sincerità di ottime band come Fontaines DC, Shame o Idles, è indicativo che il loro disagio, oggi, trovi espressione in forme codificate quarant’anni fa.

Se come ascoltatore si cerca quel brivido, quella terza dimensione, bisognerà guardare altrove, in posti in cui l’arte ancora esprime istanze sociali di cambiamento – non è un caso che, tra le poche cose che in occidente conservino quello spirito elettrico e quella forza polemica, ci siano le mille gemmazioni della black music. Viceversa, se non si ha la tendenza a problematizzare l’intrattenimento, si vivrà probabilmente meglio e si avranno parecchie soddisfazioni pur senza trovare quegli stati di agitazione in ogni solco.

Ma siccome poi la vita è meno manichea di così e la biodiversità degli ascoltatori è un valore da preservare, ho dei consigli per entrambe le inclinazioni: se avete voglia di qualcosa di radicale, politico e uplifting, partite da una straordinaria compilation di jazz sudafricano appena uscita per Brownswood, Indaba Is; se invece vi basta un grande album chitarristico – che suoni come una bestia strana e multiforme, affamata e rumorosa – allora non c’è niente di meglio di For The First Time.

Perché sì, era dei Black Country, New Road che volevo parlare un secolo fa, all’inizio di questo articolo. E i Black Country, New Road sono una bomba.

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Comincia non molto tempo fa, la storia di questo seven-piece, e più precisamente dalla fine di una band chiamata Nervous Conditions, che a inizio 2018 si sciolse in seguito alle numerose accuse di molestie sessuali a carico del cantante Connor Browne; ci volle poi poco, per i membri del gruppo, per rimettersi a lavorare insieme senza di lui: troppa era l’alchimia tra i musicisti per lasciar perdere una simile opportunità.

For The First Time nasce allora come una sorta di diario di bordo dei primi diciotto mesi di vita dei Black Country, New Road che – con una critica intenta a spellarsi le mani per un prodotto già maturo e rifinito e all’altezza dell’hype creato dai primi singoli – dicono di non veder già l’ora di guardare altrove.

La loro parabola sembra allora fare il paio con quella dei concittadini Black Midi, con i quali spesso si sono trovati a condividere il palco: l’output finale differisce non poco, soprattutto in termini di ruvidezze, ma c’è quella stessa voglia di rimettersi in gioco a ogni nuova uscita spostando sempre un poco più su l’asticella dell’ambizione – anche ritornando sui propri passi e riscrivendo il passato recentissimo con una penna rossa in mano, come la revisione della spettacolare Sunglasses dimostra chiaramente.

Molto jazz, in questa attitudine all’interplay creativo – la registrazione come semplice istantanea di un processo in continua evoluzione – ma è solo uno degli elementi della musica dei Black Country, New Road.

Che nulla hanno a che fare con la già citata scena post-punk britannica così coccolata da critica e ascoltatori in questi anni e che invece costruiscono epiche imprevedibili e spigolose che ricordano soprattutto gli anni Novanta americani e post-rock di Slint e Tortoise, gente che ha dato una casa a chiunque amasse la strumentazione classica del rock ma non le sue strutture ingessate e inadatte a esprimere una più ampia gamma emotiva.

Non finisce qui: in queste composizioni non faticherete a rintracciare anche riferimenti al klezmer, al minimalismo, all’emo-core – soprattutto in un’interpretazione vocale teatrale e fremente, il classico caso in cui il vocalist predica convintissimo cose di cui tu, ascoltatore, ti puoi fare un’idea solo vaga ma comunque finisci per dargli retta.

Se vi sembra un gran casino, è solo perché non avete ancora messo For The First time sul piatto: Isaac Wood (voce, chitarra), Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria), Luke Mark (chitarra) gestiscono un flusso impressionante di idee contrastanti con la naturalezza di ventenni che hanno tutto lo scibile umano a portata di clic e l’intelligenza per rielaborarlo divertendocisi pure un mondo.

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Prendiamo Science Fair, per cominciare.

C’è un senso di uragano in avvicinamento che avvolge il pezzo sin dai primi secondi – il groove circolare della batteria, i rumorismi impro delle chitarre e poi gli accordi puliti, suonati piano mentre la voce blatera dell’incontro con una ragazza alla Cambridge Science Fair.
Certe immagini liriche lasciano il segno, in un singolare miscuglio di tensione sessuale, ansia da prestazione e memetica da Z-generation – il tono è quello di un continuo darsi di gomito con i membri del proprio inner circle con riferimenti oscuri per chiunque ne sia fuori – mentre la musica deraglia tra le distorsioni delle elettriche e ululati free del sax che farebbero la gioia di John Zorn.

Molta America in questi suoni e decisamente meno Inghilterra, e infatti pure il video teletrasporta la musica dei Black Country, New Road negli Stati Uniti. Nelle parole del regista Bart Price: “pensavo a quei mondi fittizi che visitiamo attraverso i nostri schermi, come ad esempio le high school americane. Nonostante la nostra mancanza di esperienza diretta, questi mondi diventano un mezzo universale per comunicare e comprendere cosa significhi crescere, o cosa significhi essere in un gruppo di amici, o essere innamorati”.

E in effetti il dettaglio che manca a questo mondo imparato dallo schermo di un device è il senso di fatica e mistero che permeava i modelli di tracce come Science Fair. I Black Country, New Road sembrano già aver visto tutto in streaming e sanno già fare tutte le cose che gli originali di due/tre/quattro decenni fa dovevano scoprire per tentativi.

Track X sta al capo opposto dello spettro sonoro: un riff dolce e quasi solare che fa venire in mente i Lift To Experience, mentre le figure di sax e violino citano esplicitamente la ripetitività di Steve Reich, graziate dall’angelico controcanto vocale di un ritornello senza parole.
Tutto il contrario di Athens, France, altro bell’esercizio di tensione trattenuta e poi rilasciata in un gioco matematico alla June Of 44, ma pronta subito a prendere tutta un’altra strada nel break centrale – quieto e psichedelico – e nel finale – arioso in un disco in cui non c’è molta aria, limpido e trionfale come certi Broken Social Scene.

Un filo rosso in questo caos controllato? La tendenza alla citazione – e pure all’autocitazione, se considerate che qui dentro si tirano in ballo non solo Phoebe Bridgers e i Black Midi, ma pure un progetto parallelo di Isaac Wood. Quel genere di one-liner arguto che ha senso in un feed ma si disintegra al contatto con la realtà del mondo fisico.

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A incorniciare For The First Time ci sono due numeri – Instrumental e Opus – che vorticano scatenati su ritmi balcanici, ma a conti fatti la traccia veramente indimenticabile resta la rielaborazione di Sunglasses. Provare a raccontarla lascia uno strano sapore in bocca, come se si stesse spoilerando un nuovo classico e al contempo fosse impossibile far credere a qualcuno che tutto questo possa stare insieme senza sforzo.

Parte con una distorsione estatica, di quelle per cui mi sono trovato ad amare senza ritegno Life Metal dei Sunn O))); poi una ragnatela di arpeggi emo accompagna un recitato in cui Wood si rende conto di essere ormai la copia del padre borghese della propria fidanzata (“I become her father / And complain of mediocre theatre in the daytime / And ice in single malt whiskey at night”). A metà esatta, il refrain esplode e il pezzo si accartoccia per lasciarsi indietro la vecchia pelle: entra un drumming squadrato e militaresco, cazzuto come il protagonista del testo, che ora si trova a camminare per strada – moderno Scott Walker – invincibile nei suoi nuovi occhiali da sole.

Sempre più enfatica, sempre più ansiogena, Sunglasses raggiunge un climax d’intensità insostenibile a un minuto dalla fine; e insolitamente non sfuma o rallenta né cerca una chiusura ragionevole: rimane lì, guarda alle macerie dell’edificio sonico che ha costruito e poi abbattuto e ne sghignazza isterica, in piena iperventilazione.

Non c’è modo migliore di chiudere il racconto di un esordio solidissimo, e davvero mi è complicato individuare nelle composizioni dei Black Country, New Road le ingenuità che ci ha ravvisato Carlo Bordone su Rolling Stone: For The First Time – nel suo mostruoso non-genere, nel suo crossover totale e radicale – è per me un disco perfetto, coerente nonostante si tuffi in ogni tana del Bianconiglio immaginabile.

Non saprei che altro chiedere, qui e ora, a un disco di twenty-something britannici che nel 2021 provano a trovare modi intriganti per mettere a ferro e fuoco la materia rock, e ci riescono pure. Il problema è proprio lì: non manca nulla ai Black Country, New Road che sia possibile invece trovare in altre band dello stesso emisfero e dello stesso ambito stilistico. Sono una vera testa di serie.

Ma io voglio la rivoluzione, e quella non abita più da queste parti.
Se la cercate anche voi, io direi che sta dove un suono ruvido è ancora vera liberazione.

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Autore: Black Country, New Road
Titolo: For The First Time
Etichetta: Ninja Tune
Durata: 40’
Anno: 2021

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