A Seat at The Table | Solange Knowles

A Seat at The Table | Solange Knowles

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Ho appena ricevuto un invito, sarebbe scortese non accettare.

Siamo a New Iberia in Lousiana, in una piccola casa di legno. La pioggia scivola lungo le onduline verdi del tetto, il vento gonfia l’amaca nel porticato come una vela.

L’atmosfera è conviviale, soffusa e delicata a casa Knowles.

Non c’è la presenza ingombrante dei Bling bling e delle donne oggetto della stereotipata cultura afro r’n’b, nè della più nota sorella: Beyoncè (non fatevi ingannare, non possono essere avanzati ulteriori paragoni).

A questa tavola, gli ospiti sono molti e si stanno raccontando, cantano, danno una mano alla gentile, risoluta e a volte pungente padrona di casa.

 

A Seat at The Table è il quarto album in studio della Regina di Pitchfork del 2016.

Non ci sono invettive contro il marito, prese di posizioni da donna tradita o incursioni di Jack White e James Blake come nell’album Lemonade di Queen Bee.

Solange - A Seat at the Table
Solange – A Seat at the Table

Solange nel suo ultimo viaggio ci fa accomodare per discutere dei temi tracciati dal movimento “Black lives matter“. Pur astenendosi dagli eventi sanguinosi di Baltimora e Ferguson, chiarisce l’importanza di esser di colore nella società americana, il fondamentale valore di una reale indipendenza e uguaglianza, raggiungibili attraverso un cammino di necessaria riabilitazione per eliminare le sofferenze che hanno attraversato i secoli.

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È un concept album non sempre di facile ascolto. 21 tracce collegate (e a volte, alleviate) dalla presenza di 10 interludi parlati ( i miei preferiti: quelli della madre Tina Taught Me e Glory is in you di Master P)

Il tono è raffinato, delicato e sofisticato, non ci sono proclama da barricadero, ma solo sentimenti, pensieri fusi in un senso straordinariamente coeso di comunità: new soul, r’n’b e funk.

Rise fa da apripista e come un inno accompagna a pianoforte la ripetizione esorcizzante di: “Fall in your ways, so you can crumble/ fall in your ways, so you can sleep at night/ fall in your ways, so you can wake up and rise. L’imperativo è banale: sii te stesso.

Eppure si avverte spesso l’esigenza di ripeterlo come un mantra, comprendendo che solo con l’accettazione delle proprie debolezze è possibile cambiare lo status quo, rimanendo fedeli a sè. Ecco che fall alla quarta strofa diventa walk, annunciando quello che verrà ripreso in chiusura (Closing: the Chosen One): la sicurezza guadagnata e sofferta.

Con l’aggiunta di bassi e chitarre arriviamo a Weary che apre con la stanchezza di vivere in un mondo iniquo, ma soprattutto c’è la diffidenza e l’ansia di vivere sempre in guardia. Il verso conclusivo – And, “Do you belong?” I do, I do – richiama una riflessione fatta dalla cantante stessa, pubblicata sul suo sito, in seguito a un concerto dei Kraftwerk, scaturita da un episodio spiacevole, di disagio (o velato razzismo), in cui un gruppo di uomini/donne bianchi, infastiditi dal fatto che Solange e la sua famiglia stessero per prendere posto a concerto iniziato, hanno cominciato a urlare e intimare di sedersi con una scelta di parole particolarmente aggressive.

“Stavi pensando di sederti appena quella canzone fosse finita (…). In quel momento senti una cosa che ti colpisce alle spalle, ma credi di averlo solo immaginato perché, beh… nessuno sconosciuto avrebbe quel coraggio. Respiri profondamente, tuo marito chiede gentilmente al gruppo di donne se ti abbiano tirato qualcosa addosso. Una di loro dice ‘Voglio chiarire una cosa, non sono quella che ti urla queste cose orribili e disgustose’. Questo ti porta a credere che stessero dicendo cose peggiori di quello che hai sentito, ma la cosa non ti sorprende.

…Alla fine pensi [..]

Noi apparteniamo a questo posto. Noi apparteniamo a questo posto. Noi apparteniamo a questo posto.

Noi abbiamo costruito questo posto.”

Ph. Credits to christalrock.com
Ph. Credits to christalrock.com

 

Parlando di interludi, il primo è Glory is in you di Master P (rapper e imprenditore) che risponde a Weary, dicendo che quando una società giudica in base alla razza, religione o sessualità, quello che dobbiamo cercare è la pace dentro di noi, solo così possiamo nobilitarci.

In questo processo di affrancamento, in cui saremo pronti a metter su un piedistallo altri esseri umani, perchè ritenuti più meritevoli – da qui il titolo, quasi in chiusura dell’album: Pedestals– e tutti saranno pronti a soppesarci, dobbiamo impare a camminare da soli, per il proprio bene e quello delle future generazioni.

Questo primo intervallo annuncia una delle 4 canzoni indirizzate direttamente alle donne di colore, che troviamo sparse su questo sentiero: Cranes in the Sky.

È toccante, accompagnata da un video arioso, ricorda, a mio avviso Erykah Badu in Love of my life, On &On o Bag Lady.

 

È il contraltare di Weary. Parliamo dei meccanismi di difesa/fuga come colmare il dolore con l’alcool, la musica o il sesso, per scappare da quelle gru nel cielo, come nuvole di metallo e dimenticare i rifiuti vissuti in quanto afroamericana.

Delicatamente i bassi in apertura lasciano posto alla voce di Solange sempre più sottile che trascende per liberare tutte le donne dal proprio dolore, tramite la riflessione e la cura di sè.

 

A introdurre Don’t Touch my Hair, la seconda traccia tutta al femminile, abbiamo: Tina Taught Me. Ms Tina Lawson (la madre) si fa portavoce dell’orgoglio black, ma puntualizza che questo non implica discriminare coloro che appartengono a un’altra razza, perchè la “piccola” Solange è stata cresciuta con i giusti valori.

It’s such beauty in black people, and it really saddens me when we’re not allowed to express that pride in being black, and that if you do, then it’s considered anti-white. No! You just pro-black. And that’s okay. The two don’t go together.

Because you celebrate black culture does not mean that you don’t like white culture or that you putting it down.

Questa black beauty così spesso svalutata deve essere liberata, facendo ondeggiare la cascata di capelli intrecciati con perline e conchiglie come Patrice Rushen (pianista jazz anni 70). Uno dei brani più immediati e coinvolgenti, affiancanta da Sampha che imprezioscisce con echi 90’s. È un inno femminile, il messaggio è cristallino: mai toccare i capelli a una donna di colore (e non solo) senza il suo permesso, è la sua corona, una forma di espressione della sua identità, non un’attrazione.

 

Sullo stesso tema incontriamo uno degli invitati più inattesi Lil Wayne, che in Mad si sgrezza, ed è complementare alla delicatezza di Solange. La cui voce è come un palliativo per il dolore, brucia di vigore e dona un piacevole appagamento di soul post – moderno. Non si alza mai il tono e questo è fondamentale per porre l’album nei binari di manifesto volto alla riflessione più che all’azione. Si sfida lo stereotipo della donne di colore sempre furiose, pronte a tagliersi gli orecchini a cerchio con fare provocatorio da big mama.

 

Avete la giusta ragione per essere fuori di testa” canta Solange ricordando alla sua gente che questa rabbia che si prova di fronte a ogni sdegno è valida e reale.

 

A chiudere questa pala troviamo Scales. Le donne devono stare in guardia, gli uomini spesso non sono quello che appaiono: The streets say that you are a king, the world say that you are a failure. Usa questo luogo comune per porre l’accento sulla ricerca di un piacere immediato, che contrasta con un’ascesa spirituale (le scale), che dovrebbe portare all’unico mezzo di redenzione: una crescita e appagamento di profonde aspirazioni.

Base quasi felpata in cui le voci della Knowles e di Kelala – raffinata cantante grime e amica (per certi versi simile a FKA Twigs) – si fondono alla perfezione, come miele e burro fuso – difficile da distinguerle – ma regalano un duetto scarno e dolce.

Ricomponendo il quadro si ritorna a rivendicare la propria posizione come comunità. In Where Do We Go, una delle tracce più intime dell’intero lavoro, vediamo la famiglia Knowles lasciare la Louisiana. Un senso di smarrimento e nostalgia per cui i luoghi conosciuti diventano ostili: Turn off your headlights tonight/ Don’t drive the road too slow/ Don’t look too close tonight/ This used to be ours/This used to be you and I’s What used to be mine/ Say your goodbyes. Andatura ritmata, si accenna quasi un ballo, come a voler rendere partecipi di quella fuga

 

Ecco che quell’allontanarsi viene usato come metafora e stratagemma dal ritrovato Master P per narrare gli obbiettivi raggiunti dalla comunità nera per introdurre quel pezzo old school che è F.U.B.U. (ft. Chicago Kid e The Dream), che sta per For Us By Us.

Nulla può esser più chiaro: This shit is for us / All my niggas let the whole world know / Play this song and sing it on your terms.

Spicca e celebra i dolori dei POC (person of colour) e spera che un giorno my son will bang this song so loud / That he almost makes his walls fall down / Cos his momma wants to make him proud / Oh to be us, it makes me smile.

 

Il lato comunitario vede anche Bordeline, con omaggi a Aaliyah grazie alla collaborazione di Q- Tip, ove si riprendono i temi di Cranes in the Sky, ma senza il tono serafico che lo contraddistingueva. Stiamo terminando questo lungo viaggio, la consapevalezza e la capacità di resilienza è maggiore. Non dobbiamo farci rubare la magia da nessuno, come viene detto nell’inframmezzo a cappella di Kelly Rowland (sì, la ex Destiny’s child), che traghetta verso Junie, brano funky che riporta quasi alle atmosfere dei Jackson 5, fortemente volute in questo feat. da Andrè 3000.

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Prima della conclusione Don’t wish me well. Personalmente una piccola perla di eleganza, in cui la riconciliazione si attua su una base electrosoul e la voce di Solange con il coro ne accentua il fascino e diventa perfetto strumento per alludere all’allontanamento che il suo percorso di crescita comporterà. La definerei breathy, da inalare, trattenere ed espirare.

 

Look what remains/ Pour ashes where they claimed my name/ They say I changed/ What a pity if I stayed the same.

Poesia.

 

A set At The Table ha scalato le classifiche, ritenuto da Pitchfork come migliore album del 2016 (seguito da Frank Ocean e dalla “sorellina” Queen Bee).

È un album che scalda il cuore. Un lavoro emotivo, splendidamente matriarcale, dove slogan dozzinali come “credi in te stesso” vengono rivisitati, senza scadere in retoriche di sorta e convivono con argomenti ben più alti e politicizzati. A tavola non c’è alcun bisogno di urlare, bisogna saper ascoltare gli ospiti e le loro parole offrono -come un balsamo- la possibilità di guarigione.

Siamo venuti come schiavi e ne usciremo come reali, afferma Master P e prima di abbandonare il desco, ce ne rendiamo conto. Solange ha guadagnato la sua posizione e “she is building on her own“.

 

Lorenza Sobrero

 

Album| A Seat at the Table

Artista| Solange Knowles

Etichetta| Saint Records/ Columbia

Anno| 2016

Durata| 51:43

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