Bon Iver | For Emma, Forever Ago | pt.1

Bon Iver | For Emma, Forever Ago | pt.1

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Un buon inverno nel Wisconsin

Novembre 2006. Un venticinquenne in crisi, chiuso il rapporto con la ragazza e con la band, si ritira in un capanno nei boschi del Wisconsin. Dopo tre mesi di solitudine fa ritorno in città con le registrazioni che di lì a poco, nel Luglio 2007, diventeranno l’album d’esordio della sua nuova formazione musicale.
Il venticinquenne in questione si chiama Justin Vernon, l’album For Emma, Forever Ago, il gruppo Bon Iver.

Sulla vicenda personale del cantautore di Eau Claire, piccola cittadina del Wisconsin, hanno scritto molto in molti, talvolta gonfiandone eccessivamente i contorni e portandola a risultare più una parodia che una storia affascinante, quale invece è.
A scanso di equivoci, vivere per tre mesi in una baita fuori città, nel 2006, con pc, internet e cellulari, non significa intraprendere la via dell’eremo. E di nuovo, a scanso di equivoci, For Emma, Forever Ago è un disco talmente bello da non avere bisogno che il suo creatore venga presentato come un profeta anacoreta.

Detto questo, il primo lavoro di Bon Iver¹, pronunciato bon ivér (dall’espressione francese bon hiver, buon inverno), è senz’altro un’opera indissolubilmente legata al tempo e allo spazio in cui è stata concepita. Si tratta di un album essenzialmente folk (new-folk, indie folk o folk rock a seconda della definizione che più vi aggrada) in cui la componente ambientale sembra farsi presenza quasi fisica, tangibile: la rigidità dell’inverno, il calore e il crepitio del focolare, lo scricchiolio delle sedie, la pienezza e il candore della neve, a tratti dolce a tratti terrea, le ombre e le voci dei boschi, sono elementi costantemente in scena, in primo piano o sullo sfondo. A tratti persino udibili in alcuni passaggi delle registrazioni lo-fi.

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For Emma, Forever Ago eredita la lunga tradizione del miglior folk nord-americano senza avvertirne il peso: non solo Bob Dylan, Neil Young e Bruce Springsteen, come è stato fatto notare a ragione dai più, ma anche Simon & Garfunkel, un riferimento in genere meno considerato.
Oltre ai classici, le ispirazioni più recenti sono da ricercarsi soprattutto nel cantautorato country ascetico ed emotivo di Richard Buckner, che è lo stesso Justin Vernon a citare tra gli artisti più influenti sulla propria musica. Sembra meno calzante, invece, il paragone proposto da qualcuno con lo stile malinconico di Iron And Wine, il quale, seppur in qualche modo simile nella forma a un primo ascolto, risulta in fondo troppo buonista e accomodante per poter essere confrontato con gli spunti più potenti di Bon Iver.

Al di là delle reminiscenze folk, più dirette e immediate da cogliere, l’album si fonda sulla rielaborazione e fusione della lezione minimal di Terry Riley e Steve Reich (ripetitività, essenzialità, gradualità) con il pop sublimato dei Beach Boys, tanto nelle linee vocali quanto negli arrangiamenti. L’ascolto del disco, poi, nei passaggi più fortemente emotivi, non può non riportare immediatamente alla memoria la voce immortale di Jeff Buckley. I timbri sono senz’altro differenti, ma accomunati da un’incredibile capacità nell’esprimere il rispettivo sentirsi inadatti alla vita, condizione che entrambi lasciano intuire di avvertire sì come disperata, ma anche privilegiata, come se in fondo vi sia una qualche grazia² nell’essere alieni al destabilizzante mondo circostante.

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L’album si snoda lungo nove tracce³, inserite in una produzione complessiva unitaria e omogenea, quasi un continuum musicale, ma risultano comunque ben riconoscibili tra loro.

Flume, il pezzo di apertura, chiarisce fin da subito cosa attende l’ascoltatore: atmosfere intime e raccolte; l’incedere di una chitarra essenziale, che ripete in loop gli accordi; suoni concreti e vibrazioni metalliche; una percezione acustica profonda e avvolgente; liriche appena accennate, sfumate, surreali; il falsetto inconfondibile di Vernon.

Lump Sum esplicita il carattere minimale, quasi liturgico e pastorale del lavoro. Il terzo brano, Skinny Love, deve l’enorme successo ottenuto al perfetto equilibrio che si instaura tra il duetto chitarra-banjo e lo straziante ritornello. The Wolves (Act I and II) chiude il lato A con un impareggiabile climax emotivo e musicale, in cui si fanno particolarmente apprezzare la sovrapposizione delle diverse linee vocali e il temporale di percussioni.

La seconda parte dell’album viene aperta da Blindsided, un brano etereo ed essenziale, costruito sulla fragile ripetizione di un’unica nota con la chitarra. Creature Fear stupisce e travolge con l’esplosione sonora del ritornello, che riprende il bellissimo motivo di I Know There’s An Answer dei Beach Boys e che contrasta con il delicato ed evocativo tappeto musicale delle strofe. Le percussioni di Team, unica traccia interamente strumentale dell’album, chiudono la canzone precedente. For Emma costituisce probabilmente il momento più pop del disco, con la sua chitarra ipnotica, accompagnata in modo perfetto dai fiati.

L’album si conclude con l’incanto, la semplicità e la delicatezza di Re: Stacks, in cui voce e chitarra bastano dolcemente a se stessi, in un lungo abbraccio di quasi sette minuti, prima di sciogliersi per sempre.

 

Continua nella seconda parte.

 

Artista | Bon Iver

Album | For Emma, Forever Ago

Anno | 2007

Etichetta | Jagjaguwar (US), 4AD (UK)

Durata | 37 minuti

 

[1] A rigor di logica, si dovrebbe dire “dei Bon Iver”, trattandosi di un gruppo, ma critica e pubblico utilizzano spesso il nome della band come fosse uno pseudonimo del fondatore Justin Vernon.

[2] Grace, appunto.

[3] Su Spotify e iTunes si trova anche la bonus track Wisconsin (presente solo nella versione digitale del disco).

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