Ti voglio bene, Maigret

Ti voglio bene, Maigret

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Se nel 1972 fossi stata già al mondo, sarei stata di certo una dei diciotto milioni e mezzo di telespettatori incollati davanti alla tv a guardare l’ultimo episodio delle Inchieste del commissario Maigret. Nessuno potrà mai essere un Maigret migliore di Gino Cervi.

«Come già aveva fatto nel laboratorio, Maigret si mise a girare per la stanza come un’anima in pena.
Infine borbottò:
“Ce l’hai con me?”»

Io voglio bene a Maigret. E tutto è cominciato da quegli sgabuzzini che sono alcune librerie dell’usato di Torino; dalle bancarelle di francobolli sbiaditi, candelabri, cartoline, vecchi numeri di Tex, bambolotti senza braccia e cassette di libri a pochi euro; dall’eredità in romanzi di una zia di mia madre. Per queste vie un Maigret in Mondadori era sempre a portata di mano, la copertina dai colori sgargianti, le pagine ingiallite.

Mi piaceva leggere Simenon perché mi piaceva Maigret: in sua compagnia mi sentivo a mio agio, al sicuro e in buone mani.

Sarà stato senz’altro già scritto, ma io credo che i buoni gialli si riconoscano non tanto dall’architettura del delitto — che, se ben pensato, si ha pur prescia di risolvere in preda ad una specie di febbre — ma piuttosto nel piacere che si prova a stare in compagnia di un personaggio, che sia un commissario, un ispettore o un investigatore privato.
Una compagnia tanto gradita da chiedere che duri un po’ più a lungo del tempo di un solo libro.

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Ci si affeziona al protagonista ritrovandolo in situazioni routinarie — rotte, ad un certo punto, dal crimine — e imparando a poco a poco a conoscerlo, circondato da uno sciame di personaggi secondari ricorrenti e inconfondibili. L’abitudine della frequentazione a puntate porta a credere di conoscere davvero colui di cui si legge e pare ci stia davanti.

Il commissario Jules Maigret è un buongustaio della cucina della tradizione francese, un indefesso fumatore di pipa e un uomo abitudinario. Si stanca facilmente (ma non per questo demorde) e altrettanto facilmente soffre il caldo quanto il freddo, si infastidisce piuttosto spesso e non ha fiducia nell’intuito, preferisce ragionare.

Ha una figura tarchiata, pachidermica, granitica: «Maigret, con il suo metro e ottanta di altezza, grosso e imponente come un facchino delle Halles».
A volte è burbero e non perde occasioni per bofonchiare, ma tutto questo non intacca anzi amplifica la sua “rotondezza” di animo bonario.

Ma, soprattutto, Maigret è un uomo affidabile, e la sua aura crassa e placida trasmette al lettore un senso piacevole di stabilità: è impossibile non stimarlo, non affezionarsi a lui. Leonardo Sciascia ha scritto: «Io vagheggio da sempre uno stato che abbia una polizia come quella guidata da Maigret, intelligente e umana al tempo stesso».

Simenon ha però altri due assi nella manica, oltre al suo commissario.
Innanzitutto, la sua scrittura cristallina, un fiume ricco di pesci che scorre senza ostacoli.
In questo bellissimo documentario curato da Caffè Letterario Andrea Camilleri, ipnotico come suo solito, parla di “sublime semplicità” e del “dono della chiarezza” di Simenon:

«La sua scrittura è semplice, lineare, diretta. Arriva direttamente al lettore perché non c’è nessuna ricercatezza letteraria, perché non c’è nessuna ricerca di effetto stilistico.
Attenzione, però. Questa semplicità è ottenuta attraverso una scelta accuratissima della parola. La parola che Simenon sceglie è proprio l’unica adatta in quel momento per esprimere quello che Simenon sta dicendo: ha quasi il peso della parola poetica.
Sono parole di tutti i giorni, ma giustapposte in un modo da restar pur sempre semplici ma ottenendo un effetto di comunicazione che va un pochino più in là della semplicità».

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Il terzo punto di forza dei gialli di Simenon sono le atmosfere.
Indelebile è la loro Parigi, materiale e morale: un bordello aristocratico e umile; moderna e consumata; ordinario e indomabile nido di vespe, ciascuna delle quali è affaccendata con le proprie miserie e speranze – quella stessa Parigi immortalata dalle foto di Brassaï.
Ma anche la provincia francese più piccola e comune, più familiare e sempre comunque indecifrabile.
E poi le stazioni, i canali, le chiatte sui fiumi, le vecchie soffitte, i giardini incolti, gli alberghi. I luoghi di Simenon, una volta fotografati dalla sua scrittura, sono indelebili alla memoria.

E così anche le sue stagioni. Come racconta Camilleri nel documentario, se in un romanzo di Simenon è estate, si patisce davvero il caldo canicolare: anche se lo si legge in gennaio. E viceversa.

«Nessuno si accorse di quello che succedeva. Nessuno sospettò che nella sala d’attesa della stazioncina ferroviaria, dove tra l’odore di caffè, birra e limonata solo sei passeggeri aspettavano il treno con aria abbattuta, si stesse svolgendo un dramma.
Erano le cinque del pomeriggio e calava la notte. Le lampade erano accese ma, attraverso i vetri, si potevano ancora distinguere nel grigiore del marciapiede i funzionari, tedeschi e olandesi, della dogana e delle ferrovie, che battevano i piedi per riscaldarsi»
(incipit de L’impiccato di Saint-Pholien)

Le trame di Simenon, inoltre, sono molto più che un labirinto di indizi abilmente seminati per stupire il lettore: Simenon ha la capacità di servirsi dell’occasione di un crimine per raccontare la vita umana, con quella capacità di immedesimazione e di empatia che ha reso immortali tutti gli altri suoi romanzi, quelli non gialli, i “romanzi romanzi”.

Eppure, nonostante appartengano ad un genere letterario da sempre (ingiustamente) bistrattato, i suoi gialli sono ugualmente pregni di vita, ugualmente imbevuti nel dramma cui partecipa ogni esistenza.

La vita umana. Questo groviglio di miseria, e dignità, e cattiva sorte, e amore, e violenza, e spregiudicatezza, e tenerezza che si nasconde nelle pieghe di ogni storia e viene in superficie nei dettagli più piccoli: una scucitura nel vestito, un modo di intrecciare le mani, uno sguardo febbricitante, una certa andatura, la montatura di un paio di occhiali.

«Maigret è l’elemento cui la realtà reagisce: una specie di elemento chimico che rivela una città, un mondo, una poetica»
(Il medoto di Maigret e altri scritti sul giallo, Leonardo Sciascia)

E, così, il vero caso da risolvere (e che Simenon attraverso Maigret risolve) non è più il delitto: si tratta, piuttosto, di risalire cautamente lungo la traccia dei dettagli e dei gesti, per arrivare al cuore di una vita umana.

I gialli, qualche volta, hanno il potere di dare un senso a tutto questo: non lasciano la vita in balia di quel predatore folle che è l’insensatezza. E, seppur in alcuni casi dopo non indifferenti difficoltà e dilemmi, sanno chiudere il cerchio e risolversi.
E a noi resta la certezza di ritrovare il giorno dopo, come sempre, il nostro affidabile Maigret.




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