Secondo Decameron | Appunti per una giornata di festa

Secondo Decameron | Appunti per una giornata di festa

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Secondo Decameron. Nuovi appunti dalla quarantena

Il primo Decameron è stato superato nei tempi e nei decreti giusto 24 ore dopo la sua uscita, quindi rileggetelo con occhio critico e dimenticate i punti 2, 3, 7 e 9.
Dopo quasi due mesi sola in un appartamento i tentativi di non essere autoreferenziale sono vani, ognuno può parlare solo con se stesso, di se stesso e amen.

È il 25 aprile e canto dalla finestra a vent’anni la vita è oltre il ponte, oltre il fuoco comincia l’amore, è la strofa che da sempre preferisco, ogni volta che si canta di resistenza. A quest’ora, in tempi normali, io e parte della città cammineremmo per il centro cantando “Fischia il vento” e “Quei briganti neri”, sotto il caldo sole della primavera e con la neve dei pioppi nell’aria.

Inutile dire che il 2020 ha deciso per noi, quindi celebriamo dalle nostre case, ringraziando con una nuova serie di appunti tutto ciò per cui ancora vale la pena di cantare.


1- LO SKYLINE CREMONESE RIVISTO E CORRETTO


Tutto quello che pensavo della geografia cremonese era sbagliato. Il campanile dalla luce gialla che sta tra me e il Torrazzo non è San Michele ma Sant’Abbondio. Serviva una pandemia per capirlo, Melissa? Serviva.

Poi le guglie del Torrazzo non sono tutte guglie, a guardare bene, soprattutto al tramonto, è evidente che una è il famoso Minareto di Cremona, cioè la vecchia ciminiera della filanda Bertelli.

Inoltre ho visto Venere e un po’ di Pleiadi, su a Ovest, sporgendomi pericolosamente dalla finestra.
Dall’altra parte ho finalmente trovato San Michele, che ovviamente non era dove pensavo, ma è l’ultimo ad Est dei nove campanili che si vedono da qui.
L’unica certezza a questo punto è il Torrazzo che da settimane si accende ogni sera del tricolore. È bellissimo, ho seguito la prima accensione con lo stupore e la commozione di una bambina. Continua ad affascinarmi ancora ora, ogni sera, tranne qualche volta, in piena notte, quando andando in bagno o in cucina in stato di semi-coscienza, vedo all’improvviso solo il rosso, vicinissimo alla mia finestra, e sono grandi spaventi.

Foto Pro Cremona

2- I MALEDETTI WORKOUT


Una che con le gambe distese non si è mai toccata i piedi dovrebbe essere esentata a vita dalla pratica dello yoga. Voi che lo fate siete davvero belli, bravi ed elegantissimi ma non è cosa per me, lasciatemi andare, ruspante, per le mie montagne.

Così dicevo. Intanto è più di un mese che pratico lo yoga regolarmente e con scetticismo accogliendo ogni cambio di posizione con imprecazioni davvero brutte che mi faranno finire all’inferno. Mi confermate che è questo lo scopo?
Oltre allo yoga scettico devo ringraziare fortemente tutti i suggeritori di app e video per esercizi ma soprattutto grazie ai lanciatori di challenge sportive assurde, dal table challenge, alla koala challenge fino alla verticale contro il muro. Ok no, l’ultima l’ho lanciata io. Insomma, non usciremo necessariamente dalla quarantena tonici ma di certo con la cervicale.


3- IL FORNO: COS’È E COME FUNZIONA


È davvero interessante questa faccenda del forno. Alla fine non è un buco nero sotto ai fornelli ma davvero ci si possono cucinare le cose.
Le verdurine, per esempio, le zucchine, le melanzane e vivaddio le patate! E poi avanti con i progressi, il pesce! Una torta salata! Che altro potrà succedere?

Insomma, ho dovuto imparare a cucinare e la cosa non è stata indolore perché mi sono più volte avvelenata. Ma in fondo, che bello non cibarsi più solo di piadine e allo stesso tempo quanto erano buone le piadine? Quanto mancano quelle benedettissime piadine dei pub, alla sera, quando si arrivava morti di fame e loro erano lì pronte ad accoglierti e rimetterti al mondo?


4- GUARDARE SERIE TV DEL TUTTO DISOMOGENEE


Una vorrebbe raccontare in giro che guarda solo serie tv d’essai, docufilm impegnatissimi, titoloni di alto livello. Invece qui si attraversano tutti gli umori possibili dell’essere umano, quindi si può passare comodamente da quella splendida e appassionata telenovela venezuelana che è Jane the Virgin, per saltare poi, con estrema agilità, a Unothodox, One of us o Shtisel, tutto questo in un momento di ricerca bulimica di cose in yiddish di cui ho orgogliosamente imparato tre parole.

E poi di nuovo, come se niente fosse, una stagione dei Griffin o Tiger King, a caso, senza nessun nesso. Perché una si illude che farà le cose in ordine ma poi alla fine non è così.

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Shtisel (Netflix)

5- LE ABILITÀ INESPRESSE.


Noto che per tutti è un buon momento per imparare cose rimandate de sempre. Oltre al vano tentativo di rimettermi a suonare la pianola (la mia è una pianola) e i miseri esperimenti di pittura con la tavoletta grafica, a una certa ho iniziato a rimpiangere le lingue straniere che non ho mai imparato.
Ho fatto quindi partire dei corsi totalmente casuali di tedesco su you tube, poi ho scaricato Tandem, ho chattato in varie lingue e in maniera imbarazzante con gente di mezzo mondo, senza evidenti miglioramenti. Il risultato è che mi trovo sempre più spesso a dialogare con gli oggetti di casa usando una versione molto collerica del dialetto vescovatino.


6- LA MONTAGNA AI TEMPI DELLE MACCHINE USA E GETTA


Dalla regia mi si consiglia in continuazione di riordinare e pulire, e sistemare le librerie che sono un macello “proprio tu che sei stata bibliotecaria…”.
L’ho fatto e ho ritrovato un vecchio messale per religiose, finito tra i miei libri non so quando, tutti i diari di medie e superiori e infine le fotografie. Chi le ha inventate le fotografie?

Ogni anno, in partenza per la gita scolastica o il campo estivo parrocchiale, mi consegnavano una macchina fotografica usa e getta e mi raccomandavano di non fotografare solo i paesaggi e le montagne, ma di mettere anche le persone, i miei soci, i miei compagni di gita…

Non solo non ho mai imparato a mettere le persone nei miei paesaggi, ma ora mi ritrovo con tantissime foto brutte e grigie di montagne non meglio precisate. Incrociandole con i timbri dei rifugi (che invece conservo come un piccolo vangelo personale) ho cercato di ricostruire la geografia di quei luoghi e, magia, ho scoperto di essere stata nel 2003 al lago di Sorapis, uno dei 5 da vedere (secondo SALT) prima che Instagram ce li porti via. E pensare che io ne ho rubato uno, in tempi non sospetti, con un’usa e getta…

Lago di Sorapis, un luogo dove non sapevo di essere stata, immortalato in una foto brutta.

7- LA GENTE IN DIRETTA


In streaming, in diretta, in mille modi, vari artisti si sono messi a cantare in casa, in soffitta, in giardino, sui tetti. Un modo per loro e per noi di rimanere sani di mente.
Dio sa quanto è stato confortante sentire le voci di Alessandro Fiori, Vasco Brondi, Cisco, il live incredibile di Alberto Ferrari e gli appuntamenti serali di Vinicio Capossela, ogni volta con una storia, una maschera e un cappello diverso.  Voci a volte riprese da un semplice telefono, rumori della casa, gatti che girano sullo sfondo, bambini che interrompono le canzoni per mostrare un disegno.

E poi i video arrivati da lontano, Patti Smith che canta mentre la figlia l’accompagna al piano, solo dopo aver tentato a lungo di posizionare la fotocamera del telefono e averci salutati in italiano. E come lei mille altri, da tutto il mondo, cantando o suonando con qualcuno della famiglia. Immagini di normalità che ti fanno venire voglia di restituire quel canto, che alla fine è una cosa piccola ma potentissima.

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8- SUONA CHITARRA


La vecchia Ovation, da quando ha le corde nuove, è tutta ringalluzzita e mi guarda seducente dal divano suggerendomi che io e lei potremmo fare grandi cose.
È falso, sono una pessima musicista ma da un po’ di tempo sono l’unica cosa che posso sentire live, quindi mi tocca accontentarmi ed ascoltarmi.

Ringrazio quindi pubblicamente le canzoni che mi sono venute senza sforzi e senza troppi barré: Seminatori di Grano di Gianmaria Testa, E più non canto in una versione trovata in giro, Te recuerdo Amanda di Victor Jara e sentita da Ginevra di Marco, Solo un uomo di Niccolò Fabi, Pissin’ in a River di Patti Smith e No Potho Reposare, risentita in una diretta di Alessandro Fiori e cantata nel mio sardo sbagliato.


9- PORTARE LA NATURA IN CASA


Più che la gente in questi giorni mancano la terra, l’erba, il fiume, la montagna.
Il tentativo di creare un bosco casalingo piantando i semi di qualsiasi cosa è una magra soddisfazione. Anche continuare a svasare per sporcare tutto di terra è divertente ma anche controproducente, soprattutto se si coltivano succulente spinose e c’è un secondo momento in cui si passa il tempo a togliersi da soli le spine da braccia, mani, dita. Metà delle mie videochiamate hanno una fase centrale piuttosto lunga in cui, giorno per giorno, ci si confrontano le piante. Una specie di simposio di naturalisti improvvisati.
Infine ho trovato gioia in uno stupido giochino online, Boletus game. Ora cerco porcini a 360° in boschi veri e mi preparo per un futura stagione micologica che spero possa un giorno arrivare.

Fiore di Echaveria, sulla mia finestra

10- QUESTO 25 APRILE


Ora sono seduta sotto l’ombra di un bel fior di una pianta grassa, e questa è tutta la resistenza che posso evocare nei pochi metri quadrati che ho a disposizione.
A tante cose cerchiamo di prepararci per tutta la vita, poi si scopre che la grande sfida è sopravvivere a due mesi di nulla, o quasi. Due mesi di silenzi, solitudini e assenze.
È ancora più strana, la solitudine, in giornate corali come questa, in cui si è sempre fatto tutto insieme: camminare, cantare, suonare, mangiare e infine vedere un’infinità di concerti di artisti che oggi immagino tutti con me, in casa mia.

Quei tanti 25 aprile sotto il cielo di Parma con gli Afterhours o Goran Bregovic o Carmen Consoli o i Baustelle. Quel 25 aprile a Bologna, tanti anni fa, a sentire i Modena.
L’ultimo, solo un anno fa, a Carpi per partecipare a Materiali Resistenti con le Mondine di Novi, Massimo Zamboni, Cisco e Vinicio.

Vien voglia di prendere la chitarra, mettere insieme due accordi e magari, anche quest’anno e in questa casa, qualcosa succederà.

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