Saskatchewan | land of great, living skies

Saskatchewan | land of great, living skies

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Qual è stata la volta che siete stati più lontani dal mare?

A me è capitato in Saskatchewan, Canada: più di 1200 km da qualsiasi forma di acqua salata in ogni direzione; eppure anche lì, come sempre se si sa cercare, la pirateria garriva forte.

Entrare in Saskatchewan non è semplice. Alla dogana mi trovai costretto a reggere domande di questo tipo per almeno 13 minuti:

“Ma davvero vuoi andare in Saskatchewan?”
“Ma perché?”
“Hey Bob, questo qua vuole andare in Saskatchewan; che ne pensi? A me pare strano..”

Semplicemente non si convincevano che qualcuno avesse scelto quella provincia dimenticata rispetto al Québec o l’Alberta. Per giustificare la cosa dovetti dire che intendevo avviare un proficuo contrabbando di pellicce di castoro. Una volta rassicurati, gli ufficiali misero un timbretto scarlatto sul passaporto ed io potei entrare nel Molise canadese…un Molise lungo quanto l’Italia e largo il doppio ma con meno abitanti di Milano. Oltre che estremamente piatto.

Grande, piatto e vuoto. Era un luogo troppo interessante per lascarselo scappare.

Così

Atterrai a Saskatoon – capitale ufficiosa del Saskatchewan (quella ufficiale è Regina) – ad inizio aprile, scoprendo con una certa sorpresa che sebbene in Italia la primavera fosse all’epoca cosa appurata, altri paesi del mondo potessero non condividere la stessa certezza climatica. A Saskatoon c’era la neve. Panico.

Corso ai ripari in un centro commerciale offensivamente oneroso, potei saltare su un pullman e dirigermi in quella che sarebbe stata la mia casa per i successivi mesi: il Parco Nazionale delle Grasslands, nell’estremo sud della regione.

Se il Saskatchewan è già di per sé una vasta pianura erbosa, quest’area protetta lo è all’ennesima potenza. Impegnato a proteggere un paesaggio altrimenti sempre più invaso dall’agricoltura intensiva, il Parco ospita uno degli ultimi lembi di quella prateria che bisonti, crotali e Sioux chiamavano casa. Separando inoltre due fasce climatiche (a sud il clima temperato del west americano, a nord il freddo sub-polare della taiga – un po’ come le Alpi, che dividono l’Europa continentale da quella mediterranea), nel Parco è possibile trovare specie appartenenti ad entrambi gli ecosistemi che qui coesistono in un delicato equilibrio, sempre più minacciato dal cambiamento climatico.

Golden hour on the prairie

Siamo abituati a vivere in un mondo dove l’orizzonte è sempre “vicino”, ostruito da palazzi o anche solo da colline e montagne. Qui invece l’occhio si perde in un cielo sconfinato, non offeso da alcuna struttura verticale – sia essa naturale o artificiale. Non a caso il paese è chiamato “land of great, living skies” e davvero, i cieli che ho visto qui non li ho rivisti da nessun’altra parte.

Proprio questa assoluta mancanza di punti di riferimento, nonché una segnaletica stradale scarsa, può portare – se distratti dalla bellezza del paesaggio, è ovvio (e vi assicuro che ritrovarsi di notte in questo immenso nulla sotto l’aurora boreale come Paperone, è un’esperienza che distrae) – a ritrovarsi per puro caso alla frontiera con gli USA. Avete presente la scena di Parto col folle in cui loro si trovano per sbaglio al confine messicano chiedendo di poter fare manovra per tornare indietro? Ecco…True story!

Poco fuori dal parco sorge l’unico centro abitato dell’area: Val Marie. Un visitatore esterno semplicemente non può credere che un posto così esista e ci vogliono settimane per convincersi che questo non sia il set di un film di Corbucci: qui siamo davvero fermi al 1870. C’è il corso principale di terra battuta su cui si affacciano il saloon-albergo (dove il venerdì fanno un ottimo pollo fritto), un piccolo spaccio alimentare, la scuola e il granaio. La gente cammina per il paese in stivali e cappello da cowboy, parlando di cavalli, di mandrie e dell’attrazione principale: il rodeo, che, come un circo itinerante, passa di paese in paese una volta l’anno e trasforma tutto in una festa.

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Circa 30 miglia (50 km) più ad est c’è invece l’East Block, un’area satellite del Parco che ospita alcuni dei paesaggi più selvaggi: pochissimi sentieri – la maggior parte dei quali si limita ad essere annunciata da strisce di colore rosso sulle rocce – un unico spoglio centro visitatori e nessun’area di campeggio attrezzata.

Diversamente dall’area principale del Parco, qui la diversa conformazione del suolo ha permesso un certo differenziamento dell’ambiente, dando vita a quel paesaggio tipicamente americano delle “bad-lands: calanchi di argilla che trasformano il terreno in un labirinto di gole e crepacci brulli.

L’erosione e l’aridità che caratterizzano questo tipo di suolo hanno dato modo all’East Block di essere anche il paradiso della paleontologia canadese. Il Saskatchewan era l’estrema propaggine nord di un’immane palude che ricopriva quello che oggi buona parte del Nord America: questa era la casa dei triceratopi, degli adrosauri e ovviamente dei T. rex (si, si scrive così. Non T. Rex né tantomeno T-Rex). Purtroppo gli scavi paleontologici costano cari e i musei attraggono sempre meno turisti; l’amministrazione del parco ha quindi deciso di lasciare la maggior parte dei reperti in situ ed è piuttosto facile “inciampare” in ossa e altri fossili depositati là dove il tempo li ha portati.

Prima ho detto che il Saskatchewan è immensamente piatto, e questo è vero al 99,9%. Isolata come il villaggio di Asterix, un’unica collina si erge in mezzo alla pianura: Cypress Hill.

Cypress Hill è un luogo che ha dell’incredibile: prima di tutto è l’area più elevata del Saskatchewan (e stiamo parlando di meno di 1400 metri, quindi se anche non siete alpinisti provetti potete iniziare a depennare una vetta con una certa facilità). È anche uno dei pochissimi posti nel Saskatchewan meridionale dove è possibile vedere alberi. Sembra una cosa da nulla, ma dopo mesi passati in mezzo all’erba e ai cespugli di salvia, dove la cosa più alta del paesaggio siete voi, vedere un abete può causare mancamenti.

Resa possibile da qualche capriccio della geologia che l’ha risparmiata dall’azione di livellamento portata avanti dai ghiacciai durante l’ultima era glaciale, questa collina è una delle mete turistiche più popolari del Saskatchewan. I campeggi sono tanti e attrezzatissimi (come in tutto il Canada del resto) e le attività vanno dal trekking, al cavallo, alla canoa e così via. Non offrirà gli scorci delle Montagne Rocciose (di quelle parleremo un’altra volta se volete) ma di certo è un luogo assurdamente speciale per non visitarlo.

Oltretutto, essendo i canadesi un popolo spiritoso, hanno deciso che questo era il luogo migliore per produrre vino. Ma non il vino d’uva (che qui non crescerebbe mai e poi mai), nossignore: vini di rabarbaro e altri vegetali che sono ben lieti di offrire ai visitatori nelle numerose aziende vinicole della zona.

Insomma, tra i tanti posti che ho visitato il Saskatchewan è facilmente il più strano: un’immensa distesa di erba abitata da un popolo di cowboy che coltivano l’ambizione di farsi prendere a testate da un toro, mentre alle loro spalle i bisonti corrono selvaggi e sulle loro teste risplende l’aurora boreale.

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