Piero Ciampi, poeta sgangherato e un po’ brillo

Piero Ciampi, poeta sgangherato e un po’ brillo

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Stavo sempre a tavola con lui. Ordinava una sola cosa: pesche di vino. Beveva il vino e lasciava lì le pesche.”

(Enrico de Angelis a proposito dell’amico Piero Ciampi)

Io sono un po’ preoccupata. In linea generale, direi, ma soprattutto per una cosa. Sono un po’ preoccupata perché leggo di tutte le litigate che ha fatto Piero Ciampi nella sua vita e io penso che la litigata più memorabile della vita a me ancora non sia successa. Com’è possibile, terribile distrazione, imperdonabile. Ancora non mi è successa ma la ripasso limpidissima nella mente grosso modo ogni volta che dovrei uscire perché è chiaro che prima o poi ci manderemo al diavolo – ho un pessimo carattere in collisione con questa congenita negative attitude perennemente aggrappata con le unghie e con i denti alla mia spina dorsale, non ci posso fare proprio niente – eccome se ci manderemo al diavolo, ma se già sono certa che non mi manderà al diavolo come mi ci avrebbe mandata Piero Ciampi allora sai cosa penso, io penso che per questa volta butto l’Amour Fou di Breton da una parte me ne dimentico e me ne vado dritta a stendermi a letto che faccio prima, ma davvero io ti giuro che lo faccio.

Una volta forse ci sono arrivata vicina, è che ho il vizio di far perdere la pazienza e anche per questo non ci posso fare proprio niente. C’è questa scena di me che nel punto peggiore di una discussione nella quale non riesco a emergere ma che so già benissimo come andrà a finire, faccio no con la testa mi alzo ed esco dalla porta – senza sbatterla, detesto i rumori forti e in fin dei conti ho tanti difetti ma mi ritengo una persona sufficientemente educata – di una casa non mia e sento subito un meravigliato ma prevedibile “Ma dove vai?” (ho tralasciato di proposito gli intercalari, uno vale l’altro). Mentre prenoto l’ascensore per andarmene da lì e con una prontezza di risposta che nel mondo reale fuori dal mio cervello non mi contraddistingue per niente, controbatto subito l’unica frase che avevo lì pronta da non so quanto tempo e che mi salta fuori dalla bocca come una molla carichissima “Scendo a prendere le sigarette. Faccio il giro lungo”. Silenzio. L’ascensore è arrivato ma metto un attimo la mano sulla fotocellula per bloccarlo e mi fermo a sentire la risposta non so bene se per orgoglio o per amor proprio o perché alla fine sono un po’ stronza e dallo spiraglio della porta rimasto aperto sento il tonfo di un peso direi al 93% morto che si butta sulla finta poltrona Eames Lounge in pelle sintetica color pistacchio – che gusti di merda – e nonostante la mano appoggiata sulla bocca sento che dice “Cos’hai detto, scusa? Sembra una poesia di Piero Ciampi. Smettila subito di parlare come una poesia di Piero Ciampi. Io non posso mandare al diavolo una poesia di Piero Ciampi”.

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In realtà me ne vado sempre senza dire niente e lui ci metto la mano sul fuoco ma anche tutte e due guarda che neanche sa chi sia Piero Ciampi, ma mi piace pensare di essere in grado di fare le scelte giuste, una volta ogni tanto.

Adesso già che sono per strada e fa pure un freddo cane entro qui mi siedo un attimo su questo comodissimo sgabello girevole incastonato nel pavimento mi reggo la fronte con la mano appoggio il gomito su questa tovaglietta di carta scivolosa idrorepellente uh che bello per ingannare l’attesa ci hanno stampato sopra una griglia vuota di sudoku livello principiante che guarda caso è proprio il mio livello nella vita in generale e mi bevo un bicchiere di vino rosso, posso? Grazie, con permesso.

Non sono la prima né l’ultima che si beve un bicchiere di vino rosso per cercare invano di schiarirsi le idee. Che sarà mai. L’ha fatto anche Piero Ciampi, per esempio. Eccome, se l’ha fatto. E io Piero Ciampi di persona non l’ho mica conosciuto ma sono abbastanza convinta che i migliori bicchieri di vino rosso Ciampi se li sia bevuti dopo che lo hanno mandato fuori a calci da qualche posto, così per dire. Vado a intuito.

Sarebbe ora anche il caso di chiarire un po’ chi sia questo Piero Ciampi. Il fatto è che di Piero Ciampi ti dicono sì, era un genio sgangherato, il che ti può anche rovinare l’umore per tutto il resto della giornata ma alla fine non vuol dire proprio niente. Subito dopo ti dicono che Piero Ciampi era uno che amava bere il vino rosso e che sobrio-sobrio Ciampi proprio non s’era mai visto. Altro che un bicchiere. Ecco, io ad esempio ho il difetto di considerare questo dettaglio parecchio interessante. Lo considero interessante da quel momento in cui Baudelaire ha detto – non a me personalmente, s’intende – che l’uomo il paradiso nel dubbio se l’è creato lui come meglio poteva, con la farmacia, con le bevande fermentate.

E davvero io ci provo sempre ma come si fa a non voler bene a questi bei personaggi con una sensibilità così malaticcia, un po’ autolesionisti.

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Sì tutti parlano male di Piero Ciampi. Piero Ciampi che è stato in Francia a conoscere Louis-Ferdinand Céline e che è stato coinquilino di Luigi Tenco e così a occhio e croce direi che fosse il meno santo dei tre ma vedendo chi frequentava direi anche che senz’altro sapeva riconoscere una persona interessante da una non interessante. Ciampi era sporco, incazzato, manesco, ubriaco come un irlandese – questo l’ha detto lui – anarchico, senza una lira bucata sicché doveva sempre farsi prestare le giacche da mettersi sopra le camicie bianche inamidate e doveva sempre camminare a braccia conserte perché le maniche delle giacche prese in prestito erano sempre troppo corte perché Ciampi aveva delle braccia lunghissime, ad esempio. Questo dicono, a grandi linee.

Piero Ciampi scriveva poesie negli anni ’60. Per qualche poesia scriveva anche la musica d’accompagnamento ma la musica è grosso modo accidentale. Ciampi è un disperato, quasi nessuno riconosce il suo talento condannandolo a considerarsi un fallimento e per questo soffre tantissimo, inutile girarci intorno, e c’è sempre questa sbronza creativa che gli bussa sulla schiena. Lui ovviamente le apre, le apre per dimenticare tutte quelle volte che a bussare è stato lui e, guarda un po’, nessuno gli ha aperto. In un periodo in cui tutti scrivono e cantano dell’amore che c’è, nessuno ha voglia di ascoltare Piero Ciampi. Perché per Piero Ciampi l’amore è una serata passata incollati al citofono di qualcuno che proprio non ti vuole più vedere ma neanche in videoproiezione per Piero Ciampi l’amore è quella cosa che appena ti distrai un attimo non c’è più. Ma proprio più. E le cose che non ci sono più diventano piuttosto ingombranti per chi ha la memoria lunga e non riesce a dimenticare niente. È un inferno, non riuscire a dimenticare nessuna di queste cose che ormai non ci sono più ed essere ossessionati dai posti che non sono più uguali a come erano prima.

Piero Ciampi

Ti ricordi via Macrobio? Qualche volta eri felice.

Nelle sue esibizioni in pubblico Ciampi è inascoltabile, non è per niente melodico nessuno capisce niente di quello che dice e non so se sia solo colpa delle sbronze o sia proprio di base un fatto caratteriale ma Ciampi è uno che il pubblico lo manda anche a quel paese facilmente, già che c’è, e forse a fine esibizione dopo averci mandati a quel paese tutti quanti spacca anche qualche chitarra perché i Placebo, ma chi sono poi i Placebo.

Brian Molko, Sanremo 2001

Nessuno scommette su Ciampi e quando nessuno scommette su di te le cose si mettono male. Sapete cosa è nato, ad esempio, per una scommessa? Il cinematografo. Durante una serata brilla da taverna – una di quelle serate che tanto piacciono a Piero Ciampi – qualcuno aveva scommesso che certe volte un cavallo in corsa tiene le quattro zampe tutte e quattro sollevate contemporaneamente da terra. Semplice. Uno dà fiducia a qualcosa e poi quella cosa si avvera, funziona così, ci vuole un po’ di incoraggiamento.

Ciampi nella sua disperazione, solitudine, per tutte quelle donne che non si sapeva tenere vicino e tutto quel pubblico adorante che non ha mai visto neanche dal buco della serratura di un fumoso jazz club romano mette una buona parola a proposito dell’importanza della sbronza consolatoria. La sbronza come aggregante sociale la sbronza per darsi un po’ di coraggio e imporre la propria autorevolezza nelle piccole sconfitte quotidiane che sommate tutte assieme hanno indubbiamente un certo peso, sorpassabile ma consistente. Perché si dà il caso che Piero Ciampi in fondo fosse anche un po’ timido e si sa, i timidi li riconosci dalle occasioni che hanno perso. Come gli str…, volevo dire gli egocentrici.

Piero Ciampi che dice questa cosa meravigliosa che la vita è una cosa che prende, porta e spedisce ma soprattutto spedisce e che ironizza sempre sulla propria infelice condizione – che altro se ne può fare uno di essere un disperato se non guardarsi dal di fuori e ridere di se stesso e continuare a tirare avanti – al vino dedica anche una poesia, così come avrebbe potuto dedicarla a un fedele amico bellissimo che sa perfettamente dove venirti a raccogliere quando hai una di quelle serate no che davvero lasciami stare ma va bene ora non darmi più da bere che questa mente eccitata sta realmente diventando la stanza delle torture e io avrei anche una certa fretta di venirne fuori, adesso.

Ciampi credo fosse una di quelle persone con le quali quel portatore di malinconia che è Saturno continui a picchiettare sulla testa da mattina a sera, una di quelle persone che si fa la doccia tre volte al giorno nella speranza di sentir suonare il telefono ma la metalegge di Murphy dice che la legge di Murphy non si verifica mai ma proprio mai neanche per sbaglio nel momento del bisogno quindi indovinate un po’ se il telefono squilla o no. Non squilla.

La poesia di Piero Ciampi non insegna niente – come tutte le poesie – ma sicuramente dice la verità e io come Ciampi anche se non sembra sono davvero convinta che ce la facciamo. Insomma, a quella storia semplice-semplice che anche Ciampi dice che anche se sei lì ciondolante a farti un bagno nella melma ti rimanga pur sempre da guardare il panorama, non so se faccio bene ma tendo a continuare a crederci, alla fine. Non che ci siano molti altri modi in cui prenderla, d’altra parte.

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Per concludere, non so cosa direbbe Piero Ciampi traballante sulle sue gambe lunghissime se qualcuno all’uscita della solita nebbiosa osteria romana alle 4 e mezza del mattino riconoscendolo lo strattonasse per la manica sempre troppo corta della sua giacca presa in prestito – gli si intravedono sempre le maniche della camicia bianchissime e inamidate ma chi diavolo gliele stirava con così tanta cura le camicie a Piero Ciampi io proprio non ne ho idea – e gli dicesse “Buongiorno, poeta!”. Anzi lo so benissimo, non gliene fregherebbe proprio niente a Ciampi e io adesso all’improvviso ho proprio una voglia tremenda di litigare Ciampi vieni qui per favore dai non farti pregare più Ciampi.

D’accordo, siamo tutti maleducati 5 minuti in una giornata. Uno poi sceglie sempre giusto quei 5 minuti quando ci sono io.

*

Com’è bello il vino

Com’è bello il vino

Rosso rosso rosso,

Bianco è il mattino,

Sono dentro a un fosso.

E in mezzo all’acqua sporca

Godo queste stelle,

Questa vita è corta,

È scritto sulla pelle.

 

Ma com’è bello il vino

Bianco bianco bianco,

Rosso è il mattino,

Sento male a un fianco.

Vita vita vita,

Sera dopo sera,

Fuggi tra le dita,

Spera, Mira, spera.

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