Baustelle, musica sinfonica in discoteca

Baustelle, musica sinfonica in discoteca

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La gestazione di un album è sempre un percorso faticoso, per un solista non meno che per un gruppo, che conta più teste e quindi più idee. Che delle volte l’intervallo tra un episodio e l’altro di una vita artistica sia lungo abbastanza da coprire l’intera durata di un governo italiano (i quali non spiccano per stabilità e ultimamente ancora meno) è un particolare che riesce a spazientirmi, e se la band si chiama Baustelle, il disappunto è doppio. Vorrei un loro album ogni due anni due anni e mezzo, attenderlo leggermente euforico, consumarlo con avidità prima e pigrizia dopo, lasciarlo sedimentare per passare ad altro – ma di tanto in tanto ritornare ad ascoltarlo, sempre ritornarci e afferrare significati nuovi, altri colori e suoni -, accorgermi ad un certo punto che dall’ultima uscita è trascorso un bel po’ e quindi chiedermi quando diavolo torneranno, iniziare daccapo il circolo vizioso. Vorrei anche scriverne con distacco e senza fare sconti, ma anche questo sembra impossibile. Il rispetto è la virtù di chi non è coinvolto, perciò in guardia lettore, sarò onesto ma non terzo.

Intitolare un album L’amore e la violenza (Warner, 2017) è un rischio. Anzi, un rischio doppio. Per primo, la realtà rischia di scavalcarti a sinistra quando sono ancora fresche nella memoria di ciascuno le immagini delle scritte che un siriano in fuga ha lasciato sui muri di Aleppo: ‘’Torneremo, amore mio’’. In secondo luogo perché si vanno a scomodare una serie di maestri. Due esempi su tutti: ‘’Stranizza d’amuri’’ di Battiato, un affresco quasi verista della Sicilia nell’immediato dopoguerra che fa da sfondo alle prime esperienze sentimentali di un adolescente, e ‘’Futura’’ di Dalla, dialogo notturno sul domani di due amanti spaventati dalla violenza del presente, scritta dal cantautore bolognese dopo un soggiorno nella Berlino del Muro. E tutti sappiamo che dal confronto coi grandi è raro uscirne intatti, ma qualche volta può spingere a dare il meglio.

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È in questa tradizione della canzone d’autore italiana che s’inserisce il primo brano dei Baustelle dopo Fantasma, ‘’Lili Marleen’’, uscito in free download a ottobre e non contenuto nel nuovo lavoro: identiche si svolgono e storie d’amore di ieri e di oggi, mentre sovrapposte sono le immagini degli attacchi terroristici a Parigi con quelle dell’occupazione nazista della Francia, alla cui cultura Francesco Bianconi – che ad essa deve molto per influenza e fascinazione – rende omaggio nel ritornello.

L’amore in tempo di guerra, quindi. Ma se fosse l’amore stesso il campo su cui ci si scontra? Questo il senso di ‘’Amanda Lear’’, primo singolo estratto, racconto dell’allentarsi di una relazione e del conseguente tradimento reciproco di una coppia, che cita nel titolo una delle dive che si tuffarono nella musica electro-pop di fine Settanta/inizio Ottanta. Suoni che diventano cifra di un po’ tutto un disco che prende in prestito soprattutto dalla musica disco di quel periodo e dal Battiato immediatamente precedente a La voce del padrone (chi ha affiancato i nostri per la produzione de L’amore e la violenza è Pino Pinaxa Pischetola, una vecchia conoscenza del musicista siciliano), giocando coi riferimenti sacri (‘’Il vangelo di Giovanni’’) o raccontando le difficoltà di un continente – e mai lo sguardo dei Baustelle si era fermato a mezza distanza tra l’orizzonte angusto, l’Italia, e quello vasto, l’Occidente – e usando l’Eurovision Song Contest come metafora (‘’Eurofestival’’). In lontananza, gli strascichi di una separazione accompagnati da musiche ora spensierate ora feroci (‘’Basso e batteria’’), in una miscela che aveva già fatto la fortuna dell’opera discografica più amata dai fan e meno dal gruppo, La moda del lento, ma stavolta depurata dall’urgenza e dalla mancanza di mezzi giovanile. Proprio sull’adolescenza si apre un discorso a parte: è il grande tema sempre affrontato dai Baustelle, vuoi per il titolo dell’indimenticato primo album, vuoi per tutta una serie di brani che hanno traghettato il gruppo verso le grandi platee, quasi tutti popolati da ragazzi. Qui ritorna: c’è ‘’Betty’’ e il suo malessere per l’isolamento a cui porta la realtà virtuale, e la traccia di chiusura (‘’Ragazzina’’), dedicata da Bianconi alla figlia, un inno all’innocenza, capace di svelare ai figli un mondo meno inquinato di come appare agli occhi degli adulti, riappacificati nell’esperienza di genitori.

Baustelle tour 2017Tra la Storia e le storie in essa contenute, tra vissuto individuale e collettivo, tra gravità e frivolezza, insomma, su questo doppio binario viaggia il nuovo album dei tre toscani. Piace perché curato senza essere patinato, retrò in modo accettabile, ben suonato e vario nelle soluzioni senza perdere in omogeneità, e perché al barocco sinfonico di Fantasma non si poteva dare seguito che così. Latita quel quid che ha reso i primi tre dischi dei gioielli della musica italiana, cioè la volontà di staccarsi dal presente, di scrivere di argomenti intimi e generali, così personali e comuni da risultare universali. In un caso però riappare (‘’La vita’’) ed è per distacco il momento migliore – tanto semplice e toccante da permettere a tutti a possibilità di cucirselo addosso – di un album che non delude.

Bentornati, miei amati, mi eravate mancati.

Francesco Corbisiero

 

album | L’amore e la violenza
artista | Baustelle
etichetta | Warner Music Italia
anno | 2017
durata | 40:31

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