Le aurore d’autunno – Wallace Stevens

Le aurore d’autunno – Wallace Stevens

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William Turner

Wallace Stevens è un poeta americano, della prima metà del ‘900, con il quale mi identifico molto (no, lui non era nè una ragazza nè un consulente imbruttito, ma ci siamo capiti). Mi ritrovo ancora di più nelle sue parole adesso che l’estate è finita, e che l’autunno è alle porte. L’autunno ha dei bei colori, certo, le sue notti “hanno lo stesso riverbero dell’auro­ra boreale”, per dirla alla Stevens.

Però.

Però l’inizio dell’autunno significa la fine dell’estate, e questo mi ha sempre fatto montare dentro un’ansia che neanche la crisi missilistica di Cuba. L’autunno, per Stevens, non è la stagione delle dolci foglie rosse e della pumkin pie, ma la stagione che ci obbliga a dire addio alle velleità di leggerezza, riportandoci nella ruvidità (e chissà, forse nella sicurezza) della vita vera.

O forse no, forse l’aveva solo mollato la morosa. In ogni caso chissenefrega, la poesia è fatta per chi la legge, mica per chi la scrive.

 

Nella lotta contro i mulini a vento del capitalismo che ci ha riportato dietro la scrivania, il fido Jay Bargiani non mi ha fatto mancare il suo appoggio. Quindi, se non siete ancora pratici di LSD*, fermatervi un attimo, alzate il volume e fate partire il player qui sotto.

 

Poi leggetevi questi versi tratti da Le aurore d’autunno di Wallace Stevens. Ripensate al mojitino in spiaggia…prendete un bel respiro e… bentornati alla realtà.

 

Le autore d’autunno, Wallace Stevens

II

Addio a un’idea… Una capanna sta,
abbandonata, su una spiaggia. È bianca,
come per un costume o conforme

a un tema ancestrale o quale conseguenza
di un corso infinito. I fiori contro il muro
sono bianchi, un poco secchi, una sorta di segno

che ricorda, cerca di ricordare, un bianco
che era diverso, un’altra cosa, l’anno scorso
o prima, non il bianco di un pomeriggio invecchiato,

più fresco o più spento che sia, di nuvola invernale
o di cielo invernale, da orizzonte a orizzonte.
Il vento soffia la sabbia sull’impiantito.

Qui, essere visibile è essere bianco,
è essere del solido del bianco, l’esito
di un estremista in un esercizio…

La stagione cambia. Un vento freddo raggela la spiaggia.
Le sue lunghe linee diventano più lunghe, più vuote,
un’oscurità si accumula ma senza cadere

e il biancore diviene meno vivido sul muro.
L’uomo che cammina si volta attonito sulla sabbia.
Osserva come il nord vada sempre espandendo il [cambiamento,

con i suoi bagliori frigidi, le sue distese rosso-blu
e folate di grandi falò, il suo verde polare,
il colore del ghiaccio e fuoco e solitudine.

III

Addio a un’idea… Il viso della madre,
lo scopo del poema, riempie la stanza.
Sono insieme, qui, ed è caldo,

senza nessun presagio di sogni imminenti.
È sera. La casa è sera, per metà dissolta.
Solo la metà che non possono mai possedere rimane,

sotto tacite stelle. È la madre che possiedono,
che dà trasparenza alla loro pace presente.
Ingentilisce quel che ingentilire si può.

Eppure anche lei è dissolta, distrutta.
Dà trasparenza. Ma s’è fatta vecchia.
La collana è un intaglio non un bacio;

le mani morbide movimento non contatto.
La casa crollerà e i libri bruceranno.
Riposano in un riparo della mente

e la casa è della mente ed essi e il tempo,
insieme, tutti insieme. La notte boreale
sembrerà gelo avvicinandosi a loro

e alla madre mentre si addormenta e mentre
dicono buonanotte, buonanotte. Di sopra
le finestre saranno illuminate, non le stanze.

Un vento spargerà le sue folate grandiose
e percuoterà la porta come il calcio di un fucile.
Il vento li comanderà con suono invincibile.

IV

Addio a un’idea… Le cancellazioni, le negazioni
non sono mai definitive. Il padre siede
in uno spazio, dovunque sieda, di tetra vista,

come uno forte nei cespugli dei suoi occhi.
Dice no al no e sì al sì. Dice sì
al no, e nel dire sì dice addio.

Misura le velocità del cambiamento.
Balza di cielo in cielo più rapidamente
degli angeli malvagi da cielo a inferno in fiamme.

Ma ora siede nella quiete e verde-giorno.
Assume le grandi velocità dello spazio e le agita
da nuvolo a schiarita, schiarita a sereno terso

in voli di occhio e orecchio, l’occhio più alto
e l’orecchio più basso, l’orecchio profondo che discerne,
a sera, cose che lo scortano finché ode

i preludi soprannaturali suoi propri,
nel momento in cui l’occhio angelico definisce
i suoi attori che sopraggiungono in compagnia, in [maschera.

Maestro oh maestro seduto presso il fuoco
eppure in spazio e immoto eppure
del moto la sempre-più luminosa origine,

profondo, eppure re eppure corona,
guarda questo trono presente. Quale compagnia,
in maschera, può far coro col vento nudo?

 

 

*Literature-Sound Duet, sempre meglio specificarlo

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