London town, brividi bassolombari e Dire Straits a sconvolgere le creste iliache

Ho un pensiero dominante: vorrei dire, fare, scrivere cose bellissime.

E` per me una fissazione di quelle dilanianti, forse come puó essere il tema della piscina per Sergio Guadagnino (no, non la pesca, la piscina!). Sará questione di retaggi infantili, il cugino Luca che affogava Sergio a bordo vasca di un´amena e borghese localitá di villeggiatura (e da lí la piscina come luogo del delitto e traguardo sociale –vedi Io sono l´amore e A bigger splash– o come idilliaco scenario di un amore acerbo. E torniamo alle pesche). Guadagnino vuole le piscine. Io ho sempre voluto di piú e l´ho voluto piú forte.

Sultans of Swing viene scritta e prodotta dai Dire Straits nel 1978 e dopo un´accoglienza tiepida da parte del pubblico inglese raggiunge l´anno seguente il successo mondiale.

Notti delittuose, fumo nero, stanze strette e carenza di ossigeno. Spalla contro spalla, sguardi che si cercano nel buio.

Ballata rock a proposito di jazz, é caratterizzata da un rimbalzare incessante tra la chitarra di Knopfler e la sua voce (chiamasi questo palleggio fill, volendo essere tecnici). Sultans of Swing è il nome di un gruppo che colpí Knopfler, autore di musica e testo, per il contrasto tra pochezza esecutiva e il nome altisonante. L´altisonanza di sogni di gloria e voli pindarici mischiata allo squallore di serate buttate in bar fumosi.

Il masochismo di certe scelte si dipana nella necessità di non sentire, dimenticare. A volte mi domando cosa ci sia alla base di questa ricerca affamata di un altrove. Il miraggio di una scelta diversa, possibilità caleidoscopiche, un rock and roll che ci faccia dimenticare piccolezze ed estemporaneità.

Essere freddi, determinati,  inscalfibili.

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L´energia di questa canzone, articolata sugli assoli di chitarra e su parole sputate a una a una, é impermiata di puro amore per la musica. Non c´é spazio per altro. Il testo di Sultans of Swing esula dai temi affrontati dal rock nel ventennio 60-80 per far bollire il sangue: non c´é traccia del sesso graffiante e  frustrato che segna trasversalmente quella parentesi racchiusa da Piece of my hearts (Janis Joplin, 1966) e Start me up (The Rolling Stones, 1981). Quello che resta é il bisogno di muoversi, la necessitá di rimanere impermeabili, argentei e ineffabili.

Eppure c’è quel brivido bassolombare che sconvolge le creste iliache ed è subito pensiero osceno. Non stiamo parlando di sesso, eppure ci dimeniamo forte. Lo sapete tutti, o forse lo so solo io. Magari per una disgraziata congiunzione astrale siamo nati nel trentennio sbagliato e rappresentiamo gli ultimi elementi dispersi di una tribù dimenticata.

Malinconica ma al contempo determinata, Sultans of Swing é concentrata su se stessa e a se stessa fedele. Non c´é spazio per nostalgiche speculazioni a proposito mondo che scorre indifferente, là fuori. La notte é una pausa da tutto il resto, in cui ricostruirsi un´esistenza o inventarsi una nuova identità. Chi parla é un viaggiatore solo, non estraneo a certi oscuri bisogni e appetiti.

Il disincanto é un tema importante, la faccia diversa e nascosta dei sogni di gloria. E a essere sinceri, o un po’ storti, sotto quest´aria dura e disincantata, sappiamo tutti, Dire Straits compresi, che avevamo un cuore e batteva forte a un ritmo ancestrale, selvatico.

Hanno preso il nostro cuore sotto una coperta scura.

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